martedì
24 Marzo 2026
Teatro e Storia

«La politica sul palco? L’arte ha degli obblighi verso la società»

La grande attrice Ottavia Piccolo porta in scena le parole meno conosciute di Matteotti in "Anatomia di un fascismo"

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Da giovedì 26 a domenica 29 marzo arriva al teatro Alighieri di Ravenna Matteotti – Anatomia di un fascismo. Uno spettacolo figlio della collaborazione tra Stefano Massini, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo, per ricordare all’Italia come sono andate le cose, agli inizi del ventennio fascista, per raccontare un uomo, il parlamentare della Repubblica Giacomo Matteotti, assassinato dalle camicie nere il 10 giugno 1924. Ne parliamo con la protagonista femminile, storica attrice di teatro e cinema.

Come nasce questo spettacolo? Qual è l’idea di fondo e perché è importante portarlo in scena?
«Lo spettacolo nasce da Stefano Massini, con cui lavoro da 20 anni, che mi propone l’idea per il centenario della morte di Matteotti. La sceneggiatura riesce a entrare nella storia senza “sceneggiare” i personaggi, io porto sul palco le sue parole meno conosciute, il rapporto con la moglie Velia, la dualità che si crea con il fascista Italo Balbo, suo conterraneo che però appartiene a un mondo completamente opposto, l’amore che dimostra per il Polesine, la sua terra. Matteotti era un grande amministratore, era uno che non credeva nella rivoluzione quando ampie fasce di popolazione non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena, nonostante venisse da una famiglia agiata. Sono molto felice di come è venuto lo spettacolo: le visual di Raffaella Rivi, le musiche dell’orchestra multietnica come colonne portanti, il modo nuovo di muovermi che ho scoperto con la regia di Sandra Mangini».

In altri suoi lavori, come Donna non rieducabile o 7 minuti, le sue performance sono state profondamente politiche: qual è, secondo lei, il rapporto che dovrebbe esserci tra arte drammatica e politica?
«Penso che l’arte in generale abbia grandi libertà e anche obblighi verso la società. Nel caso del teatro o del cinema, che io non definirei arte ma “alto artigianato”, non si può ignorare il mondo circostante quando si sta per raccontare una storia. Oggi ci sono moltissime vie possibili, in teatro soprattutto, e se percorse con serietà si finisce sempre per parlare alla polis, per creare qualcosa che parla di unione e cultura, per applicare un antidoto. Fino a 25-30 anni fa, io sono stata un’attrice a chiamata, ricevevo le proposte dai registi e si decideva; poi ho scelto invece di prendermi più libertà e responsabilità. All’inizio, con lavori come Buenos Aires non finisce mai, che nasce da una lettura di Massimo Carlotto, e un adattamento a monologo di Terra di latte e miele, dal testo di Manuela Dviri sulla “Terra promessa”, in scena tra la prima e la seconda Intifada, poi con i testi di Stefano Massini, come Donna non rieducabile su Anna Politkovskaja e 7 minuti, su 11 operaie francesi in attesa di licenziamento, adattato poi allo schermo. Questi lavori sono importanti, le drammaturgie sono lungimiranti e occorre continuare a portare cose di questo genere sui palchi e sugli schermi di tutta Italia».

Come è cambiata, dal suo punto di vista, l’arte drammatica dagli anni sessanta fino ad oggi?
«Dal punto di vista organizzativo è cambiato tutto: i Teatri Stabili sono molto più forti, una volta c’erano compagnie primarie, c’erano grandi registi, gente come Ronconi, ma era più facile per i giovani “provarsi”. Oggi molti Stabili, molte istituzioni, sono troppo attente alle amicizie, per così dire: è più dura inserirsi attraverso un canale classico, nuovi volti stanno uscendo con i social. Nel tempo il teatro ha assorbito diversi modi di raccontare storie, tanti tipi di rappresentazione, dagli anni ‘60 e ‘70 le avanguardie hanno detto basta con le parole, poi il teatro ha preso altre forme ancora. Mancano soldi, ma di quelli anche prima non ce n’erano parecchi, e inoltre è bene sottolineare che oggi la vera critica non esiste quasi più: i critici un tempo erano riconoscibili, gli articoli erano lunghi e approfonditi, oggi sui giornali maggiori arrivano a 20 righe, fatte così non possono essere costruttive, ma del resto se non si ha più la pazienza di leggere…».

Cinema, teatro e AI: come vede l’evoluzione di queste discipline nell’epoca dell’Intelligenza artificiale?
«Partendo dal presupposto che sono un’analfabeta digitale, credo che dipenderà dall’utilizzo che decideremo di farne: un coltello può ferire o tagliare una corda. Voglio essere ottimista a riguardo, so che sarà sempre più facile produrre cinema in poco tempo e con meno idee, ma per esempio credo che il teatro possa essere immune a questa deriva: la carnalità, gli errori, il respiro dell’attore sono insostituibili. Il teatro è qui e ora, unico nella serata. Ci hanno detto che il cinema sarebbe stato la morte del teatro, poi la tv, dunque internet, eppure siamo ancora qua… Sono curiosa, ma credo sopravviveremo anche questa volta!».

In conclusione, un consiglio che darebbe a un o una giovane che vorrebbe fare dell’arte drammatica la propria vita?
«Io sono stata fortunata, la prima volta in scena avevo 11 anni, era il 1960, il mondo adesso è cambiato completamente, ma credo che studiare sia fondamentale, che sia necessario conoscere ogni forma d’arte, andare a mostre, musei, spettacoli, film, leggere di tutto, da sceneggiature a romanzi. Si faccia esperienza il più possibile, si pratichino le arti e che si studi, si studi e si studi!».

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