giovedì
02 Aprile 2026
l'intervista

Tutto il teatro di Marco Martinelli: «Quando scrivo voglio sprofondare, ma la luce alla fine si trova»

Venerdì 3 aprile il regista, drammaturgo e fondatore delle Albe presenta a “I sabati al cortile” i due volumi con i testi dei suoi spettacoli. «Sicuramente un elemento molto presente nei miei scritti è Dante, anche solo come fantasma»

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Venerdì 3 aprile (ore 17), al Cortile di via Paolo Costa, l’apertura della rassegna curata da Ivano Mazzani “I sabati al cortile” vedrà protagonista Marco Martinelli, che nell’incontro Le Albe e noi presenterà, insieme a Silvia Rossetti (drammaturga del collettivo Spazio A/ Teatro) e Giuseppe Di Giacobbe (spettatore teatrale), i due volumi Teatro 1988-2010 e Teatro 2010-2020, editi da Marsilio nel 2024 e curati da Valentina Valentini. Un’ottima occasione per una chiacchierata con il drammaturgo, regista e fondatore delle Albe insieme a Ermanna Montanari.
Marco, nei due volumi sono selezionati undici tuoi testi teatrali, a partire da Ruh. Romagna più Africa uguale fino a Madre. La divisione è puramente cronologica o si possono individuare anche scarti tematici tra i due libri?
«Non direi che nelle tematiche ci siano divisioni di sorta, Rhu, Siamo asini o pedanti?, Bonifica, I Refrattari e gli altri testi del primo volume raccontavano una certa Italia, magari con un focus più regionale, mentre la tematica italiana nel secondo volume prende uno sguardo più nazionale. Però poi testi come Pantani, Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi o Va pensiero, nel secondo volume, sono pieni di tematiche etiche, politiche, di indignazione e di una ricerca nel mettere insieme cuore e ragione per provare a stimolare la comunità, come succede negli scritti del primo libro. Quindi direi che, nelle loro diversità, tendo a vederli tutti legati a delle ossessioni mai sparite ma piuttosto trasformate nel tempo. Sicuramente Dante è un elemento molto presente, anche solo come fantasma, in quasi tutti i testi che ho scritto, per una citazione, un mezzo verso, un’allusione».
Definisci sempre i testi in modi diversi con dei sottotitoli, tipo “farsa filosofica”, “drammetto edificante”, “favola patriottica” e così via. Sembra proprio un rimarcare che non hai schemi, che il testo passa dall’oralità per arrivare allo spettacolo senza esserne il fondamento assoluto.
«Il fatto è che ogni volta c’è un assillo nuovo e ogni volta ci sono anche interpreti nuovi, sebbene Ermanna sia il filo rosso di tanti testi. E proprio Ermanna è fondamentale per la nascita degli spettacoli, non a caso nel primo volume compare insieme a me sulla copertina. Io sono, sì, l’autore della drammaturgia, però l’ideazione, che è un concetto cardine, è sempre anche sua. Prima di tutto io e lei ragioniamo su quella che sarà la prossima mossa, di cosa dobbiamo trattare. Mi ricordo, ad esempio, che volevamo mettere in scena L’anima buona di Sezuan di Brecht, ci abbiamo pensato per sei mesi e poi è invece nato Pantani. Sono processi bislacchi quelli dell’ideazione, come quando il gatto pesta con le zampe per trovare la posizione, ecco l’ideazione è un po’ così, si va avanti, cerchi un’idea, non sei convinto, e a un certo punto succede qualcosa. Con Pantani più che mettere in scena Brecht abbiamo scritto il nostro Brecht, in un qualche modo. I sottotitoli sono poi un piacere, una gioia trovarli ogni volta, sono essi stessi un titolo alla fine, hanno una loro valenza, non sono neutri, non indicano un genere, sono delle immagini. “Drammetto edificante”, che citavi, per I Refrattari, ha a che fare sia con i mattoni, quindi l’edificare, ma dall’altra parte c’è anche l’idea dell’edificante come aggettivo, della possibilità di riflettere su quei mattoni refrattari. Mi diverto sempre molto a trovare il sottotitolo».
I tuoi testi si potrebbero definire politici, in quanto raccontano l’Italia e la realtà prendendo posizione, aggredendo pregiudizi e stereotipi e provando a stimolare lo spettatore con la potenza del pensiero, ma ancor più sono politttttttici, con sette t (un termine coniato da Martinelli stesso negli anni ’80, ndr), ossia scevri dagli schemi ideologici.
«L’ideologia parte da una presunzione di chi scrive, quella di possedere una verità e quindi di comunicarla con l’arroganza di chi ha la verità in mano. Ma se vivi il teatro – una delle poche trincee di umanità rimaste – come una liturgia nel senso etimologico, cioè “azione di popolo”, in cui quindi non c’entrano le fedi precostituite, è un’azione sacra, è un guardarci tutti negli occhi, guardare le nostre pecche, i nostri mali, ma guardare anche il nostro desiderio di altro, di superare questo “legno storto”, come Kant chiamava l’umanità. C’è sempre il desiderio, il sogno di poterlo raddrizzare, questo legno storto, soprattutto in tempi come questi. Che poi i tempi erano così anche quando scrivevo Ruh. Romagna più Africa uguale, nel 1988, il mondo era pieno di guerre. Adesso ce ne rendiamo conto perché le bombe ci cadono vicino a casa ma trenta, quarant’anni fa era la stessa cosa, l’ingiustizia del mondo era altrettanto radicale e noi, nel nostro piccolo di trentenni, sentivamo che bisognava misurarsi anche con quello e non solo con questa sorta di oasi europea. Dunque, sì, il politttttttico, con sette t, è un tentativo di dire, in poesia, la nostra condizione di esseri umani, che non rinunciano a interrogarsi su quello che sono, proprio nonostante la caduta delle ideologie, e credo che la politica sia esattamente questo, interrogarsi e agire di conseguenza».
Trovo la tua scrittura allo stesso tempo lineare, niente affatto ostica ma complessissima, e vedendo i tuoi spettacoli e leggendo i tuoi testi io ho sempre avuto in mente questa immagine: come entrare in un ascensore da edificio di lusso, con la moquette e la musichetta lounge in sottofondo e poi di botto sprofondare nel vuoto a velocità folle. Che tipo di lavoro c’è dietro a ciò?
«In quest’immagine mi ci riconosco completamente. Si lavora ogni giorno, dalle prime righe scritte a quelle di oggi, dopo oltre quarant’anni. È importantissimo il macerarsi continuamente nella scrittura, dall’altra parte però è anche vero che l’immagine dell’ascensore è un po’ come mi batte il cuore, come mi circola il sangue nell’organismo, e quello è un qualcosa che tutto sommato non ho scelto, mi sono trovato a essere così. Che poi, una volta che l’ascensore è arrivato all’inferno, in fondo alla caduta, non riesco mai a chiudere i testi lì. In un senso dantesco, dalla selva oscura comunque una via misteriosa per uscire c’è sempre, non possiamo non crederci, e già il fatto di crederlo fa apparire l’uscita, la luce, il ritornare su».
Ci sono novità in arrivo, altri libri, film?
«Te lo dico in anteprima assoluta, presto uscirà il mio primo romanzo, storico, che si intitola Pietra, acqua, sogno. Vita di Francesco Borromini e sarà pubblicato da Ponte alle Grazie entro l’anno. Sto poi lavorando sul film Madre, abbiamo già fatto le riprese e come gli altri film è una reinvenzione assoluta del testo teatrale omonimo, lo dovremmo presentare in novembre al FilmMakerFest di Milano».

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