Il Paese dove non si muore mai: dalla fiaba di Italo Calvino nasce il nuovo spettacolo per ragazzi del sodalizio afro-romagnolo Kër Théâtre Mandiaye N’diaye, teatro Caverna e Teatro delle Albe. Dopo il grande successo da cinquecento repliche di Thioro, un cappuccetto rosso senegalese, la collaborazione che ebbe inizio tra le Albe e Mandiaye N’diaye oltre 30 anni fa continua a portare sui palchi di Italia e Senegal le grandi fiabe di un tempo. Al teatro Rasi da giovedì 9 aprile a domenica 12 aprile (qui orari e info utili sui biglietti).
Abbiamo intervistato Moussa N’diaye, coprotagonista e figlio di Mandiaye, l’indimenticato attore senegalese che ha contribuito a creare il primo legame tra Albe e Senegal.
Come nasce l’idea dello spettacolo?
«Segue il filone di Thioro, che nacque per rilanciare il teatro afro-romagnolo dopo la scomparsa di mio padre nel 2014. Siamo stati ispirati dalle fiabe italiane e volevamo continuare a percorrere questo ponte. Abbiamo scelto come fondamenta le fiabe perché in Senegal la tradizione orale, di narrazione e racconto ai piccoli, è profondamente radicata, e abbiamo scelto Calvino perché è uno dei più grandi scrittori di fiabe italiani. In particolare è stata Alice Cottifogli, la protagonista, a consigliare Il Paese dove non si muore mai, e abbiamo pensato di adattare la storia all’Africa, raccontando l’incontro tra la giovane e i griot nella savana, riscrivendo lo sfondo europeo che la fiaba aveva inizialmente».
Qual è la storia di questa collaborazione tra Ravenna e Senegal e come sta proseguendo?
«Mio padre era venuto in Italia a fine anni ‘80 per giocare a calcio, ma si rese conto dopo non molto che era molto difficile. Si trovò quindi a vivere come un migrante “normale”, nel frattempo il Teatro delle Albe (in particolare Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Luigi Dadina, Marcella Nonni, ai tempi) volle sfidare la teoria di un geologo bolognese che spiegava come Africa e Romagna fossero un tempo unite. Le Albe decisero di reclutare per questo spettacolo attori africani, scesero a Rimini e incontrarono mio padre… Che mentì! Disse di essere un attore, quando in realtà non aveva mai fatto teatro in vita sua. Da lì si scopre il suo talento per il racconto, il progetto prosegue e la compagnia gli chiede di entrare in maniera stabile. Nacquero tante opere dal sodalizio, fino al 2014, quando Mandiaye è venuto a mancare. Dal 2004 aveva avviato un progetto nel villaggio senegalese di Diol Kadd, seguendo la linea delle Albe, del coro e della partecipazione. Lo costruì secondo l’idea delle 3 T – Terra, Teatro e Turismo – tre elementi capaci di unire mondi lontani. Oggi il lavoro di cooperazione con le Albe continua, tra Senegal e Italia, unendo altre compagnie, associazioni culturali e istituzioni internazionali».
Qual è il rapporto che si ha con le storie in Senegal? Quali sono le differenze rispetto all’Italia?
«Io di grosse differenze non ne trovo, le storie e i racconti sono materia universale, un’unica via mediante la quale le persone possono venirsi incontro. Ci saranno sempre usanze e costumi diversi senza dubbio, ma trovo grandi similitudini generali nel racconto, facciamo spesso fatica a notarlo ma se ci lavorassimo capiremmo che in fin dei conti siamo gli stessi, da una parte o dall’altra. Questo lavoro lo abbiamo presentato anche in Senegal, ci sono state reazioni diverse dal pubblico: là la morte viene percepita come un qualcosa di naturale, che è dentro di noi, qui è un dramma, mette una paura diversa. La differenza sta nella maniera di accoglierlo, ma sono sicuro che il sentimento sia lo stesso».
E invece le similitudini e le differenze tra il teatro in Senegal e quello in Italia?
«Il Senegal ha una tradizione narrativa mischiata a canti e danze, ci piace il ritmo, una partecipazione fisica alla messa in scena, il pubblico apprezza molto quando dal palco si arriva alla platea non solo con le parole ma anche con il movimento. Qui in Italia invece la narrazione è molto tecnica, occorre stare attenti allo spettatore, parlargli in prima persona e condurlo in un viaggio, se no lo perdi. Là si cerca un ritmo, qui un dialogo».
In ultima analisi, come credi che il teatro e la narrazione orale possano sopravvivere nell’età dell’Intelligenza Artificiale?
«L’AI è sicuramente un fattore da tenere in considerazione, l’influenza che ha sulla gente, la capacità di catturare i molti, ma credo che finché si racconta qualcosa che è in vita, a degli spettatori in vita, con un corpo e una voce vivi, rimarrà sempre spazio per il teatro e la narrazione».



