Il monte ore totale di cassa integrazione (Cig) in provincia di Ravenna è sceso da 3,96 milioni nel 2024 a 3,18 nel 2025, ma la cassa integrazione straordinaria (Cigs) è triplicata, passando dalle 419mila ore del 2024 a una quota che nel 2025 ha superato la soglia di 1,3 milioni di ore. Sono dati resi noti da Cisl Romagna.
«Questo picco della Cigs – si legge in un comunicato – certifica che le difficoltà del polo industriale ravennate sono passate da una gestione legata a rallentamenti ciclici, come quelli che avevano portato al record di 831.608 ore complessive nel solo mese di luglio 2024, a crisi aziendali di natura complessa e strutturale. La triplicazione della straordinaria rappresenta l’indicatore più chiaro di una riorganizzazione industriale profonda che sta interessando i siti produttivi della provincia».
L’analisi dei flussi relativi agli ammortizzatori sociali nelle tre province della Romagna delinea un panorama economico in profonda trasformazione. I dati elaborati dall’Osservatorio Cisl Romagna evidenziano come il passaggio dal 2024 al 2025 non sia stato caratterizzato da una semplice variazione dei volumi, ma da una mutazione della tipologia di assistenza richiesta dalle imprese. Complessivamente, le ore autorizzate nel territorio romagnolo sono passate dalle 14.129.434 del 2024 alle 12.222.468 del 2025, segnando una flessione aggregata del 13,5 percento. «L’incremento rilevante della cassa straordinaria è un segnale di criticità che si stanno spostando da una dimensione temporanea a una strutturale».
In conclusione, il bilancio del biennio evidenzia che, pur a fronte di un calo delle ore complessive a Ravenna e Rimini, la “qualità” dell’intervento sociale è peggiorata. «L’industria romagnola è in una fase estremamente delicata – afferma il segretario generale Cisl Romagna, Francesco Marinelli –. La flessione del 13,5 percento delle ore totali non deve trarre in inganno: non siamo di fronte a una ripresa, ma al sintomo di una pericolosa mutazione della crisi. Siamo passati da rallentamenti ciclici a una vera e propria ristrutturazione del sistema produttivo. Casi come quello di Ravenna, dove la cassa integrazione straordinaria è triplicata, o la sofferenza cronica del calzaturiero nel Rubicone e della metalmeccanica, confermano che le imprese affrontano nodi strutturali che non si risolveranno in tempi brevi. Dietro questi numeri vivono persone e famiglie la cui stabilità è a rischio. Ogni ora di integrazione salariale si traduce in una perdita di potere d’acquisto e in un’incertezza che logora il quotidiano di migliaia di lavoratori. Non possiamo permettere che il welfare diventi una condizione cronica o, peggio, l’anticamera della chiusura definitiva delle fabbriche. In questo scenario, l’assistenza non può più essere un semplice sussidio passivo, ma deve evolversi in un ponte dinamico verso il futuro. In quest’ottica, la riqualificazione professionale e la formazione continua non sono più semplici opzioni, ma rappresentano l’unico binario reale per gestire la transizione industriale. Dobbiamo investire con decisione sulle politiche attive, guidando il transito dei lavoratori tra i vari comparti per evitare che le crisi aziendali sfocino in un dramma sociale permanente».
Cisl Romagna chiede che i piani industriali siano vincolanti e legati a investimenti certi che guardino oltre l’emergenza: «È fondamentale che la formazione diventi un pilastro obbligatorio durante i periodi di sospensione, trasformando le ore di fermo in opportunità di crescita professionale. Serve un patto per il lavoro che metta in rete istituzioni e imprese per gestire i flussi occupazionali, affinché nessuno sia lasciato solo in questo cambiamento. La nostra priorità resta la tutela del reddito delle famiglie, un obiettivo che si raggiunge solo rigenerando il tessuto industriale e trattenendo valore e competenze nel nostro territorio».



