sabato
28 Febbraio 2026
Ambiente

Seconda fase per lo stoccaggio di Co2. Tra risparmi (per Eni) e impatto ambientale

Si tratta del primo impianto di questo genere in Italia e a regime sarà il più grande nel Mediterraneo. Quelli esistenti sono sottoperformanti o falliti per mancanza di clienti: a breve le rinnovabili saranno più convenienti

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Il Ccs di Ravenna sta per entrare nella sua seconda fase operativa. La sigla sta per “Carbon Capture and Storage”, cioè cattura e stoccaggio di anidride carbonica (CO2), uno dei gas più climalteranti prodotti dalle attività industriali. L’impianto serve a ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera, catturandola prima che esca dalle ciminiere per sotterrarla nei giacimenti esauriti di metano al largo della costa ravennate, a 3mila metri di profondità. Progettato e costruito in joint venture da Eni e Snam, le due maggiori aziende italiane a controllo pubblico nel settore dell’energia fossile, il Ccs di Ravenna è il primo impianto di questo genere in Italia ed è stato attivato a settembre 2024 per la sua fase pilota, che prevede di stoccare 25mila tonnellate annue di anidride carbonica emesse dalla centrale Eni di trattamento del gas naturale a Casal Borsetti. Secondo Eni il livello di abbattimento della centrale sarà superiore al 90%. La CO2 sarà sotterrata in corrispondenza della piattaforma dismessa Porto Corsini mare ovest.

4 milioni di tonnellate di CO2 da stoccare entro 4 anni (ma poi saranno 16 milioni)

Re Common Ravenna Mappa 2 1
Elaborazione a cura di Gabriel Vigorito/ReCommon

Il completamento della seconda fase (denominata Ccs Pianura Padana) è pianificato per il 2030 e prevede che l’impianto raccolga fino a 4 milioni di tonnellate all’anno di CO2 provenienti dai distretti industriali di Ravenna e Ferrara, da collegare tramite 80 km di condutture. L’anidride carbonica arriverà alla centrale di Casal Borsetti, dove sarà liquefatta, trasportata al largo di Porto Corsini e da lì iniettata nel sottosuolo. A inizio febbraio è stata rilasciata la valutazione ambientale positiva per installare l’infrastruttura; ma per poter avviare i lavori si dovrà attendere l’autorizzazione unica, il cui iter deve concludersi per legge entro sei mesi. Dunque è presumibile che la posa dei tubi partirà a fine 2026.

75 km delle nuove condotte serviranno per il collegamento al polo ferrarese e 5 km per quello al polo ravennate, che sfrutterà anche 14 km di gasdotto pre-esistente e riconvertito allo scopo. Entrambe le reti saranno dotate di una stazione di lancio e una di ricevimento. Una volta terminati i lavori partirà la terza e ultima fase denominata Callisto, con i collegamenti al resto della regione e fino a Marghera in Veneto e alla Francia, grazie al coinvolgimento dell’azienda Air Liquide. La CO2 arriverà anche a bordo di navi, treni e autobotti. Il piano di Eni e Snam è arrivare a 16 milioni di tonnellate annue da interrare in altri giacimenti esauriti al largo di Ravenna. Si tratterà del maggiore sito di stoccaggio nel Mediterraneo.

Mettere l’anidride carbonica sotto al tappeto e “riciclare” le piattaforme offshore

Il progetto è di natura commerciale. Oltre che per l’utilizzo diretto da parte di Eni, l’infrastruttura è stata pensata per essere messa a disposizione di altre aziende che hanno necessità di abbattere le loro emissioni. In particolare il Ccs serve ad assorbire l’anidride carbonica prodotta dai settori industriali considerati difficili da convertire all’energia pulita (hard-to-abate), come per esempio i cementifici, la siderurgia e la petrolchimica. Le aziende potenzialmente interessate dal progetto sono oltre 700 in Italia.

Lo stoccaggio di CO2 rientra tra le strategie di decarbonizzazione promosse dall’Ue e dal ministero dell’Ambiente per rispettare l’Accordo di Parigi sulla neutralità climatica entro il 2050; per questo il Ccs di Ravenna è stato favorito e sovvenzionato dallo Stato. Tuttavia non si tratta propriamente di decarbonizzare, bensì di continuare a inquinare ma sotterrando le emissioni. Si è scelto di metterle nel sottosuolo al largo di Ravenna perché lì ci sono molti giacimenti di metano esauriti o in via di esaurimento, con la capacità di accogliere 500 milioni di tonnellate di CO2 secondo Eni e Snam. Così facendo il cane a sei zampe eviterà di smantellare le sue piattaforme offshore, come prevede la legge italiana una volta terminata l’attività estrattiva. Secondo una stima di Enrico Gagliano, docente di diritto dell’energia all’Università di Teramo, il mancato smontaggio delle piattaforme comporterà un risparmio di 3,15 miliardi di euro per Eni.

I costi (e i bilanci di quelli già in funzione)

Per quanto riguarda i costi del Ccs, attualmente quello complessivo per le tre fasi della filiera (cattura, trasporto e stoccaggio) ammonta a 87 euro per tonnellata di CO2, ma è destinato a salire. Lo studio sul Ccs condotto da The European House – Ambrosetti per conto di Eni e Snam stima che arriverà a 123 euro/tonnellata nel 2030 e 200 euro nel 2050.
Seppellire 300 milioni di tonnellate nei giacimenti di gas esauriti a largo di Ravenna avrà dunque un costo di oltre 30 miliardi di euro. Ad oggi si tratta di un prezzo più conveniente rispetto a evitare di produrre la stessa quantità di CO2 convertendo i settori hard-to-abate al solare e all’eolico; tuttavia le proiezioni dell’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) affermano che negli anni il Ccs diventerà sempre più costoso, mentre le energie pulite saranno sempre più economiche ed efficienti anche per le industrie ultra-inquinanti.
Inoltre uno studio pubblicato nel 2022 dall’Institute for energy economics and financial analysis ha rivelato che «10 tra i 13 maggiori impianti Ccs al mondo sono ampiamente sottoperformanti o sono falliti». Situati in Usa, Australia e Medio Oriente, attualmente operano tra il 10 e il 60 percento della loro capacità a causa della mancanza di clienti.

I rischi per la sicurezza e la salute

Oltre al costo economico bisogna tenere conto dei rischi ambientali. In occasione dell’avvio del progetto, l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi aveva dichiarato che «la cattura e lo stoccaggio della CO2 è una pratica efficace e sicura per abbattere le emissioni delle industrie energivore le cui attività non sono elettrificabili». Non la pensano così gli ambientalisti: l’associazione ReCommon, nel suo report “La falsa soluzione di Ravenna”, afferma che il Ccs «andrebbe a incidere su un territorio dove sono presenti diverse aree Natura 2000 di pregio naturalistico e alta biodiversità», peraltro in una zona «caratterizzata da un rischio sismico medio-alto, con possibilità che si verifichino forti terremoti che potrebbero provocare gravi danni alle tubazioni».
A febbraio 2020 l’intera popolazione di Satartia nel Mississippi (Usa) ha dovuto evacuare a causa della rottura di un gasdotto per il trasporto di anidride carbonica. Lo stesso potrebbe succedere agli abitanti di Alfonsine o Pontelagoscuro (Ferrara) che si troveranno a pochi metri dalle condutture.

Con una concentrazione del 4% nell’atmosfera, la CO2 provoca una serie di effetti sull’uomo che vanno dall’intossicazione alla perdita di coscienza e al coma, fino alla morte. Ancora peggio se venisse dispersa in mare, facendo impennare l’acidità dell’Adriatico con conseguenze devastanti per l’intero ecosistema. Secondo ReCommon, «posare a terra centinaia di chilometri di condutture che trasportano CO2 vuol dire vincolare qualsiasi decisione futura sulla gestione del territorio alla tutela e sicurezza di queste infrastrutture». Ad oggi non risultano valutazioni degli impatti ambientali futuri per questa tecnologia ancora recente e dai rischi sconosciuti, né appositi protocolli medici e di sicurezza da far scattare in caso di incidente.

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