lunedì
16 Febbraio 2026
Approfondimenti

Il calore oltre la manopola in cucina: un’energia che si muove e si disperde

Cucinare non significa semplicemente “scaldare” e la cottura non coincide con una temperatura

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In cucina si parla spesso di calore come se fosse un comando semplice: alzare, abbassare, spegnere. Ma il calore non è una manopola, è energia che si muove, si trasferisce, si disperde. E la cottura non coincide con la temperatura della fiamma, bensì con il modo in cui quell’energia arriva al cibo e lo attraversa.
Cuocere non significa quindi “scaldare”, ma trasferire energia e, soprattutto, farlo in modo controllato: ciò che conta davvero non è la fonte di calore, bensì il percorso che il calore compie fino al cuore dell’alimento e quanto tempo che impiega per farlo. Ancora, non tutti gli ingredienti reagiscono allo stesso modo al flusso di calore. A parità di fiamma e di tempo, ciò che cambia è la capacità dell’alimento di assorbire, accumulare e redistribuire energia. È qui che entrano in gioco fattori spesso trascurati: la massa, la forma, la composizione e, soprattutto, il contenuto d’acqua. Un alimento molto idratato ha una capacità termica elevata: può assorbire molta energia senza aumentare rapidamente di temperatura. È il motivo per cui verdure, legumi o carni fresche impiegano più tempo a “entrare in temperatura” rispetto a un impasto secco o a un alimento disidratato. Gran parte del calore iniziale viene infatti assorbita dall’acqua e utilizzata per mantenerla allo stato liquido, rallentando l’aumento termico del sistema.
Poi, anche la geometria conta: un alimento spesso o compatto oppone maggiore resistenza al passaggio del calore verso il centro rispetto ad uno sottile o porzionato. Tagliare non è quindi solo una scelta estetica o pratica, ma una vera operazione di ingegneria termica: ridurre lo spessore significa accorciare il percorso del calore e rendere la cot- tura più prevedibile. È per questo che non esiste una temperatura “giusta” in assoluto, ma una temperatura adeguata a quella specifica materia prima, alla sua struttura e al risultato desiderato. Ignorare queste differenze porta a compensare con tempi più lunghi o fiamme più aggressive, aumentando il rischio di cotture disomogenee e sprechi energetici.
Passando ora alla fisica del calore, dal punto di vista scientifico, questo si trasferisce secondo tre modalità fondamentali: conduzione, convezione e irraggiamento. Queste, in cucina, non agiscono mai isolate, ma una prevale sempre sulle altre, determinando il risultato finale.
La conduzione è il trasferimento diretto di energia per contatto. Avviene quando un alimento tocca una superficie calda: una padella, una piastra, una teglia. È rapida ed efficiente, ma poco indulgente: se la superficie non è alla giusta temperatura, l’alimento rilascia acqua, le proteine aderiscono al metallo e il risultato è ciò che comunemente chiamiamo “attaccarsi”. Non è un difetto del cibo, ma una conduzione mal gestita.
Poi c’è la convezione che avviene attraverso un fluido in movimento, come aria o acqua. È il meccanismo dominante nel forno, nella bollitura e nella cottura a vapore. Qui il calore arriva in modo più graduale e uniforme, ma con una minore intensità locale. La velocità del fluido fa la differenza: aria ferma e aria ventilata non cuociono allo stesso modo, perché cambia la quantità di energia trasferita nel tempo.
Infine, l’irraggiamento è il trasferimento di energia sotto forma di onde. Non ha bisogno di contatto né di un mezzo materiale. È il calore che arriva dalla brace, dal grill, dalla resistenza superiore del forno. È potente, immediato, selettivo. Colpisce la superficie, la modifica rapidamente, ma penetra poco. Per questo è efficace solo se inserito nel momento giusto del processo.
Nella pratica quotidiana questi tre meccanismi convivono. Una teglia in forno riceve calore per conduzione dal metallo, per convezione dall’aria calda e per irraggiamento dalle pareti. Cambiare posizione, temperatura o tempo significa alterare l’equilibrio tra questi contributi. È qui che la cucina diventa davvero un laboratorio: ogni scelta modifica il sistema.
Capire come si trasferisce il calore ha ricadute immediate anche sulla sostenibilità. Una cottura mal impostata allunga i tempi, aumenta i consumi energetici e spesso porta a rifare il piatto.
Al contrario, un trasferimento di calore efficiente riduce dispersioni, errori e sprechi. Preriscaldare correttamente, usare un coperchio, scegliere una superficie adatta non sono accorgimenti da “maniaci della cucina”, ma strategie energetiche.

L’uovo strapazzato perfetto
Sbattere leggermente un uovo. Scaldare una padella a fuoco medio-basso, aggiungere una piccola noce di burro (o di olio) e attendere che fonda senza sfrigolare. Versare l’uovo e mescolare continuamente, mantenendo il calore costante. Quando la massa inizia ad addensarsi, togliere la padella dal fuoco e continuare a mescolare per pochi secondi sfruttando il calore residuo. Cosa succede davvero: le proteine dell’uovo iniziano a coagulare intorno ai 62–65 °C e completano il processo poco sopra i 70 °C. Superata questa soglia, la rete proteica si contrae, espelle acqua e il risultato diventa asciutto e granuloso. Il punto non è “cuocere l’uovo”, ma fermarsi nel momento esatto in cui la struttura si forma senza collassare.

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Fiamma alta o fiamma giusta? La Maillard nel ragù
Nella rosolatura della carne per il ragù si sente spesso dire che “serve la fiamma alta”. In realtà, serve una superficie calda e stabile, non un apporto di calore violento. La reazione di Louis-Camille Maillard avviene indicativamente tra i 140 e i 165 °C e richiede una superficie relativamente asciutta. Se la fiamma è troppo alta, la carne rilascia rapidamente acqua: la temperatura superficiale crolla, l’energia viene spesa per evaporare il liquido e la reazione si interrompe. Il risultato è una carne grigia, non rosolata, con aromi poco complessi. Una fiamma moderata ma costante, invece, permette all’acqua di evaporare gradualmente e alla superficie di raggiungere e mantenere la soglia utile alla Maillard. È qui che si formano le molecole aromatiche che daranno profondità al ragù, anche dopo ore di cottura. Il passaggio successivo poi, l’aggiunta delle verdure, è altrettanto critico: cipolla, sedano e carota reintroducono acqua nel sistema e abbassano nuovamente la temperatura. Se inserite troppo presto o a fiamma ancora alta, diluiscono e bloccano le reazioni appena avviate. Attendere quindi che la carne abbia completato la rosolatura e abbassare il calore consente alle verdure di stufare per convezione, senza bruciare gli zuccheri superficiali né “lavare via” gli aromi formati.
Nel ragù, infatti, la sequenza conta quanto gli ingredienti: prima una Maillard controllata, poi una cottura umida e lenta. Non è tradizione contro scienza. È la scienza che spiega perché la tradizione funziona.

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