venerdì
20 Marzo 2026
Enologia

Vinitaly, ecco com’è andata alla fiera di Verona dedicata ai vini italiani

Il nostro viaggio tra i 21 padiglioni

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Si potrebbe dire che Vinitaly non abbia bisogno di presentazioni, ma faccio un’eccezione: vi presento Vinitaly 2025. La fiera è composta da 21 padiglioni di grandezza variabile (ma molto grandi) dove in ognuno risiede una o più regioni, a seconda della sua grandezza, visto che potete immaginare che la Basilicata non può contenere le stesse cantine del Piemonte.

C’è una sezione dedicata ai vini esteri, alle birre, al cosiddetto “mixology” (i cocktail, per intenderci), e una serie di iniziative non sempre a tema unico. Per esempio, compreso nel biglietto d’ingresso (costoso, ma è davvero un’esperienza) si può assistere a una Degustazione Olio Extravergine d’Oliva, a cura di Fondazione Evoo School, dove un preparatissimo relatore ci aiuta a gettare le basi sia sulla conoscenza di questa eccellenza italiana, sia sulla sua storia a partire dall’oliva stessa. Un’ora volata e ricchissima di spunti e di domande che si sarebbero volute fare.

A quel punto, considerando che il fegato è uno solo, il visitatore di Vinitaly, una volta completata una passeggiata esplorativa, deve darsi uno scopo. Il mio obiettivo era doppio, e tutto incentrato sulle piccole realtà, sia a livello vinicolo, sia a livello geografico. Sono piuttosto convinto che i vostri ultimi cinque assaggi saranno stati di vini provenienti dalle principali regioni produttrici, azzardo (escludendo la nostra, ottima, regione) Toscana, Friuli, Trentino, Veneto e Lombardia. Se vi siete dati una concessione al sud, direi Sicilia o Puglia.

Quindi il mio “viaggio” si è diretto su due regioni il cui territorio ha potenzialità enormi, quali Calabria e Sardegna, prediligendo l’assaggio di vini bianchi, per il semplice e opinabile motivo che i rossi preferisco abbinarli a un pasto corposo. Un vino bianco calabrese buonissimo si chiama Pecorello, e non è da confondere con l’adriatico (Marche e Abruzzo) Pecorino, nonostante il nome dai richiami ovini. La cantina più famosa che lo produce si chiama Ippolito, è molto grande e valida e potete trovare le sue bottiglie anche a Ravenna, quindi ho cercato qualcosa di inedito per il mio palato, e ho trovato la  Sposato Vineyard, sita nel cosentino, fondata appena nel 2023, da uve site a 120 metri di altezza e che  produce appena 18 mila bottiglie (per farvi un esempio, Antinori è a quota di quasi due milioni) ad altezze di 500 metri sul mare.

Un piacere scoprire nuove realtà e assaggiare un vino ricco di profumi al naso e note di piacevolissima frutta al palato (non entro troppo nel tecnico, tanto non lo state bevendo); meno piacevole sapere che per queste aziende non è facile imporsi sul mercato nonostante abbiano prodotti eccellenti. Grande accoglienza e ospitalità ricevuta dalle cantine Chimento e Ferraro, con vini dal palato freschissimo e ricchi di sapori originali e davvero unici.

Calabria promossa a pieni voti, così come la Sardegna, terra di Vermentino (che trovate anche sulle rive toscane e liguri) e Nuragus, un vino bianco che caratterizza la nostra amatissima isola meta di turismo ma ancora poco conosciuta dal punto di vista enologico.
I due nomi per questi due vini sono quello di una piccola produttrice (30 mila bottiglie) di nome Antonella Corda, che ritroveremo in autunno alla mostra mercato Fivi a Bologna, e che si presenta sul suo sito così: “la storia della Cantina Antonella Corda non può prescindere da quella della sua fondatrice. Un’infanzia vissuta tra le vigne, una famiglia di viticoltori da generazioni, una madre che le trasmette l’amore per la terra e un padre che le insegna la passione per il lavoro. Antonella eredita nel 2010 la tradizione di famiglia e prende le redini dell’azienda, trasformandola in un grande progetto, innovativo rispetto al suo passato: dar vita ad una boutique winery capace di produrre vini sardi pregiati per rappresentare nel mondo la terra di Serdiana”.

La seconda cantina è più grande (80 mila), ma sempre “piccola” (under 100 mila sono piccole) che di nome fa La Giara e che è una cantina sociale, come tantissime che trovate da noi. Come si può leggere dalla loro pagina, “la Cantina sorge nella sub-regione sarda della Marmilla, a circa 300 metri sul livello del mare, nella vallata tra l’Altipiano della Giara e la sponda orientale del massiccio vulcanico del monte Arci. I vigneti dei Soci si estendono in un raggio di circa 25 chilometri in territori che si distinguono per notevoli varietà e tipologie”.

Il viaggio non finisce qui: sono stati provati i vini dealcolati e il sapore è ancora sinceramente ostico, anche se i produttori sono stati squisiti (più del vino) nel raccontare la loro storia, i vini conservati sott’acqua e dire che siamo di Ravenna ha scatenato il loro entusiasmo perché, ne eravamo a conoscenza, ci sono vini conservati nel relitto del Paguro, che meritano un assaggio. Passeggiando qua e là scopriamo che il Lugana è un vino non così profumato ed espressione di una terra, Sirmione, conosciuta per motivi prettamente turistici. Scopriamo moltissime curiosità che per alimentare la vostra vi rimandiamo all’edizione 2026!

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