giovedì
12 Marzo 2026

Chiara Ruffini è la nuova presidente dell’ordine dei Commercialisti di Ravenna

Chiara Ruffini è la nuova presidente del consiglio dell’Ordine dottori commercialisti ed esperti contabili della provincia di Ravenna. Si tratta della prima presidente donna dall’unificazione degli ordini, in carica dal 3 marzo per il quadriennio 2026-2030.

La presidente ha presentato un programma rivolto sia all’esterno che all’interno della categoria, specificando un’apertura verso le opportunità, necessità e sfide del territorio e un’interazione crescente tra professionisti, sia esperti che di nuova generazione.

La tornata elettorale ha rinnovato anche il restante corpo del consiglio, con vicepresidente Emanuela Dalmonte, segretario Davide Galli, tesoriere Valentina Valentini e consiglieri eletti Alessandro Brunelli, Gian Marco Grossi, Milena Montini, Andrea Piraccini, Silva Ricci, Antonio Santandrea, Maria Teresa Zironi.

Infine, è stato rinnovato anche il comitato pari opportunità dell’Ordine che sarà presieduto dal consigliere Valentina Valentini e formato da Alessandra Alboni, Georgia Baioni, Giulia Casadio, Alessandra Di Carlo, Giulia Ibra, Elisa Piombi Barnabè.

Tentano la truffa del “finto maresciallo” ai danni di un’anziana: bloccato un bonifico da 48mila euro

Riceve una chiamata da parte di un individuo che con voce rassicurante si presenta come un maresciallo e chiede con urgenza un bonifico da quasi 50 mila euro. Si tratta della truffa del “finto carabiniere”, tentata negli scorsi giorni ai danni di un’anziana di Solarolo e sventata dagli effettivi carabinieri della stazione locale.

La donna, contattata telefonicamente dal sedicente carabiniere e spinta dal timore e dalla fiducia nelle istituzioni, si è prontamente recata in banca per effettuare un versamento di 48 mila euro sulla prepagata del truffatore. Una volta conclusa la chiamata però, un dubbio l’avrebbe spinta a contattare la stazione locale dell’arma per chiedere conferma della ricezione del pagamento.

Comprendendo immediatamente la gravità della situazione e la natura fraudolenta della richiesta, i carabinieri si sono quindi precipitati nella filiale bancaria di Solarolo, riuscendo a bloccare l’invio del bonifico pochi istanti prima che la somma venisse definitivamente trasferita e resa irrecuperabile. Intanto, sono partite le indagini per risalire all’identità del truffatore e di eventuali complici.

«Un episodio come questo diventa l’occasione per ricordare ai cittadini che nessun carabiniere, né alcun appartenente alle forze dell’ordine o ad enti pubblici, richiede mai il versamento di denaro, la consegna di gioielli o codici di accesso a conti correnti per “chiudere pratiche” o assistere familiari in difficoltà – spiegano dal comando provinciale dei carabinieri -. In caso di dubbi, l’invito è di interrompere la conversazione e contattare immediatamente il numero di emergenza 112».

Alla Sala Ragazzini un dibattito all’americana per discutere di referendum

Il gruppo Light (Progetto di Solidarietà UE) e l’associazione Turbe Giovanili organizzano un “dibattito all’americana” per parlare del referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo.

L’appuntamento, aperto alla cittadinanza e a ingresso libero, è venerdì 13 marzo, nella Sala Ragazzini di Largo Firenze (ore 18). Il format prevede un confronto diretto con tempi serrati e domande incrociate, e vedrà contrapporsi da un lato due relatori per il sì, l’avvocato Alberto Ancarani e l’avvocato Giuseppe Pagliani, e due relatori per il no, l’avvocato Igor Gallonetto e il Preside Gianluca Dradi.

L’iniziativa nasce dalla volontà delle due realtà organizzatrici di promuovere la partecipazione attiva delle fasce giovanili alla “cosa pubblica”, L’obiettivo è fornire alla cittadinanza, e in particolare ai più giovani, gli strumenti per sviluppare una mentalità critica autonoma su un tema tecnico e fondamentale per l’assetto istituzionale del Paese.

Arresto, custodia, pena sospesa, recidiva: una guida alle parole della giustizia

Cosa c’è di vero e di falso nei tanti luoghi comuni sulla giustizia italiana? Perché si può essere arrestati ed essere liberi il giorno dopo? Davvero i giudici rovinano il lavoro delle forze dell’ordine rimettendo in libertà i criminali? Perché si può essere condannati ma non si va in carcere? Queste e tante altre domande sul sistema giudiziario spesso accendono il dibattito, non solo quello da bar ma anche nei salotti tv o nelle sedi istituzionali. Abbiamo provato a chiarire un po’ di dubbi “della pancia” parlando con Elena Valentini, professoressa associata di Procedura penale al dipartimento di Scienze giuridiche di Ravenna.

Professoressa, l’opinione pubblica resta particolarmente colpita quando la cronaca nera riporta episodi in cui gli autori erano già stati arrestati. La reazione più comune è il convincimento che le forze dell’ordine facciano il loro dovere e i giudici rimettano in libertà i delinquenti.
«La questione è oltremodo attuale, poiché esprime un luogo comune molto diffuso sui giudici: talmente diffuso e talmente in grado di fare presa sull’opinione pubblica da essere stato utilizzato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una conferenza stampa rilasciata all’inizio dell’anno.
Il punto di partenza deve essere la distinzione tra pena, custodia cautelare e arresto.
La pena è quella che si applica solo all’esito del processo, e dunque solo dopo che la sentenza di condanna è diventata irrevocabile, una volta esauriti i tre gradi di giudizio previsti dall’ordinamento.
L’arresto opera invece all’inizio del procedimento, quando la polizia coglie una persona in flagranza, e cioè nell’atto di compiere un delitto di una certa gravità, o comunque subito dopo, mentre si sta dando alla fuga. L’arresto viene comunemente definito come misura precautelare: la pronta cattura dell’indagato da parte della polizia serve infatti a consentire l’applicazione della custodia in carcere, che potrà essere disposta dal giudice su richiesta del pubblico ministero. Tuttavia, non è detto che un arresto operato dalla polizia sia sempre seguito dall’applicazione della custodia in carcere, le cui condizioni applicative non coincidono con quelle che legittimano l’arresto.
Le misure cautelari presuppongono infatti la sussistenza non solo di gravi indizi di colpevolezza, ma anche di almeno una fra queste esigenze cautelari: il pericolo di inquinamento delle prove, il rischio di fuga, il pericolo di commissione di reati dellastessa specie e con un certo grado di gravità.
In mancanza di uno di questi tre rischi, le misure cautelari non possono trovare applicazione. Ciò spiega come talvolta l’arresto possa non essere seguito dalla custodia in carcere. Non solo: tale specifica misura cautelare può essere applicata solo se si procede per un delitto punito con una pena massima non inferiore a cinque anni».

Che valutazioni fa il giudice per applicare o meno una misura cautelare?
«Può accadere che il giudice escluda la sussistenza delle tre esigenze cautelari, o comunque non ne ravvisi un’intensità tale da giustificare l’applicazione della custodia in carcere. Le ragioni possono essere le più varie. Nel momento in cui valuta i rischi cautelari, il giudice ancora non applica una pena, ma svolge una prognosi sul futuro comportamento della persona. Tale tipo di valutazione è di per sé altamente discrezionale, si svolge in condizioni di urgenza e sulla base di elementi probatori non ancora vagliate nel processo. In generale, non si dovrebbe mai dimenticare che l’imputato è considerato innocente fino alla sentenza definitiva di condanna, e che la custodia in carcere dovrebbe costituire l’eccezione.
Nonostante ciò, in Italia sono molti gli indagati a finire dietro le sbarre. Ma i media tendono a stigmatizzare il fenomeno opposto: infatti, fanno notizia e finiscono sui giornali quasi solo i casi in cui la prognosi del giudice si è rivelata ex post erronea e troppo generosa rispetto alla capacità di auto-contenimento dell’indagato».

La necessità di uno dei tre rischi per applicare il carcere prima della sentenza definitiva vale anche nei casi in cui in appello arriva una condanna che ribalta un’assoluzione in primo grado?
«Vale sempre lo stesso principio: la pena può essere scontata solo una volta che la sentenza di condanna sia divenuta irrevocabile. E dunque una volta definito non solo il primo grado di giudizio, ma anche quelli, eventuali, dell’appello e della cassazione. Quando l’imputato è ristretto in carcere o anche solo agli arresti domiciliari prima che la condanna sia definitiva, lo è perché il giudice ha ritenuto sussistenti i presupposti per applicare la custodia».

Gli accusati di omicidio molto spesso trascorrono il tempo delle indagini e del processo in custodia. Per loro esiste sempre almeno una di quelle tre condizioni?
«Come abbiamo detto, l’opinione pubblica tende erroneamente a sovrapporre la custodia cautelare alla pena. Questo fenomeno, e le connesse aspettative della collettività, finiscono inevitabilmente per condizionare il giudice nella valutazione delle esigenze cautelari, in particolare per quanto riguarda la verifica del rischio di reiterazione del reato. Per i delitti meno esposti mediaticamente, la pressione è senz’altro meno incisiva. Quanto al rischio di fuga, nel caso di delitti molto gravi esso tende ad essere considerato più concreto man mano che ci si avvicina alla definitività della sentenza».

Quando l’arrestato o imputato è straniero, magari da poco in Italia, non è inevitabile che ci sia un pericolo di fuga?
«La precarietà abitativa e la situazione di irregolarità sul territorio non possono, da soli, fondare una valutazione di sussistenza del rischio di fuga. Lo stesso vale per la presenza di legami familiari nel Paese d’origine, che potrebbe agevolare una fuga all’estero. Tuttavia, è innegabile come tutti questi elementi possano incidere, e anche molto significativamente, sulla valutazione del pericolo di fuga. Le condizioni di vita in cui spesso versa uno straniero irregolare possono poi assumere rilevanza anche per considerare il pericolo di reiterazione del reato, specie quando allo stato di clandestino corrisponde l’impossibilità di dimostrare di avere un lavoro regolare (e non in nero). Una persona che non è in grado di documentare un lavoro regolare non riesce neppure ad esibire di avere mezzi leciti di sussistenza: proprio per questo, essa viene spesso considerata più incline a delinquere».

Un reato commesso da qualcuno che era già stato arrestato e non trattenuto in carcere lascia la sensazione di un sistema che gira a vuoto…
«Tale fenomeno si verifica solo per reati di gravità medio-bassa. In generale, non si può sottovalutare l’effetto criminogeno del carcere, che vale per tutti: per chi entra in cella per la prima volta a 50 anni, ma ancora di più per i giovani. Bisogna assolutamente scongiurare il rischio che il carcere diventi il vivaio della criminalità. Anche per questo, è doveroso che il giudice mostri una certa fiducia nei confronti di un giovane. È lo stesso motivo per cui in casi di pene non particolarmente elevate si dovrebbe privilegiare l’espiazione fuori dal carcere con le cosiddette misure alternative. Purtroppo, fa notizia solo colui che torna a delinquere, ma non colui che, dopo essere stato rimesso in libertà, si astiene da ulteriori reati».

In caso di condanna, dalla pena viene sottratto il tempo eventualmente passato in custodia cautelare?
«Sì, tale meccanismo viene chiamato “scomputo del presofferto”. Per questo non sono così rari i casi in cui una persona viene condannata ma non entra in carcere se ha già trascorso un periodo in custodia».

Ci sono poi i casi in cui la condanna arriva, ma non viene eseguita perché a intervenire è la sospensione condizionale. E il cittadino si infuria…
«Nel caso di una condanna non superiore a due anni, e se la persona condannata non ha precedenti ostativi o appare meritevole di fiducia, il giudice può decidere di sospendere l’esecuzione della pena per un certo periodo, in cui il condannato non deve commettere altri reati. Non è un automatismo, è una decisione del giudice sul singolo caso. La decisione si basa su una valutazione complessiva del caso e della personalità del condannato. Se durante il periodo di prova il condannato si comporta correttamente, la pena non viene eseguita; in caso contrario, la sospensione verrà revocata.
Se il giudice lo ritiene, le pene sospese possono essere cumulate, e, fino a quando il cumulo non raggiunge i due anni, non si esegue la pena. Il principio, anche qui, è quello di cercare di portare meno gente possibile a vivere un’esperienza traumatica come il carcere».

Cos’è la recidiva e quando interviene?
«La recidiva è una circostanza aggravante che incide sulla quantificazione della pena: al momento della sentenza la pena è più alta se il condannato ha già commesso altri reati, anche a prescindere dall’intervallo di tempo trascorso. Esistono varie ipotesi di recidiva. Quella semplice si ha quando viene commesso un reato che non ha attinenza con quello precedente e l’aumento è fino a un terzo della pena. Quella reiterata, che subentra dal terzo reato, può comportare un aumento di pena fino a due terzi. Cioè una pena di un anno può trasformarsi in un anno e otto mesi».

C’è la convinzione che in carcere si vada poco perché si possa facilmente beneficiare di misure alternative.
«È provato che le misure alternative alla detenzione costituiscono uno degli strumenti più efficaci per scongiurare il rischio di recidiva. La loro applicazione, dunque, non solo risponde a un principio di umanità, ma ha ricadute assolutamente positive in primis per la società.
L’affidamento in prova ai servizi sociali è forse la misura più rilevante sul piano empirico, e di regola può essere concessa in relazione alle condanne fino a quattro anni. La decisione di concedere l’affidamento in prova spetta al tribunale di sorveglianza. Nel caso di processi con forte esposizione mediatica, al momento di decidere se accordare tale misura non si può escludere che i giudici possano risentire del giustizialismo diffuso nell’opinione pubblica».

Una condanna all’ergastolo equivale davvero a restare in carcere tutta la vita? Più in generale, come sono regolate la semilibertà e la libertà condizionale?
«In Italia l’ergastolo non è una pena fittizia: abbiamo circa 1.800-2.000 ergastolani su 60mila detenuti, con un trend delle sentenze che applicano il “fine pena mai” in leggero aumento (di circa l’1 percento all’anno). In generale, dire che chi prende l’ergastolo esce dopo pochi anni è falso: nel sistema italiano molti ergastolani restano in carcere anche più di cinquant’anni.
La semilibertà, che prevede la possibilità di uscire dal carcere ogni giorno per recarsi al lavoro (o per svolgere altre attività rieducative), si può ottenere una volta espiata metà della pena. Per l’ergastolo la soglia da raggiungere è indicata convenzionalmente in 20 anni.
La libertà condizionale è invece un istituto che consente al condannato, dopo aver scontato una cospicua parte della pena e dato prova di sicuro ravvedimento, di essere ammesso alla libertà prima della fine della pena, subordinatamente al rispetto di determinate condizioni per un periodo di prova. Se le condizioni vengono rispettate, la pena si considera estinta; in caso contrario, il beneficio è revocato.
Infine, la libertà anticipata è legata alla partecipazione all’opera di rieducazione: si può beneficiare di uno sconto di pena di 45 giorni ogni 6 mesi espiati».

È vero che le pene del nostro sistema giudiziario sono stroppo leggere?
«In generale, la tendenza da parte della legge è piuttosto quella di aumentare le pene, e certamente non di diminuirle. In particolare, ad ogni emergenza securitaria il legislatore interviene ampliando l’area del penalmente rilevante istituendo nuovi reati, oppure aumentando il quantum di pena applicabile rispetto a reati già previsti dall’ordinamento. Si tratta di un fenomeno ampiamente denunciato, e che può essere osservato anche solo considerando la grande frequenza con la quale vengono varati i cosiddetti decreti o pacchetti sicurezza. In proposito, bisogna anche specificare che questo estremo rigore punitivo è più facilmente riservato alla criminalità di strada; quantomeno nell’ultimo periodo, esso non viene viceversa riservato anche alla criminalità dei cosiddetti colletti bianchi».

Come valuta il recente pacchetto sicurezza approvato dal centrodestra?
«Il “decreto sicurezza” appena varato sposta in modo sensibile l’asse del sistema verso la prevenzione e l’ampliamento dei poteri di intervento, incidendo su diritti fondamentali come la libertà personale e la libertà di manifestazione. Tra le novità c’è il fermo preventivo fino a dodici ore, cioè la possibilità da parte delle forze dell’ordine di trattenere le persone sospette nelle ore precedenti alle manifestazioni ritenute a rischio, così da evitare in via preventiva che ci siano scontri. Invece, l’idea originaria di introdurre il cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine è stata opportunamente rivisitata. Tuttavia, per quanto la sua fisionomia sia stata edulcorata rispetto al progetto iniziale, la previsione di una disciplina differenziata per la trattazione delle notizie di reato a carico degli agenti di polizia rischia comunque di incrinare il principio di eguaglianza davanti alla legge».

Aumentare reati e pene è il modo giusto di affrontare la necessità di sicurezza?
«Mi ricollego a quanto detto prima rispetto all’importanza delle pene alternative, come pure delle misure risocializzanti in carcere, che tuttavia riescono a raggiungere solo una modesta porzione dei detenuti a causa delle condizioni di sovraffollamento degli istituti penitenziari. Il diritto al lavoro e il diritto allo studio, come pure il diritto all’affettività, dovrebbero essere tutelati in modo molto più robusto. Non solo per il benessere dei detenuti, ma anche per quello della società che dovrà riaccoglierli una volta che questi abbiano scontato la pena».

L’inasprimento delle pene non ha un effetto deterrente?
«L’efficacia deterrente è limitata se non è accompagnata da un aumento della certezza e della rapidità della sanzione; è semmai la probabilità di essere puniti, più che la gravità della pena, a incidere sui comportamenti».

Ha parlato di sovraffollamento. Eppure si sente dire “in carcere hanno anche la tv, è come stare in albergo”.
«Quello da lei così efficacemente sintetizzato è uno dei luoghi comuni più odiosi in materia di giustizia penale. Le condizioni in cui versano le carceri italiane sono allarmanti, e sono state più volte stigmatizzate da importanti organismi internazionali. Basti pensare, tra le altre cose, che nel 2013 la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione sistematica dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che punisce la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, a causa delle condizioni degli istituti di pena del nostro Paese e delle condizioni di sovraffollamento in cui i nostri detenuti sono costretti a trascorrere il loro tempo in carcere.
A distanza di 13 anni da quella storica sentenza, la situazione non è affatto migliorata. Così come è tragicamente dimostrato anche dall’elevato numero di persone che si tolgono la vita in carcere. Questa dovrebbe essere la reale emergenza, mentre purtroppo il dibattito in materia di giustizia penale è allo stato monopolizzato dal referendum sulla cosiddetta separazione delle carriere».

Quando un reato vede protagonista uno straniero, c’è la convinzione che avvenga perché in Italia le pene sono più lievi rispetto al Paese di origine. “Se lo facessimo noi al loro Paese…”
«Rispetto all’Italia e agli ordinamenti europei, in cui ad esempio la pena di morte è abolita e il sistema penale è fondato su codici moderni di ispirazione liberale, in numerosi Paesi la pena capitale è ancora prevista e applicata, e in alcuni casi è affiancata da punizioni corporali. Ciò detto, le ragioni che spingono persone provenienti da aree in cui le condizioni di vita sono più precarie rispetto a quelle del nostro Paese non possono certamente essere ricondotte alla volontà di queste persone di venire in Italia e in Europa per delinquere con maggior tranquillità. Le ragioni alla base delle alte percentuali di stranieri in carcere sono evidentemente altre. In tal senso, rileva non solo la loro condizione di marginalità sociale ed economica, che può più facilmente spingerli a commettere reati, ma soprattutto il fatto che gli stranieri irregolari riescono ad accedere a misure come gli arresti o la detenzione domiciliari molto più difficilmente, perché spesso non dispongono di un’abitazione. Da questo punto di vista, la legislazione in materia di immigrazione andrebbe modificata in senso meno punitivo, in particolare (anche se non solo) rispetto a persone che non è possibile rimpatriare. Queste persone sono spesso condannate a vivere sul nostro territorio in condizioni di clandestinità che le portano a sostenere un’ampia economia in nero e a divenire preda della criminalità organizzata, o, comunque, a vivere di espedienti oltre la legalità. Su questi fenomeni incide sicuramente anche la miope restrizione delle misure di accoglienza dei richiedenti asilo».

E arriviamo alla questione annosa della giustizia: com’è possibile che ci vogliano così tanti anni per arrivare a un verdetto definitivo?
«Rispetto agli altri Paesi, l’Italia è uno dei fanalini di coda quanto a durata media dei processi penali. L’irragionevole durata dei processi affligge infatti tanto la giustizia civile quanto quella penale. La questione nasce dalla impietosa sproporzione tra risorse e processi da celebrare. Sicuramente, la tendenza ad ampliare l’area del penalmente rilevante, e dunque a inserire nuovi reati, finisce per aumentare la mole dei processi da trattare. È un circolo vizioso. Negli anni, il legislatore ha cercato di introdurre strumenti deflattivi, ampliando l’ambito operativo di procedimenti speciali come patteggiamento, giudizio abbreviato, decreto penale di condanna, e introducendo altresì la sospensione del procedimento con messa alla prova (confinato a procedimenti per reati non particolarmente gravi).
Questi riti speciali hanno tutti natura premiale, poiché lo Stato concede benefici all’imputato che li sceglie in alternativa al giudizio ordinario, prevedendo una sorta di ricompensa in termini di sconto sulla pena per chi rinuncia al dibattimento. Tuttavia, la prospettiva della possibilità di lucrare la prescrizione del reato ha per lunghi anni impedito a queste procedure speciali di decollare pienamente sul piano empirico: l’imputato può infatti trovarli poco allettanti se pensa di poter ottenere un proscioglimento per prescrizione grazie ai tempi lunghi del giudizio ordinario.
Nell’ultimo periodo, soprattutto grazie alla sospensione del procedimento con messa alla prova, lo scenario è parzialmente cambiato: questo rito ha infatti dato buona prova di sé, contribuendo a ridurre il numero complessivo dei processi ordinari. Negli anni, soprattutto negli ultimi dieci, svariate riforme hanno anche circoscritto la possibilità di proporre appello, quantomeno in relazione a sentenze concernenti i reati meno gravi. Queste riforme, come pure altri interventi, cominciano a mostrare i propri risultati, sia pure in modo non omogeneo sul territorio nazionale. Ad oggi, il giudizio di cassazione ha visto i propri tempi medi ridursi in modo significativo. L’arretrato delle corti d’appello rimane invece tuttora molto consistente».

I cittadini di Porto Corsini lanciano una raccolta firme per il rifacimento di via Baiona e via Canale Magni

Cittadini, lavoratori e turisti di Porto Corsini lanciano una raccolta firme per la sistemazione delle vie Baiona e Via Canale Magni, con moduli disponibili in negozi e bar della frazione e, prossimamente, l’idea è quella di estendere la distribuzione anche nelle attività lavorative lungo il canale Candiano.

Nel 2027 è già in programma il rifacimento del tratto camionabile della Baiona e a breve dovrebbero iniziare i lavori per il tratto di via Canale Magni che si congiunge con la Romea, ma il gruppo cittadino chiede un intervento completo, che interessi anche i segmenti di strada non previsti dal piano originale.

«Siamo consapevoli dei progetti in partenza – scrivono in una nota diffusa alla stampa -. ma siamo anche consapevoli del fatto che ogni giorno su queste vie transitano mille camion e che con l’avvio della stagione il traffico aumenterà esponenzialmente. Chiediamo quindi all’Amministrazione Comunale di Ravenna che la Baiona venga sistemata sia nel tratto camionabile e non camionabile e che il rifacimento di via Canale Magni interessi tutta la strada, comprese tutte le rotonde fra le vie. Inoltre, chiediamo di date certe di fine lavori nei tratti interessati dai sensi unici alternati e un controllo regolare e rigoroso sui mezzi pesanti che transitano sul tratto di strada a loro precluso».

Fratelli d’Italia promuove un incontro a Cervia per parlare di sicurezza e referendum

Fratelli d’Italia promuove un incontro a Cervia per parlare di sicurezza della città e referendum del prossimo 22 e 23 marzo. L’appuntamento è giovedì 12 marzo (ore 18) in piazza XXV aprile e l’invito è aperto a tutta la cittadinanza.

Nel corso della serata interverranno Alberto Ferrero (Consigliere regionale FdI), Annalisa Pittalis (Segretaria comunale FdI) mentre la discussione dei temi principali sarà affidata all’esperto di sicurezza urbana Eros Zalambani e all’avvocato Patrizia Zaffagnini con le “Pillole di referendum”.

Ruba un monopattino e cinque cellulari ma viene fermato dai carabinieri mentre tenta la fuga in treno

Arriva a Faenza in treno e commette una serie di furti in centro cercando di dileguarsi a fine serata, ma viene fermato dai carabinieri della Stazione di Borgo Urbecco ancora sui binari.

Nella serata di domenica 8, i militari hanno arrestato un giovane di origini straniere, già noto alle Forze dell’Ordine, con l’accusa di furto. Appena arrivato in città, il ragazzo avrebbe messo a punto il primo colpo appena fuori dalla stazione, rubando un monopattino elettrico a un passante. Nonostante il tentativo di inseguimento da parte della vittima, il malvivente è riuscito a dileguarsi a bordo del mezzo, raggiungendo un noto centro polisportivo della zona.

Una volta dentro la struttura, si è introdotto negli spogliatoi e approfittando dell’assenza degli atleti ha sottratto cinque cellulari dai borsoni. Terminato il colpo ha fatto ritorno in stazione, attendendo il primo treno utile per allontanarsi dalla città. La sua fuga è stata però interrotta dal tempestivo intervento dei carabinieri che, grazie al dispositivo di localizzazione installato sul monopattino, hanno potuto individuare con precisione la posizione del ladro proprio mentre si trovava ancora nei pressi dei binari.

L’intera refurtiva è stata interamente recuperata e restituita ai legittimi proprietari. L’arrestato, dopo aver trascorso la notte nelle camere di sicurezza, verrà giudicato con rito direttissimo dal Tribunale di Ravenna.

Si parla di “progetti urbanistici” per Ravenna con l’architetto Emilio Rambelli

Oggi (lunedì 9 marzo) alle 18.30 alla Casa Matha di piazza Andrea Costa 3, in centro a Ravenna, l’associazione “Idea di Ravenna” organizza un incontro dedicato ai “progetti urbanistici per Ravenna”. Relatore sarà l’architetto ravennate Emilio Rambelli di Nuovostudio.

Un focus specifico sarà riservato al potenziale impatto positivo che interventi quali la realizzazione di nuove aree di parcheggio in prossimità del centro, la creazione di spazi verdi e lo sviluppo di aree commerciali e strutture ricettive alberghiere avrebbero potuto generare nel contesto urbano. L’incontro – si legge in una nota inviata alla stampa – «intende approfondire il ruolo di questi interventi nel recupero e nella valorizzazione di alcune zone strategiche della città, contribuendo a ridefinirne e migliorarne la mobilità, la sostenibilità e l’attrattività economica. Sarà inoltre occasione per riflettere sull’integrazione di soluzioni innovative e modelli di rigenerazione urbana già consolidati in diversi contesti internazionali».

“L’Italiana in Algeri” di Rossini va in scena all’Alighieri

Il teatro Alighieri a Ravenna accoglie una nuova produzione de L‘Italiana in Algeri di Gioachino Rossini, inserito nel programma della Stagione d’Opera e Danza. Lo spettacolo andrà in scena venerdì 13 marzo alle 20 e domenica 15 alle 15.30 con la regia di Fabio Cherstich. Accanto a Reggio Emilia e Ravenna, la coproduzione include i teatri di Piacenza e Modena, la Fondazione Haydn di Trento e Bolzano e i Teatri di OperaLombardia.

«Con L’italiana in Algeri – spiega Cherstichun giovanissimo Gioachino Rossini già sperimentava quella “follia organizzata” che nelle sue partiture unisce ritmi vorticosi, brillantezza vocale e invenzione teatrale. L’ambientazione contemporanea cerca un terreno instabile su cui far precipitare l’azione: materiali da cantiere convivono con arredi domestici, sedie da ufficio diventano troni, carriole si trasformano in mezzi di trasporto. È uno spazio che i personaggi abitano con assoluta naturalezza, come se fosse sempre stato così. Ed è proprio lo scarto fra il caos e la disinvoltura dei personaggi a produrre la comicità».

Il ruolo di Isabella è affidato a Laura Verrecchia, Mustafà ed Elvira sono interpretati da Giorgio Caoduro e Gloria Tronel. Barbara Skora, Giuseppe De Luca e Ruzil Gatin sono rispettivamente Zulma, Haly e Lindoro; Vincenzo Taormina è Taddeo. Accanto all’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini diretta da Alessandro Cadario, c’è il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia guidato da Martino Faggiani. Se Fabio Cherstich è alla regia, scene, costumi e luci sono firmati rispettivamente da Nicolas Bovey, Arthur Arbesser e Alessandro Pasqualini.

Giovedì 12 marzo, alle 18, il Salone Nobile di Palazzo Rasponi (Piazza Kennedy) accoglie il nuovo appuntamento di Prima dell’opera, il percorso di incontri dedicati ai titoli in cartellone. L’appuntamento a ingresso libero è a cura di Gregorio Moppi, critico musicale di Repubblica e docente di Storia della musica al Conservatorio di Parma.

La Consar batte Siena al Pala De André e conquista i play-off con quattro giornate di anticipo

La Consar Ravenna fa valere la legge del Pala De Andrè, batte 3-1 l’Emma Villas Codyeco Lupi, apparsa in difficoltà ma comunque con grande carattere, e con quattro turni d’anticipo conquista matematicamente i playoff (al momento i ravennati sono quarti in classifica), coronando così uno degli obiettivi di questa annata.

Guidata dalla lucida regia di Russo, mvp del match e autore del punto finale, e con Dimitrov e Valchinov, 16 punti a testa, a spartirsi azioni vincenti in attacco e a muro, la formazione ravennate gioca ad alto livello i primi due set, concede qualcosa di troppo nel terzo e poi regge la pressione ospite nel quarto chiudendo al terzo match ball.

Siena continua nel suo momento no: a Ravenna incamera un’altra sconfitta che la lascia al penultimo posto, nonostante la buona prova di Randazzo, 17 punti, e l’ottimo ingresso di Rocca nel terzo set, al posto di Nelli: il 2005 chiude con 9 punti (tre a muro).

Ravenna-Siena 3-1 (25-20, 25-16, 20-25, 26-24)
CONSAR RAVENNA: Russo 9, Dimitrov 16, Canella 2, Bartolucci 10, Zlatanov 12, Valchinov 16, Goi (lib.), Gottardo. Ne: Iurlaro, Ciccolella, Giacomini, Bertoncello, Asoli (lib.). All.: Valentini.
EMMA VILLAS SIENA: Porro 2, Nelli 5, Bragatto 7, Ceban 4, Randazzo 17, Benavidez 11, Piccinelli (lib.), Rocca 9, Mastrangelo, Hoff, Bini (lib.). Ne: Matteini, Baldini. All.: Pagliai.
ARBITRI: Gasparro di Agropoli e Clemente di Parma.
NOTE: Durata set: 23, 24’, 26’, 31’, tot. 104’. Ravenna (6 bv, 21 bs, 8 muri, 9 errori, 56% attacco, 61% ricezione), Siena (5 bv, 20 bs, 9 muri, 11 errori, 48% attacco, 43% ricezione). Spettatori: 1074. Mvp. Russo.

C’è anche la modella ravennate Barbara Prezia tra i concorrenti del Grande Fratello Vip

Tra i concorrenti del Grande Fratello Vip ci sarà anche Barbara Prezia, modella ravennate (di origini albanesi) che abbiamo intervistato poche settimane fa in un nostro speciale sul mondo della moda.

Mediaset ha annunciato in queste ore i nomi dei 16 concorrenti che varcheranno la Porta Rossa martedì 17 marzo, in prima serata su Canale 5 e in contemporanea streaming su Mediaset Infinity. In studio, la conduttrice Ilary Blasi e le opinioniste Cesara Buonamici e Selvaggia Lucarelli. Tra le protagoniste più note Alessandra Mussolini e le showgirl Adriana Volpe e Antonella Elia.

Prezia aveva già partecipato a un reality televisivo tre anni fa, quando intraprese il viaggio di Pechino Express. Cresciuta nel Ravennate, nel corso della sua carriera si è stabilita a Milano, continuando però a frequentare la provincia romagnola.

Il Ravenna in casa dell’Ascoli secondo in classifica. Mandorlini: «Noi penalizzati nelle ultime due gare»

Il Ravenna torna in campo domani sera (lunedì 9 marzo, ore 20.30) nel big match della 31esima giornata del girone B del campionato di calcio di serie C. Ad Ascoli va in scena infatti la sfida tra i padroni di casa, secondi in classifica e squadra più in forma del campionato (quattro vittorie consecutive e primo posto considerando solo il girone di ritorno con 25 punti in 11 partite), e i giallorossi, scivolati invece al terzo posto (a -2 dai bianconeri) dopo il deludente pareggio casalingo contro la Pianese (noni nel girone di ritorno con 16 punti in 11 partite).

In contemporanea, domani sera la capolista Arezzo (+4 sull’Ascoli e +6 sul Ravenna, seppur con una partita in meno) sarà impegnata sul difficile campo del Campobasso quinto in classifica: se non dovesse riuscire a tornare alla vittoria, il campionato potrebbe dirsi riaperto.

Quella di Ascoli sarà una partita speciale per il nuovo tecnico Andrea Mandorlini, che in terra marchigiana ha disputato tre stagioni in serie A da calciatore, prima di passare all’Inter, ed è diventato padre di Davide, oggi diesse del Ravenna. «Lì sono diventato giocatore e uomo – conferma Mandorlini durante la presentazione della partita in sala stampa -, mi sento un po’ ascolano d’adozione, torno in un luogo dove ho solo ricordi positivi e tanti amici, per questo ci tengo a fare bene. Sarà un’emozione forte».

Tornando al Ravenna, «sarà importante l’atteggiamento, al di là del modulo – continua Mandorlini – loro sono una formazione forte, con un’identità precisa, sappiamo che è una partita importante. Veniamo da due gare in cui il Ravenna è stato penalizzato dagli episodi, anche se nessuno ne parla (il riferimento è alla mancata espulsione di Iaccarino contro l’Arezzo e al rigore reclamato da Spini contro la Pianese, ndr), ci teniamo a fare bene». Critiche sono arrivate anche alla decisione delle istituzioni di vietare la trasferta ai tifosi ravennati, vittime di una sorta di agguato ad Arezzo e comunque penalizzati.

Per quanto riguarda il campo, il Ravenna dovrà fare a meno degli infortunati Viola, Falbo, Di Marco e Rossetti.

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