giovedì
12 Marzo 2026
Testimonianza

Gli iraniani a Ravenna, tra la gioia per il ko di Khamenei e i timori per i familiari in patria

Manifestazioni in piazza anche con la bandiera americana: «Non è facile sventolarla, ma la nostra gente è uccisa da un governo terrorista»

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«Nulla sembra essere cambiato davvero dall’inizio della guerra: i bombardamenti continuano, le comunicazioni sono ancora interrotte e il regime islamico minaccia chiunque provi a protestare. Non solo in Iran, ma anche all’estero. Hanno detto che ci troveranno e ci uccideranno».

Una ragazza della comunità iraniano-ravennate racconta la sua quotidianità dall’avvio dell’operazione “Furia Epica”, l’escalation militare statunitense e israeliana nel Golfo che lo scorso 28 febbraio ha portato alla morte della guida suprema dell’Iran Ali Khamenei. «Non sento la mia famiglia dall’inizio dei bombardamenti – continua la giovane, che per motivi di sicurezza chiede di restare anonima -. Ho ricevuto un messaggio da mio fratello nella mattinata del 28. Diceva solo “lui non c’è più”. Da quel momento però non sono più riuscita a mettermi in contatto con nessuno».

L’ayatollah Khamenei era al vertice del regime integralista islamico che da quasi 48 anni governa il Paese, senza incarnare però le volontà di tutta la popolazione. A seguito della sua uccisione infatti, molte comunità di iraniani all’estero sono scese in piazza per festeggiare, e quella ravennate non ha fatto eccezione: «Ci siamo scambiati un paio di messaggi sulle chat della comunità e ci siamo ritrovati la sera stessa in piazza San Francesco per cantare e ballare avvolti dalla nostra bandiera – continua la portavoce -. È stato un momento storico per noi, ma a chi è rimasto in Iran non è concesso celebrarlo: abbiamo visto video dei pasdaran che sparano a chi prova a manifestare. A Ravenna abbiamo festeggiato anche per chi ancora non può farlo».

Gli iraniani sono tornati nuovamente in piazza domenica 8 marzo, per manifestare a sostegno dei connazionali e per la libertà del Paese. Durante il presidio in piazza del Popolo, alle bandiere con sole e leone si sono affiancate le stelle e strisce statunitensi: «Avremmo portato anche la bandiera israeliana, ma abbiamo avuto paura per la nostra sicurezza», spiega la giovane.

Negli scorsi giorni infatti, in più di un’occasione un gruppo di manifestanti iraniani sarebbe stato minacciato nel Riminese da alcuni pakistani musulmani, con denunce depositate in questura. «Non vogliamo essere fraintesi: anche per noi è difficile portare in piazza queste bandiere. A nessuno piacciono le guerre e sappiamo che l’aiuto da parte di Usa e Israele non è rivolto al nostro popolo, ma mosso da vantaggi e interessi personali – continua la ragazza -. Ma la nostra gente è in strada a mani nude e continua a venire uccisa da un governo terrorista che ha già spento oltre 40mila vite. Loro stanno uccidendo chi ci uccide, e se abbiamo un’occasione per ritrovare la libertà non possiamo permetterci di farcela scappare».

Attualmente, a preoccupare di più sono le evoluzioni degli scontri attese nei prossimi giorni e la sicurezza di civili e familiari: «La situazione per chi vive in Iran è molto rischiosa, ma molti non vogliono lasciare il Paese. Anche per questo non ci sono molte richieste di asilo da parte degli iraniani: vogliono restare e liberarsi del regime islamico il prima possibile. Dalle poche informazioni che abbiamo, crediamo che la maggior parte delle nostre famiglie sia ancora chiusa in casa, relativamente al sicuro. Le preoccupazioni più grandi sono per gli amici e i parenti che vivono a Teheran e nelle città più colpite. Almeno per ora, però, gli attacchi sembrano concentrarsi su obiettivi militari e infrastrutture legate al regime».

Per quanto riguarda invece i risvolti politici dell’escalation, la speranza di una parte del popolo iraniano è l’ascesa di Reza Pahlavi (figlio dell’ultimo scià di Persia), indicato come una possibile guida per la fase di transizione verso la democrazia. A seguito dell’uccisione di Ali Khamenei, però, a succedergli formalmente è stato il figlio Mojtaba, attualmente nascosto per sfuggire alla caccia delle forze israelo-statunitensi: «Come si può eleggere come guida qualcuno che non ha mai parlato in pubblico? Qualcuno che si nasconde dai nemici e dal popolo? Noi non lo riconosciamo – condanna la portavoce -. In tanti anni Mojtaba non è mai stato una figura di interesse. È stato scelto solo perché tutti gli altri sono stati uccisi, ma presto lo troveranno, e lui sarà il prossimo».

Resta accesa la speranza per quello che potrebbe essere il nuovo capitolo della storia dell’Iran al termine degli scontri: «Questi eventi segnano un passaggio decisivo, ma il prezzo umano è stato altissimo. Per quasi 50 anni abbiamo vissuto sotto un sistema che limita le libertà fondamentali – conclude la giovane iraniana -. Per la prima volta, sembra concreta la possibilità di una trasformazione interna guidata dal popolo. Speriamo non venga interrotta da eventuali sviluppi politici o diplomatici. Chiediamo un cambiamento che assicuri protezione ai civili, ponendo fine alla violenza contro i manifestanti e aprendo finalmente una nuova stagione di libertà e responsabilità politica. Non una vittoria di parte, ma l’inizio di un Iran libero, riconciliato con i propri cittadini e con la comunità internazionale».

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