Nella giunta Barattoni è scomparsa la delega all’Immigrazione che aveva caratterizzato i governi cittadini dai tempi di Mercatali fino a De Pascale. Oggi invece abbiamo l’assessore alla Multiculturalità, che è Fabio Sbaraglia, già assessore uscente, sindaco facente funzioni nella prima metà del 2025, che unisce questa delega comunque importante a quella di Cultura, Turismo, Afam, Università, Mosaico, Sviluppo Economico, Commercio, Artigianato, Industria.
Assessore. ci spiega innanzitutto se questo cambio di denominazione è solo una questione formale o anche sostanziale?
«Oggi a Ravenna convivono oltre 130 nazionalità diverse. Il nome che è stato dato all’Assessorato credo voglia suggerire un modo diverso di guardare alla nostra comunità e riconoscere questa complessità. Se parliamo di “immigrazione” la prima sensazione è di qualcosa che riguardi innanzitutto la vita di qualcun’altro, se parliamo di “multiculturalità” o “intercultura” è chiaro che stiamo parlando di noi».
Ravenna quindi è una città multiculturale? O interculturale? E su quale delle due direzioni è necessario secondo lei lavorare?
«Se guardiamo i dati disponibili, ossia quelli del 2024, i cittadini di Paesi terzi sono poco più di 11.800 su oltre 155.500 abitanti, il 7,6%, un dato peraltro in calo del 3 percento rispetto all’anno precedente. In ogni caso, il riconoscimento e la valorizzazione delle diversità culturali costituisce un patrimonio che arricchisce l’intera comunità. Crediamo in un modello che non si limiti però alla legittimazione o alla tolleranza delle differenze ma che si muova su una traiettoria interculturale».
Il festival delle culture (qui un recente intervento dell’ex direttore artistico che ha fatto discutere) così come lo conosciamo oggi e che è in partenza proprio in questi giorni va in questa direzione? E che funzione svolge o dovrebbe svolgere secondo lei?
«Il Festival è uno strumento importante della nostra politica interculturale. Nel corso di oltre 20 anni ha allargato il suo raggio di azione e le collaborazioni. Accanto alla progettazione con le comunità e le associazioni, si sono potenziati gli interventi nelle scuole. Negli ultimi anni oltre 18mila giovani hanno partecipato ad attività interculturali soprattutto grazie al Festival. Abbiamo sviluppato inoltre gli eventi che connettono l’immigrazione con gli altri grandi temi globali raggiungendo l’intera cittadinanza, contribuendo alla conoscenza del fenomeno migratorio e a riflessioni su una società in continuo mutamento. La risposta è stata molto positiva. Quest’anno il focus sarà sul ruolo della comunicazione nel costruire consapevolezza. Il titolo “Raccontare il mondo” è insieme dichiarazione d’intenti e responsabilità, con un programma diffuso di incontri, mostre e spettacoli attraverso la città. Da queste esperienze sono nate iniziative importanti, penso ad esempio alla Conferenza nazionale sul soccorso in mare con le Ong e operatori del settore che ha prodotto un documento noto come Carta di Ravenna già condiviso con altre Amministrazioni».
Come lo immagina nel futuro?
«Il Festival vive nell’esigenza di rispondere alla necessità di costruire consapevolezza, conoscenza e partecipazione. Nel tempo gli strumenti per innescare questi processi devono essere oggetto di valutazioni in ordine di efficacia e comprensione. Anche alla fine di questa edizione insieme alle realtà che hanno partecipato faremo questa analisi e insieme si individueranno le priorità su cui costruire la prossima edizione, sia in termini di contenuti che di obiettivi».
Mentre lei parla di intercultura, ci sono forze che stanno invece parlando di “Remigrazione” e spesso la sensazione è che si sia quanto mai lontani da una società davvero plurale.
«Non lo so, ma non mi rassegno a questo. Se guardiamo alle nostre scuole vediamo da anni contesti in cui la pluralità culturale è la normalità in cui crescono le nuove generazioni. Oggi mediamente la presenza di bambini stranieri è circa del 20% negli istituti Comprensivi. Senza permettermi di minimizzare o non riconoscere le tensioni che in termini di sicurezza si vivono qui come in tutte le città, esiste a Ravenna una cultura solidale e dell’accoglienza, che spesso e per fortuna supera le appartenenze politiche, che marginalizza i movimenti “Remigrazione” a qualcosa di estraneo alla storia e alla vita di questo territorio».
E però in effetti è vero che molti fatti di cronaca hanno visto e vedono protagonisti che sono stranieri, talvolta minori o ex minori non accompagnati. Al di là delle mere questioni di ordine pubblico, come se ne sta occupando il Comune?
«Serve un lavoro quotidiano con le associazioni e la cittadinanza, con attività di supporto nei percorsi di autonomia e di inclusione, consapevoli che l’assenza di reti autoctone e la presenza di condizioni di svantaggio multifattoriali possano facilitare processi di marginalizzazione sociale e di devianza. Il Comune di Ravenna partecipa alla rete nazionale Sai per l’accoglienza di cittadini titolari di protezione internazionale e di minori stranieri non accompagnati, e alle reti regionali e dell’Anci per il contrasto allo sfruttamento lavorativo, caporalato, sessuale. Un totale di 173 posti, che completano il sistema di accoglienza che fa capo alla Prefettura per i richiedenti asilo. Abbiamo predisposto una rete di sportelli di supporto burocratico perché la questione amministrativa è una delle criticità maggiori che impattano sulla vita quotidiana della stragrande maggioranza di cittadini di Paesi terzi. Ogni Stato ha meccanismi di regolazione del soggiorno di cittadini stranieri, ma accade che a fronte di una norma che prevede 60 giorni per il rinnovo di un permesso di soggiorno le prassi amministrative arrivino ad impiegare anche un anno per rilasciarlo. Le conseguenze di questi ritardi possono essere drammatiche. Cerchiamo di potenziare le azioni interculturali nelle scuole e con i giovani, la mediazione interculturale, l’educazione alla cittadinanza globale e ai diritti umani, i corsi di lingua italiana, il lavoro con le comunità e le associazioni. Nei nostri uffici operano in modo stabile tanti giovani con background migratorio. Non è mai abbastanza, sia chiaro, ma solo una strategia articolata e armonica su diversi livelli di competenza istituzionale può massimizzare l’efficacia delle azioni locali».
Abbiamo un problema in particolare con i giovani provenienti da alcune aree?
Da diversi anni gli indicatori e gli operatori del settore ci dicono che è in forte aumento il disagio giovanile. All’interno di questo fenomeno registriamo da alcuni anni situazioni di alcuni minori stranieri soprattutto non accompagnati che, per vissuti traumatici legati a situazioni di abbandono e di violenza, presentano comportamenti antisociali. Siamo in presenza di situazioni che per la loro complessità richiedono l’intervento di una pluralità di attori diversi per ruoli e competenze, prefettura, questura, forze dell’ordine, procure, azienda sanitaria, servizi sociali comunali, comunità, e la risposta deve essere integrata e strutturata a livello territoriale. La neuropsichiatria dell’adolescenza suggerisce di lavorare sull’affettività con questi ragazzi, ma non è semplice e a volte le comunità, che svolgono un lavoro prezioso, sono in difficoltà. È una questione che va seguita con attenzione, ma non ne darei una connotazione geografica o etnica: in un triennio il Sai ha accolto 323 minori stranieri non accompagnati e abbiamo assistito quasi sempre a percorsi positivi, qualsiasi fosse la provenienza dei ragazzi».
Che ruolo e che costi copre il Comune nel caso degli sbarchi di profughi dalle navi delle Ong che il governo Meloni ha iniziato a inviare sul territorio?
«Nel rispetto delle competenze della Prefettura, il Comune non ha mai fatto mancare il proprio supporto. Concretamente il nostro contributo va dalla logistica, dal reperimento della sede dove si svolgono le operazioni di prima accoglienza ai colloqui degli assistenti sociali, supportati dai mediatori interculturali con i minori stranieri non accompagnati ai quali vengono erogate le prime informazioni secondo le linee guida dell’Unhcr e raccolti i primi dati da trasmettere al tribunale per i minori. I costi sono relativi a queste attività. I servizi socio-sanitari supervisionano anche situazioni e criticità connesse a nuclei familiari, donne in stato di gravidanza, situazioni particolari di patologie fisiche o psichiche. Inoltre attiviamo reti di volontari al fianco delle figure specialistiche e a supporto dell’organizzazione complessiva. I naufraghi salvati in mare vengono successivamente accolti in progetti presenti sul territorio nazionale».
Perché il Comune di Ravenna non ha più una rappresentanza di stranieri ExtraUe? È diventata superflua?
«L’Italia non ha mai ratificato il Capitolo C della Convenzione di Strasburgo sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale e la concessione del diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni locali. La rappresentanza degli immigrati, i consiglieri aggiunti, nonostante questo limite normativo, hanno comunque svolto una funzione non solo simbolica, ma sostanziale. Nel 2020 è stato avviato un percorso civico, supportato da un bando regionale, che ha condotto a una proposta civica all’Amministrazione comunale di istituire una Rete Interculturale sui Temi dell’Immigrazione, oggi conosciuta come Riti. Si tratta di un organismo di partecipazione autonomo, al quale possono aderire tutti i cittadini, che persegue obiettivi di inclusione sociale e di riconoscimento delle diversità culturali degli individui e delle diverse componenti della collettività locale. Insieme alla Casa delle Culture è una delle realtà che partecipa alla costruzione del Festival delle Culture».
Esiste quindi ancora una rete di associazioni di stranieri con cui l’Amministrazione può rapportarsi?
«La sede della Casa delle Culture ospita ben 15 associazioni in modo continuativo per le proprie attività e riunioni. I nostri uffici organizzano con le comunità migranti i doposcuola durante l’inverno e attività estive alla Casa delle Culture che coinvolgono oltre 170 ragazzi. Riti sta organizzando con le associazioni di stranieri e giovanili la rassegna Culture migranti alla Rocca, che si terrà in giugno con giochi, danze, concerti, dibattiti e cucina etnica. Ma la collaborazione si sviluppa anche sul piano del supporto burocratico e del potenziamento della lingua italiana, nonché per il supporto in alcune situazioni di marginalità sociali. Nell’ambito di due progetti europei prenderà avvio una sperimentazione di cohousing sociale gestita proprio da un’associazione del territorio in collaborazione con associazioni di stranieri».
Che rapporti intrattiene oggi il Comune con la guida della Moschea delle Bassette, che è rimasta una delle più grandi d’Italia ma che non è peraltro l’unica nel territorio comunale?
«È un rapporto di collaborazione con il presidente e il direttivo rappresentativo di tutta la comunità musulmana, e le associazioni. L’anno scorso durante il Festival delle Culture hanno organizzato un bellissimo dibattito sulla figura di Abramo, figura fondamentale e comune alle tre principali religioni monoteiste — Ebraismo, Cristianesimo e Islam, durante la rassegna Culture migranti alla Rocca. Collaboriamo anche per i doposcuola, i cre estivi, alcuni corsi per le donne e il cohousing».
Ha partecipato al flash mob davanti all’ospedale dopo l’avvio dell’indagine sui medici accusati di falso ideologico in alcuni certificati che non attestavano l’idoneità ai Cpr di alcuni irregolari? Che idea si è fatto dell’accaduto?
«Personalmente e fisicamente non potevo essere presente quel giorno, ma in quel momento, davanti alle accuse preventive del Ministro Salvini, che prima ancora di accertare qualsiasi capo di accusa chiedeva il licenziamento dei medici, credo fosse giusto prendere posizione contro questo questi attacchi e difendere l’onorabilità, la professionalità e l’umanità di un’intera categoria che un rappresentante del Governo stava strumentalmente aggredendo».
Uno scatto dal Festival delle Culture del 2019



