In viaggio non per fuggire, ma per cambiare

Controvento CopertinaIl giornalista Federico Pace, autore di Controvento: «Andare più lontano non vuole dire andare più a fondo»

Ci sono viaggi che possono cambiare la vita di una persona. In cui si incontra qualcuno, o in cui si scopre di poter osservare il mondo in una maniera diversa. Federico Pace, giornalista di Repubblica, è diventato un esperto di questi viaggi “profondi” e in Controvento (Einaudi) ha raccontato i viaggi di Frida Kahlo, David Bowie, Paul Gaugain, Ferdinando Pessoa e diversi altri che attraversando un ponte, mettendosi su una strada, salendo su un autobus o un treno, ha trovato in un giorno, in un istante, il modo di cambiare e trasformarsi. Pace incontrerà i lettoria sia a Ravenna l’11 ottobre alle 18 alla biblioteca Classense per Il tempo ritrovato (vedi box), sia a Cattolica il 28 ottobre alle 17 al Centro Culturale Polivalente.

Pace

 

FAMILA – HOME MRT2 11 – 17 12 18

«Il tempo è incomprensibile e impassibile. La lentezza,
la creatività e l’immaginazione ci aiutano a espandere
e moltiplicare quel frammento di vita che ci viene concesso»

 

Nelle storie che racconta si nota come a volte non sia necessario attraversare oceani o fare viaggi estremi per sentire che quel viaggio ha cambiato qualcosa dentro di noi, è così?
«Ritengo che il viaggio non sia una performance: andare più lontano non vuol dire andare più a fondo. Quel che conta è la capacità di esporsi, di accettare lo spaesamento e non ricondurre ogni cosa agli schemi del conosciuto. Il viaggio si intraprende se si guarda a ogni istante, a ogni luogo, come a uno spazio inatteso, come a un interstizio di tempo e luogo in cui non siamo mai stati e dove possono accadere cose che non conosciamo ancora».
Quale è stato il viaggio che l’ha cambiata?
«Difficile scegliere. Ogni viaggio mi ha portato a qualcosa di inatteso. L’amicizia, l’amore, la solitudine. Mi piace ricordare quando da piccolino, da una piccola casa al mare mi incamminai verso la strada dove, per qualche ragione, mi ero convinto finisse il mondo. Un mondo finito, d’altronde, è qualcosa di più comprensibile. Ovviamente, quando arrivai lì, mi accorsi che non era così. Dovetti constatare con gran stupore che oltre quella strada, c’erano ancora altre case, altre strade, altri bambini. Da quel momento non ho potuto fare altro che misurarmi con ciò che non si lascia afferrare».
E il racconto di viaggio che l’ha fatta appassionare a questo tipo di narrazione?
«Sono sempre stato attratto da una narrazione capace di mescolare generi. Il viaggio per me è “la stanza” in cui cominciano a entrare le persone, i luoghi e le storie. Se devo scegliere un libro, ancora capace di mistero e fascino, è Tristi Tropici di Claude Lévi-Strauss in cui narra della sua esperienza in Brasile. Un libro che inizia con la frase: “Detesto i viaggi e gli esploratori”. Poi, alcuni libri di Cees Nooteboom».
Il viaggio ha nell’immaginario comune una forte valenza simbolica ed è anche una via di fuga dalla realtà, come per Gauguin che cerca di “liberarsi dalla civiltà”, o da una persona come quello di Einstein. Viaggiare è un po’ come fuggire?
«Non credo. O almeno, non in generale, non sempre. In Controvento non racconto del viaggio come fuga, quanto piuttosto come momento in cui qualcosa viene avviato e sancito. Il momento in cui si accetta anche un dolore, una responsabilità. Il viaggio, dandoci modo di prendere le distanze dal quotidiano, ci pone con maggiore chiarezza di fronte a noi stessi. Ci induce a accettare anche quel che stavamo evitando di comprendere. È una lente che noi puntiamo su noi stessi, oltre che sui luoghi e sulle persone che incontriamo».
Scrivendo le storie di queste vite si è mai chiesto, cosa sarebbe successo se non avessero fatto questo viaggio?
«Oh certo! Ciascuno di noi, come ci insegna la fisica moderna, ha infinite vite, infiniti percorsi che proseguono in altre dimensioni. Ma in qualche modo a me interessava provare a scrutare con la scrittura proprio quei singoli istanti in cui, per una scelta, per una costrizione, qualcuno ha smesso di essere quel che era nelle sue mille potenzialità, e si è avviato verso una delle infinite strade che poteva prendere».
Nel mondo di oggi dei voli low cost, in cui le località turistiche tendono sempre più a omologarsi è ancora possibile rendere il viaggio una esperienza profonda?
«Ritengo di sì. Al di là del turismo, ciascuno viene chiamato sempre a un viaggio, a un momento, in cui deve confrontarsi con ciò che è, con quel che sta diventando. Ciascuno di noi, prima o poi, va oltre la schiuma dei giorni e si immerge nel profondo. Ciascuno viene chiamato a indagare su di sé e su quel che lo circonda. Sui popoli e sulle persone. Sulla fragilità della natura. Certo, molte volte, è più semplice scansare questo confronto e continuare a “giocare” con il viaggio. Ma più che una questione di bassi costi, credo si tratti di una questione di carenza di attenzione, della necessità di recuperare un desiderio profondo e sforzarsi a essere attenti e porosi a ciò che ci sta vicino».
Nel suo best seller Senza volo del 2008, scriveva che “Solo ricorrendo alla lentezza dei passi, è possibile interporre tra sé e l’evento più incomprensibile di tutti, la maggiore distanza possibile”, ne è ancora convinto?
«Direi di sì. Il tempo è impassibile e incomprensibile. A noi, che ne siamo in balìa, non resta che cercare di abitare ogni istante quanto più densamente possiamo. Non resta che infilarci in tutti gli interstizi temporali. Così, la lentezza, la creatività e l’immaginazione ci aiutano a espandere e moltiplicare quel frammento di vita che ci viene concesso».

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