In tutto il bailamme scatenato dalla sospensione per dieci mesi di tre dottoresse dell’ospedale di Ravenna, accusate – facendola breve – di aver dichiarato il falso per motivi ideologici per evitare a una serie di stranieri irregolari di finire nei Cpr, si è perso di vista un particolare che non può che destare stupore, soprattutto in tempi come questi. Il fatto che queste tre professioniste (così come gli altri cinque indagati – che non potranno più fare certificazioni nei prossimi mesi) hanno operato – almeno secondo le informazioni in nostro possesso in questo momento – senza trarre nessun vantaggio personale. Anzi, se possibile, a dispetto di quello che si legge in giro, rispettando in qualche modo il giuramento di Ippocrate nella sua interpretazione più estesa, impegnandosi cioè a tutelare la vita di ogni paziente, compresi gli stranieri che spesso in questo caso hanno come unica colpa quella di essere irregolari. Certo, sto già sentendo i commenti di chi legge, incattivito (anche giustamente) da casi di cronaca sempre più frequenti e che vedono protagonisti sempre i “soliti altoatesini”. Ma punire i responsabili di atti criminali non è certo compito dei medici. Dovrebbe esserci un sistema che funziona, che eviti di lasciare in libertà chi potrebbe essere pericoloso, ma neppure utilizzi i Cpr come alternativa al carcere, essendo centri sulla cui legalità anche la stessa Cassazione pone dei dubbi e dove l’assistenza sanitaria – per tornare al tema iniziale – non è neppure totalmente garantita. In breve, luoghi probabilmente peggiori delle prigioni, dove i medici hanno deciso di non mandare i propri assistiti, per rispetto della loro salute in primis.
Hanno commesso falso, sono colpevoli? Che paghino, non è questo il punto. Ma quando si dice che hanno fatto politica, che a inchiodarli sarebbero le (deplorevoli quanto volete) intercettazioni (su cui hanno sguazzato, forse anche per troppi giorni di fila, i quotidiani), cosa si intende esattamente? Non potevano certo fare proseliti, essendo tutto maturato all’ombra. E non lo hanno fatto per ambizioni personali. Ritrovandosi ora, anzi, temporaneamente senza lavoro e senza mesi di stipendio solo per aver cercato di evitare a qualche disperato altrettanti mesi d’inferno. In un mondo in cui a dominare sempre di più è la rabbia, persone che rischiano sulla loro pelle per salvarne altre potrebbero pure essere definiti eroi da qualcuno (come tra l’altro si era soliti fare ai tempi della pandemia con gli stessi medici di quello stesso reparto). Ma se anche non lo fossero, eroi, di certo i veri colpevoli non sono loro, ma un sistema che non funziona, che fa arrivare in Italia stranieri che si ritrovano irregolari fin da subito e in balia della criminalità, senza riuscire a mettere in prigione o a rimpatriare chi se lo merita. I medici dovrebbero limitarsi a curare (o a evitare di mandare persone in luoghi patogeni, a seconda dei punti di vista).
Il vero problema, piuttosto, è che gli stranieri ritenuti inidonei – almeno qualcuno particolarmente problematico – andrebbero anche seguiti e, appunto, curati, non solo “certificati”. Ma figuriamoci. Spesso non ci si riesce neanche con gli italiani…
La solidarietà espressa ai medici di Ravenna durante una manifestazione a Bologna


