giovedì
15 Gennaio 2026
LAVORO

L’occupazione aumenta, ma in Emilia si guadagna di più che in Romagna

I dati JobPricing evidenziano una profonda disparità sui salari: c'entrano le retribuzioni più basse nel turismo

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Gli occupati in Emilia-Romagna sono in crescita, ma ci sono profonde disparità tra province in merito ai salari. In base ai dati diffusi oggi dall’assessore al lavoro Giovanni Paglia in consiglio regionale, il numero degli impiegati ha superato i 2,1 milioni (nel 2021 erano 1,9 milioni), con un aumento trainato soprattutto dall’industria (+10.800 occupati rispetto al 2022) e dal turismo e commercio (+34.500 occupati). Tuttavia ci sono delle vistose fragilità sugli stipendi: esaminando il JP Geography Index 2025 elaborato dall’Osservatorio JobPricing, che analizza le dinamiche retributive su scala nazionale, emerge una profonda spaccatura tra le province emiliane che corrono e quelle romagnole che invece rallentano.

A Bologna una media di 34mila euro all’anno, a Rimini 29mila

Secondo l’Osservatorio JobPricing, l’Emilia-Romagna nel suo insieme si conferma tra le aree più solide del paese, con una retribuzione globale annua (Rga) media di 32.953 euro, superiore alla media nazionale di 32.402 euro e al sesto posto nella classifica italiana. Ma l’analisi provinciale evidenzia una chiara disparità interna. Bologna è la prima provincia della regione e sesta in Italia con una Rga di 34.433 euro, seguita da Piacenza (33.922 euro), Parma (33.909 euro), Modena (33.385 euro) e Reggio Emilia (33.235 euro). La situazione è invece molto diversa per le province della Romagna, dove i dati mostrano un chiaro trend di arretramento retributivo. Ravenna si attesta a 31.689 euro, in discesa di due posizioni rispetto al 2024 e al 36° posto nazionale. Ancora più grave il calo di Rimini, che perde 13 posizioni precipitando al 68° posto con una Rga media di 29.542 euro, molto al di sotto della media regionale e nazionale. Segue di poco Forlì-Cesena con una media 29.398 euro, al 71° posto nazionale, e una perdita di tre posizioni rispetto all’anno precedente.

I motivi delle disparità sui salari

Le differenze sui salari sono dovute soprattutto alla tipologia di impiego. Le province emiliane beneficiano di un tessuto industriale avanzato, mentre in quelle romagnole predominano il turismo e la ristorazione, dove i salari medi sono più bassi. Lo conferma il segretario generale di Cisl Romagna, Francesco Marinelli: «I dati del JP Geography Index 2025 sono un monito per la Romagna. Non possiamo non guardare in faccia la realtà: questo calo retributivo non è affatto accidentale; anzi è la conseguenza di una serie di criticità strutturali che sono sotto gli occhi di tutti. Innanzitutto la precarizzazione e la stagionalità del lavoro, un problema che si fa sentire in modo particolare nel settore turistico e agricolo. Quando un modello si basa prevalentemente su contratti a termine e bassi livelli salariali, non può sostenere una crescita retributiva duratura nel tempo. A questo si aggiunge la crisi in atto in settori chiave per il territorio come il manifatturiero in genere, che sta subendo forti contraccolpi economici e occupazionali, aggravando ulteriormente il quadro retributivo e sociale della Romagna». Pertanto, chiosa il sindacalista, «il futuro delle retribuzioni in Romagna dipenderà dalla capacità dei suoi settori economici di evolversi, diversificare l’offerta di lavoro e creare opportunità che possano generare salari più competitivi».

Permane la disparità di genere

Tornando ai dati sull’occupazione diffusi oggi da Paglia in commissione lavoro, il quadro è di crescita ma anche qui non mancano le criticità. Dopo essere calato durante il biennio della pandemia, il numero degli impiegati è in aumento da tre anni consecutivi; tuttavia l’assessore regionale ha evidenziato che permangono alcune fragilità strutturali, in primis «la dinamica demografica, con l’invecchiamento della popolazione e un calo dei giovani in età lavorativa che riduce il potenziale di ricambio nel mercato del lavoro». Anche il divario di genere resta marcato, con una rilevante componente di inattivi composta prevalentemente da donne.

Paglia – che ha diffuso i dati facendo il punto sull’attuazione della legge regionale 17/2005 in materia di occupazione, qualità, sicurezza e regolarità del lavoro – ha affermato che le persone in cerca di occupazione nel 2023 erano circa 105mila, un numero stabile rispetto all’anno precedente. Andando a esaminare i dati Istat sull’occupazione, emerge che in provincia di Ravenna gli occupati sono 166.636, il 43% rispetto alla popolazione totale di 388mila persone (che include ovviamente anche i minori di 15 anni che non possono lavorare). Analogo il rapporto in provincia di Rimini, con 141.589 occupati su circa 341mila residenti (41%), e a Forlì-Cesena, con 172 780 occupati su una popolazione di 395mila (43%).

A Ravenna aumentano gli inattivi

La situazione occupazionale nel ravennate è approfondita dalla quinta edizione dell’Osservatorio sull’economia e il lavoro della provincia di Ravenna, a cura di Ires Emilia Romagna e diffusa oggi. «Il mercato del lavoro nella provincia di Ravenna mostra segnali di ripresa nel breve periodo, ma deve fare i conti con fragilità strutturali e criticità non ancora del tutto rimarginate rispetto al periodo pre-pandemico», segnala il rapporto. «Nel 2024 il numero degli occupati è cresciuto del 1,9% rispetto all’anno precedente, un incremento più marcato di quello regionale, che ha permesso alla provincia di superare i livelli del 2021 e 2022. Tuttavia, se si allarga lo sguardo al 2019, la provincia registra ancora una perdita di occupati dello 0,8% (corrispondenti a oltre 1.460 unità), mentre a livello regionale e nazionale si è già superata quella soglia. Parallelamente, il numero di disoccupati è in costante calo dal 2020, con il tasso di disoccupazione che si attesta oggi al 4,1%, un valore inferiore alla media regionale. Ma questo miglioramento del tasso nasconde un rovescio della medaglia: il calo del numero di chi cerca lavoro è in parte dovuto a un aumento degli “inattivi”, in buona parte persone scoraggiate che hanno smesso di cercare un’occupazione, un fenomeno che ha colpito soprattutto la componente femminile».

«La qualità dell’occupazione resta uno dei nodi più critici per il territorio», prosegue il rapporto. «Solo la metà dei lavoratori dipendenti privati (il 50,4%) gode di un contratto a tempo pieno e indeterminato, una percentuale che crolla al 34,1% se si considerano solo le donne. Inoltre, negli ultimi anni si è assistito a una netta erosione del potere d’acquisto: tra il 2008 e il 2024, a fronte di un aumento dei prezzi del 32%, le retribuzioni degli operai sono cresciute solo del 28%, allargando una forbice che pesa sulle tasche delle famiglie. Permane inoltre una pesante disparità di genere, con le donne che percepiscono mediamente 33 euro al giorno in meno rispetto ai colleghi uomini».

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