Riceviamo e pubblichiamo questa breve riflessione di Alberto Giorgio Cassani, storico dell’architettura e docente dell’Accademia di Belle Arti Statale di Ravenna, in merito al dibattito in corso rispetto all’ipotesi di abbattere i pini secolari che incorniciano Galla Placidia per motivi di sicurezza. Una decisione che ha sollevato molte perplessità da parte di varie associazioni ambientaliste che chiedono maggior chiarezza sui test condotti sugli alberi.
«E cosa ci stanno più a fare quegli intrusi dei pini?». Così Giacomo Boni (Venezia, 1859 – Roma, 1925), riferendosi alla pineta di Ravenna, scriveva ironicamente, nel 1922, ad Augusto Brusconi, architetto e funzionario milanese (1859-1924).
Boni, uno dei più importanti archeologi a livello mondiale a cavallo tra XIX e XX secolo, di cui alla Biblioteca Oriani si è celebrato il centenario della morte con una giornata di studi il 29 novembre, amava la natura, le piante e i fiori «ch’egli preferiva coltivare e non cogliere», come scrive Eva Tea (Biella, 1886 – Tregnago, 1971) nella sua monumentale biografia Giacomo Boni nella vita del suo tempo (Milano, Ceschina, 1932). Nel 1923, Boni si era battuto per proteggere le pinete litorali intorno a Venezia, lui veneziano. Di lì a poco, dovette di nuovo intervenire per la pineta di Ravenna, teoricamente sotto tutela dal tempo della Legge n° 441 del 16 luglio 1905, a firma di Luigi Rava (Ravenna, 1860 – Roma, 1938), stilata assieme al deputato Giovanni Rosadi (Lucca, 1862 – Firenze, 1925) e con la supervisione dell’amico Corrado Ricci (Ravenna, 1858 – Roma, 1934), all’epoca Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti.
«O bella! e non si accontentano che fu dichiarata monumento nazionale?», aveva scritto Boni, con evidente ironia, nella stessa lettera. Evidentemente no, non bastava. E allora Boni propone di recingerla «per rimboscarla» e di affidare a «100 scolari […] 100 pignoli per ciascuno» in modo da far crescere in futuro «10.000 pini ad ombrello», forse il miglior modo possibile per «illustrare» il celebre verso di Dante, «Il cui spirito magno, infastidito da discorsi e da conferenze, troverebbe riposo nella sua risorta pineta in sul lido di Classe».
Boni stesso, insieme a Francesca Alexander (Boston, 1837 – Firenze, 1917), illustratrice e scrittrice naturalizzata italiana, aveva compiuto, cinquant’anni prima, nella stessa pineta, una «seminagione romantica» (Tea). Come si vede, è l’eterno ritorno dell’uguale: ieri i pini della pineta, oggi i pini di San Vitale e Galla Placidia. Come andrà a finire, non lo sappiamo. Nel caso infausto del loro abbattimento, si voglia almeno mettere in atto l’idea di Boni dei 100 scolari, sguinzagliati per tutte le aree verdi di Ravenna (compreso lo spelacchiato giardino “Il deserto rosso” nella Darsena di città) a seminare «pignoli» e altre sementi arboree in una città che ha un dannato bisogno di verde per respirare.
Luigi Ricci (Ravenna 1823-1896), Ravenna, Pineta di Classe, Fosso Ghiaia, 1887 - ante 1882, Ravenna, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini.



