lunedì
16 Febbraio 2026
L'intervista

La criminologa Bruzzone e il suo viaggio nei meccanismi dell’amore tossico

«Oggi troppi giovani non hanno ricevuto un contenimento adeguato in famiglia e non riescono a gestire i “no”»

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Criminologa e psicologa forense tra le più note d’Italia, Roberta Bruzzone è stata anche tra le prime a parlare di analisi tecnico-scientifica davanti alle telecamere. Nata a Finale Ligure nel 1973 e laureata in psicologia clinica all’Università degli studi di Torino, è diventata nota ai più intorno al 2010 quando, durante il dibattimento sul delitto di Avetrana, le fu affidato il ruolo di consulente della difesa di Michele Misseri.
Oggi è ospite fissa di programmi televisivi come La vita in diretta o Porta a Porta. Negli anni la carriera di investigatrice è andata di pari passo con quella televisiva, con la conduzione di diversi programmi a tema crime e l’apparizione in salotti e talk show.

Martedì 17 febbraio Bruzzone porterà al Teatro Alighieri la conferenza spettacolo con musica dal vivo Amami da morire. Anatomia di una relazione tossica (ore 21).

Bruzzone, lei è stata tra le prime in Italia a portare in tv la disciplina della criminologia. Ha dovuto fare i conti con una certa diffidenza iniziale?
«Sì. Oggi è un metodo sdoganato e la richiesta è molto più ampia, un tempo però la diffidenza non si limitava al contesto televisivo: la criminologia era una disciplina che restava confinata quasi esclusivamente all’ambito accademico e trovava pochissima applicazione pratica. Io ho mosso i primi passi in un mondo prettamente teorico: anche l’illustre professore Gulotta, quando gli rivelai di voler integrare l’ambito criminalistico con quello psicologico mi disse che era impossible. I fatti però mi hanno dato ragione e oggi l’approccio criminologico è entrato anche nei protocolli delle forze dell’ordine, come nel raggruppamento investigazioni scientifiche dei carabinieri».

C’è un errore ricorrente che vede fare nell’analisi pubblica dei casi di cronaca nera?
«La tendenza a non concentrarsi sui fatti ma su suggestioni e opinioni. L’unico modo per fare informazione con chiarezza è andare alla fonte, se non si ha accesso alle fonti bisognerebbe limitarsi a tacere. In televisione c’è anche il rischio della spettacolarizzazione del dolore, per questo bisognerebbe lasciare spazio solo ai professionisti».

Negli ultimi anni abbiamo visto una chiara ascesa del cosiddetto “true crime”. Perché interessa tanto? C’è il rischio di trasformare l’informazione in intrattenimento?
«Interessa tanto perché è un aspetto concreto della vita. Tuttavia, la trasformazione del dolore in intrattenimento non è più un rischio, ma una realtà evidente. Lo dimostra il proliferare di podcast e contenuti a tema crime, spesso realizzati da improvvisati o da chi fino al giorno prima si occupava di altro. Ho visto
casi che ho seguito personalmente riportati in maniera fuorviante e imprecisa, anche sui canali online più seguiti. È palese che lo scopo non sia più fare informazione, ma generare visualizzazioni e incassi. Credo che questo tipo di comunicazione dovrebbe essere regolamentata e trattata solo da professionisti con lauree o qualifiche in merito. È prima di tutto una questione di rispetto per le famiglie coinvolte e per il dolore altrui. Quello che sta succedendo con il caso di Garlasco è un chiaro esempio».

Venendo alla conferenza in programma all’Alighieri invece, come sarà strutturata? Attinge da casi studio reali?
«No, sarà piuttosto un viaggio attraverso le cinque fasi della manipolazione affettiva, per spiegare cosa succede a livello biologico e neuropsicologico nella mente delle persone coinvolte. Verranno evidenziate le dinamiche ricorrenti, le trappole e le frasi tipiche del manipolatore, oltre ai consigli su come uscirne. Un percorso pratico, che sviscera i meccanismi dell’amore tossico fase dopo fase. È importante ricordare poi che queste modalità relazionali sono universali, senza limiti di genere o di età».

Quali possono essere i primi segnali di allarme in una relazione?
«Dipende tutto dalla fase in cui ci si trova. La prima è la più delicata e la più difficile da riconoscere, ma è anche il momento migliore per uscirne. Già dalla seconda fase cominciano i danni. Nella cosiddetta “fase di aggancio”, il primo segnale da tenere in considerazione è l’esagerazione, l’urgenza d’amore. Un bombardamento psico-affettivo ben lontano da un innamoramento sano che tende a restituire una versione potenziata di sé, ma del tutto illusoria».

Esiste un “profilo tipo” della persona abusante o potenziale omicida?
«Ci sono pattern e schemi di personalità che si ripetono, facilmente riconoscibili da frasi tipiche e dinamiche consolidate. Il narcisista ad esempio è bravissimo a creare relazioni all’apparenza meravigliose, a far sentire il partner unico e speciale. A questo fenomeno di “lovebombing” segue una progressiva destrutturazione dell’altro, tra svalutazione, controllo e manipolazione».

Molti tra gli ultimi casi di femminicidio hanno visto protagonisti ragazzi molto giovani. C’è un problema reale tra le nuove generazioni?
«A un problema culturale si sta sicuramente sovrapponendo un problema generazionale. I più giovani hanno difficoltà a controllare le proprie emozioni e non riescono a gestire i “no”. Spesso provano un senso di inadeguatezza che si trasforma in frustrazione e impulsività. Il caso di Zoe Trinchero è un esempio tragico quanto mirato. Non è una problematica legata ai singoli, ma uno status diffuso: in un libro che ho scritto sul tema la chiamo “epoca della rabbia” (L’epoca della rabbia. Ragazzi che uccidono all’ombra di Narciso, Rai Libri ndr)».

Da cosa potrebbe derivare questa tendenza?
«Spesso si tratta di soggetti che non hanno ricevuto un contenimento adeguato a livello familiare, senza strumenti per accettare un rifiuto. Questa condizione non si ripercuote solo sulle dinamiche relazionali, ma su tutte le sfere al di fuori di quella familiare: oltre a non saper gestire la rabbia, questi individui tendono a non sopportare la pressione lavorativa, quella scolastica, le limitazioni imposte da determinati contesti. Il percorso educativo deve partire all’interno dei nuclei famigliari. La dimensione scolastica, soprattutto negli ultimi tempi, si è attivata molto per arginare il problema, ma non può sopperire al ruolo parentale e non può prendersi in carico le difficoltà psicologiche di ogni studente».

In tanti anni di carriera, c’è un caso che le è rimasto addosso più degli altri?
«In qualche modo mi sono rimasti addosso tutti, non esiste una classifica. In generale però quelli che riguardano i bambini, oltre a essere i più delicati da trattare, portano a una maggiore pressione emotiva. Sono le vittime innocenti per antonomasia».

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