domenica
22 Marzo 2026
In ospedale

Medici indagati, la collega del flashmob: «Il medico non ha compiti sulla colpevolezza»

La cardiologa Giannotti schierata con i colleghi infettivologi accusati di falso ideologico «Un certicato può essere messo in discussione da un perito, non sulla base di una chat»

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Nell’ordinanza del tribunale di Ravenna che dispone provvedimenti cautelari per alcuni infettivologi, accusati di falso ideologico per alcuni certificati che impedivano l’accesso di stranieri ai Cpr, è entrato anche il flashmob del 16 febbraio davanti alle porte dell’ospedale per solidarizzare con i medici indagati. Secondo il giudice per le indagini preliminari la manifestazione con circa trecento partecipanti, personale sanitario ma anche semplici cittadini, avrebbe creato un contesto potenzialmente favorevole alla reiterazione dei reati da parte degli accusati.

La dottoressa Federica Giannotti, 48enne cardiologa in ospedale a Ravenna dal 2009, è stata una dei tre organizzatori del flashmob insieme all’oncologo Marco Montanari e alla coordinatrice infermieristica Petia Di Lorenzo. Dopo averci messo la faccia in pubblico e sui social network, Giannotti non si sottrae alle nostre domande: «In senso generale non capisco come si possa arrivare a dire che qualcuno sia più o meno colpevole di un’accusa in base al clima creato da chi lo sostiene o lo critica. A mio parere si va a mettere in discussione il diritto di manifestare. Chi ha partecipato potrebbe trattenersi da altre uscite per non gravare sulla situazione degli indagati». Anche alla luce di queste riflessioni, al momento non sono previste nuove iniziative pubbliche: «Stiamo riflettendo su cosa fare».

Giannotti, che parla a titolo personale, prova a descrivere meglio i contorni di quella manifestazione. La prima precisazione è sulla genesi: «Gli altri due organizzatori sono anche esponenti del Pd, ma l’iniziativa non avuto origini dal partito, è stata una scelta nostra senza coinvolgere politici». Queste le intenzioni: «Solidarietà a colleghi che conosco, ma con i quali non ho parlato dell’inchiesta, soprattutto per le modalità molto invasive dell’indagine, come l’irruzione all’alba in reparto, che mi aspetterei riservate a reati più gravi». Va detto, per dovere di cronaca, che svolgere all’alba le perquisizioni è prassi consolidata anche per altri reati, più o meno gravi.

Dal giorno del flashmob, diversi passaggi delle trascrizioni delle chat di gruppo fra medici, uno degli elementi principali a supporto dell’accusa, sono trapelati sui giornali. La cardiologa li ha letti, ma non ha cambiato opinione: «Mi sembra ci sia stata la volontà di montare un clima d’odio contro i miei colleghi, gli stessi chiamati “eroi” al tempo del Covid, che si estende un po’ verso tutti i medici e danneggia il rapporto con i pazienti. I fatti di Ravenna vanno contestualizzati con quel che sta accadendo a livello nazionale: una interferenza preoccupante sull’autonomia decisionale del medico. Si induce il cittadino a pensare che questi medici abbiano avuto il potere di mettere in circolazione persone che commettono reati. Dovremmo invece capire che anche una persona che ha commesso dei reati può non essere nelle condizioni di salute per essere trattenuta in un centro per il rimpatrio. Il medico si deve pronunciare sullo stato di salute del paziente, non ha invece voce in capitolo sulla sua colpevolezza o meno in eventi illeciti, che compete alla giustizia, o su dove deve scontare eventuali pene».

Tra quanto finora riportato dalla stampa a proposito del materiale a sostegno dell’accusa, Giannotti fa notare che non sono riportate perizie mediche in merito ai fatti contestati. Non tutte le carte in mano alla procura sono state disvelate, nemmeno alle difese, ma tra i casi sotto indagine ci sarebbe quello di un migrante per cui sono state diagnosticate problematiche respiratorie pure a fronte di una radiografica toracica che non evidenzia alterazioni: «In linea teorica è uno scenario possibile, possono essere vere entrambe le cose. L’atto medico può essere messo in discussione solo da un perito che analizzi la documentazione con le competenze necessarie, e non sulla base di conversazioni telefoniche o deduzioni tratte da fatti di per sé incompleti». Il giudice, nell’ordinanza, afferma che il legittimo approccio ideologico in questo caso avrebbe travalicato i confini della legalità: «Avere idee politiche credo sia positivo, ma questo non cambia il modo in cui si tratta un paziente».

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