lunedì
23 Marzo 2026
La storia

Lo strano caso dell’ostia “insanguinata” di Savarna

Il ritrovamento del parroco, gli esami contraddittori, la scomparsa dei reperti e gli esposti in procura: nuove rivelazioni sul "mistero" che ha creato imbarazzi all'interno dell'arcidiocesi di Ravenna

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Era il 29 gennaio 2023 quando il parroco di Savarna, don Nicolò Giosuè, trovò un’ostia macchiata di rosso sangue. A distanza di tre anni il caso continua a far discutere anche al di fuori della piccola frazione ravennate: la presunta reliquia è scomparsa, l’Arcidiocesi di Ravenna-Cervia non vuole esprimersi sull’accaduto, don Nicolò è morto a causa di un malore e alcuni fedeli insistono a chiedere chiarezza, anche alla luce di nuove rivelazioni finora inedite.

Il ritrovamento dell’ostia macchiata
L’ostia fu trovata il 28 gennaio da una sacrestana sul pavimento della chiesa di Savarna, dopo la messa delle 17, e don Nicolò la fece mettere in un recipiente con l’acqua per farla scogliere. Si chiama “purifichino” ed è la prassi ecclesiastica per le particole consacrate che cadono accidentalmente e perciò non possono più essere consumate. Il giorno dopo il parroco la trovò parzialmente disciolta e macchiata di rosso.
Per appurare il possibile miracolo eucaristico, don Nicolò commissionò di sua iniziativa un’analisi all’anatomopatologa Cristina Antonini nel suo laboratorio a Schio, in Veneto. Il verdetto arrivò a fine maggio e affermò che le macchie contenevano materiale biologico di origine ematica “non umana né animale”. I campioni vennero messi in un vetrino per eventuali futuri controlli e il parroco di Savarna informò l’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, consegnandogli il referto e i materiali. Da quel momento la vicenda ha preso una piega misteriosa.

Il secondo referto, la scomparsa delle prove e l’esposto in Procura
Il 29 giugno 2023, pochi giorni dopo la consegna dei reperti all’arcivescovo, il settimanale diocesano locale Risveglio Duemila diede notizia del presunto miracolo e Ghizzoni commissionò una seconda analisi all’Ausl, che dal laboratorio di Pievesestina (Cesena) smentì che si trattasse di sangue. «Tuttavia la comunicazione avvenne con un semplice messaggio Whatsapp e non con un referto formale», afferma il giornalista Simone Ortolani, che ha ricostruito la storia nei dettagli nel suo libro Davvero sangue? (ed. Fede&Cultura 2025). «Inoltre non esiste alcuna documentazione ufficiale sulla consegna dei campioni, al contrario del precedente esame in Veneto che fu accuratamente protocollato».

Il parroco di Savarna, insieme ad altri sacerdoti del ravennate, chiese di commissionare un terzo esame indipendente ma «l’arcidiocesi non rispose e affermò che il materiale era andato perso», riassume Ortolani. Il caso è esploso a livello mediatico ma sia l’Ausl che le sfere ecclesiastiche hanno sempre mantenuto il silenzio. «L’arcivescovo Ghizzoni è l’unico a conoscere i dettagli delle indagini scientifiche condotte dall’Ausl, i cui risultati non sono stati resi accessibili», incalza il giornalista. «La contraddizione tra l’annuncio pubblico su Risveglio Duemila e la successiva richiesta di privacy ha messo in discussione la credibilità della gestione dell’evento da parte della Chiesa e delle autorità sanitarie». Una successiva inchiesta pubblicata da La Nuova Bussola, mai smentita dalle parti, ha ricostruito che l’Ausl aveva sottoscritto un accordo di riservatezza con l’Arcidiocesi e che i resti dell’ostia non sarebbero più disponibili perché tutti utilizzati per gli esami, di cui tuttavia non è mai stato reso pubblico alcun referto.

Un gruppo di fedeli, assistiti dall’avvocato Francesco Minutillo, ha presentato un esposto in Procura contro la condotta dell’Arcidiocesi e dell’Ausl, paventando l’ipotesi di reato per villipendio della religione cattolica (punito dal codice penale italiano) a causa del presunto smaltimento dell’ostia consacrata nell’immondizia. «Le indagini hanno portato alla richiesta di archiviazione perché il fatto non sarebbe avvenuto in pubblico», riferisce Minutillo. «Abbiamo chiesto di riaprirle con un secondo esposto, perché non condividiamo l’interpretazione della norma».

La morte del parroco
Il mistero si è infittito dopo la morte di don Nicolò Giosué, avvenuta il 30 luglio 2025 a causa di un malore. È su questo fatto che Ortolani avanza nuovi dubbi emersi dopo la pubblicazione del suo libro. «Ho le prove che il parroco ha subìto l’infarto mentre stava parlando al telefono con un prelato dell’arcidiocesi di Ravenna», riportiamo le parole di Ortolani. «Non so cosa si stessero dicendo, ma so che don Nicolò fu più volte rimproverato dalla curia con l’accusa di avere trattato i reperti in modo superficiale. Invece a mio parere il parroco di Savarna ha gestito tutto con la massima serietà e correttezza; al contrario delle alte sfere ecclesiastiche che si sono comportate in modo anomalo».

L’altro elemento inedito riguarda la metodologia del secondo esame commissionato dall’Arcidiocesi. Nel suo lavoro di inchiesta, Ortolani ha appurato che «il laboratorio dell’Ausl ha cercato la presenza dei batteri Serratia marcescens, che non c’entrano nulla col sangue». Dunque, a parere del giornalista «l’esito dei primi esami fatti in Veneto non è mai stato smentito. La diocesi è ancora in possesso del vetrino e del blocchetto di paraffina utilizzati per le analisi, che rappresentano la “scatola nera” della vicenda, ma si rifiuta di riconsegnarli». Lo scorso settembre l’avvocato Minutillo, per conto dei fedeli, ha presentato una diffida all’arcivescovo Ghizzoni per ottenere la restituzione immediata dei reperti, ma ad oggi non ha ricevuto risposta. Contattato da Ravenna&Dintorni, Ghizzoni ha detto di non voler rilasciare dichiarazioni e di avere «già fornito tutte le risposte necessarie» sulla vicenda.

Resta l’interrogativo sul comportamento della curia. «Finora la tecnica è stata quella del silenzio», evidenzia Ortolani. «Si pensa che tacendo non se ne parlerà più, ma non è così. Alcuni fedeli hanno segnalato l’accaduto in Vaticano, ottenendo l’attenzione di un cardinale vicino a Papa Leone XIV. L’ultima parola non è stata ancora detta». Ma perché tacere, anziché alimentare le ipotesi su un presunto miracolo che attirerebbe l’attenzione sulla piccola chiesa di Savarna? Secondo Ortolani la questione riguarda una diatriba sulla natura divina dell’eucarestia: «In più occasioni l’arcivescovo Ghizzoni ha affermato (sintetizziamo brutalmente il suo pensiero, ndr) che il corpo di Cristo non sarebbe realmente presente nell’ostia. Si tratta di affermazioni molto controverse a livello ecclesiastico e il miracolo di Savarna le smentirebbe. Ma al di là di questo, resta l’amarezza per la gestione superficiale della vicenda».

  • dopo la pubblicazione dell’articolo sul nostro settimanale cartaceo, abbiamo ricevuto alcune precisazioni del giornalista Simone Ortolani, autore del libro citato. Le pubblichiamo integralmente.

Gentile Direttore, ho letto con attenzione l’articolo citato in oggetto e desidero proporre alcune precisazioni di natura scientifica, teologica e logico-investigativa.

I. Sul referto delle analisi.L’articolo utilizza la dicitura «né umano né animale» che, pur essendo frutto di una successiva semplificazione giornalistica, non è fedele al referto originale del 26 maggio 2023. Tale documento attesta la «presenza di materiale ematico frammisto a granulociti»: furono chiaramente individuati globuli rossi e bianchi. La prima analisi al microscopio fu effettuata dall’anatomopatologa Cristina Antonini e da altri tre medici, i quali non furono mai successivamente convocati per un consulto, venendo di fatto ignorati nelle fasi seguenti. La mancata tipizzazione ABO non dipese dall’assenza di sangue, ma dalla necessità di ulteriori indagini di medicina legale perfettamente eseguibili sul materiale «fresco», così come ogni altra analisi di biologia molecolare sull’incluso. Tale dato non è smentito dalle analisi dell’AUSL di Pievesestina, che si limitarono alla ricerca di procarioti per escludere la Serratia marcescens. Poiché tale ricerca è stata estremamente riduttiva e, per impostazione metodologica, non avrebbe comunque potuto rilevare materiale umano, i due referti non si contraddicono: il primo rileva materiale ematico, il secondo esclude l’unica alternativa biologica ordinaria alla pigmentazione rossa. Gli esiti si sommano, restringendo considerevolmente lo spazio delle spiegazioni disponibili.

II. Sulla posizione teologica dell’Arcivescovo di Ravenna-CerviaÈ riduttivo affermare che monsignor Ghizzoni non creda alla presenza reale; la questione è teologicamente più precisa e documentata. In occasione dell’inaugurazione della mostra sui miracoli eucaristici di San Carlo Acutis nel 2018 — come attestato da una ripresa video che ne cristallizza il pensiero e il contesto — il presule affermò: «Noi non abbiamo nel Sangue e nella Carne la Carne e il Sangue di Gesù di Nazareth perché Gesù di Nazareth è morto […] la sua Carne e il suo Sangue non ci sono più nella storia». Nell’omelia del 19 giugno 2025 ha poi sostenuto che neppure l’aggettivo «reale» è sufficiente, poiché evocherebbe una presenza «a modo di cosa o di oggetto», proponendo il termine «presenza eucaristica». Tre giorni dopo, il 22 giugno 2025, papa Leone XIV ribadiva invece che l’Eucaristia è «la presenza vera, reale e sostanziale del Salvatore» (CCC, n. 1413). La distanza è netta: mentre il Pontefice riafferma la categoria dottrinale di «realtà», monsignor Ghizzoni ne propone il superamento. Per il Magistero, sostenere che la Carne di Cristo «non c’è più nella storia» rischia di trasformare il Sacramento in una realtà puramente spirituale, estranea al realismo dell’Incarnazione richiamato da Paolo VI nella Mysterium Fidei citando Sant’Agostino: «In questa carne [il Signore] ha qui camminato e questa stessa carne ci ha dato da mangiare».

III. La sparizione del vetrino e del blocchettoIl nodo più oscuro riguarda la sorte del vetrino istologico e del blocchetto in paraffina. Il 27 giugno 2023 i reperti furono consegnati alla Curia, come documentato dal referto di accompagnamento. L’8 dicembre 2023 don Nicolò Giosuè presentò formale richiesta scritta di poterli esaminare congiuntamente ad altri due sacerdoti; nelle sue dichiarazioni ha sempre confermato l’avvenuta consegna e la questione fu discussa dalla stampa mentre egli era ancora in vita. Dalla consegna alla morte del sacerdote (30 luglio 2025) sono trascorsi due anni senza che la Curia contestasse mai per iscritto la sua versione. Solo dopo il decesso di don Giosuè è emersa la tesi secondo cui egli li avrebbe trattenuti. Il silenzio di due anni, l’esclusione sistematica dei medici che effettuarono i primi rilievi e un’accusa formulata quando l’interessato non può più replicare, rendono l’ipotesi dell’intenzionale occultamento dei reperti ben più probabile di quella di un semplice smarrimento. Tale sparizione è un fatto di estrema gravità, poiché impedisce definitivamente quelle indagini molecolari che avrebbero potuto fare piena luce sulla vicenda.

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