In una società pervasa dall’ipersessualizzazione, parlare di educazione alla sessualità e all’affettività sta diventando, nemmeno troppo paradossalmente, sempre più complicato, per quanto forse sempre più necessario. E così la biblioteca Classense di Ravenna venerdì 27 marzo, in concomitanza con l’inaugurazione di uno spazio lettura dedicato proprio a questi temi nel Consultorio di via Pola, organizza, alle 17 alla Sala Muratori, un incontro con Chiara Gregori dal titolo “Trovare le parole per una nuova educazione affettiva: un aiuto dalla scienza”. Gregori è ginecologa, sessuologa e autrice di numerosi libri per bambini e ragazzi proprio sul tema.
Dottoressa, secondo lei ai bambini bisogna parlare di sesso, fin da piccoli?
«Ai bambini bisogna parlare di corpo, di cosa è e come funziona. I bambini sono in contatto con i loro corpi, sanno riconoscere le emozioni che provano proprio attraverso il corpo, ma poi lo disimparano quando viene loro insegnato solo a razionalizzare, per esempio quando diciamo loro “copriti perché fa freddo” o usiamo il termometro per scoprire se abbiamo la febbre invece di ascoltare i sintomi. Su questo si potrebbe dire che c’è un analfabetismo di ritorno man mano che cresciamo. Il vero problema è che però così disimpariamo non solo il linguaggio del nostro corpo, ma anche quello degli altri corpi e fatichiamo sempre di più a capirli».
E quali sono le conseguenze di questo mancato ascolto?
«Per esempio gli attacchi di panico o stati d’ansia che ci bloccano completamente, è il nostro corpo che vuole proteggerci quando non ascoltiamo per troppo tempo i segnali che ci manda».
Effettivamente oggi molti dati riportano un aumento a volte esponenziale proprio di questi disturbi in particolare tra gli adolescenti…
«Come medica cerco sempre di mettere dei punti di domanda a letture troppo generali, c’è sempre da chiedersi se siano aumentati i casi o semplicemente ci siano più diagnosi con il nome giusto. Quel che è certo è che sta diminuendo sempre di più il contatto con il proprio corpo e il contatto con se stessi. Oggi arriva tutto da fuori in modo assolutamente pervasivo e in ogni ambito della vita, non c’è più uno spazio intimo in cui conoscersi e scoprirsi, magari anche attraverso la noia».
Eppure mai come oggi i corpi di chiunque possono essere mostrati. Penso ai social, ai selfie in particolare.
«Il selfie non è affatto un contatto con il sé, semmai la sua negazione, proprio perché ignoriamo tutto ciò che non è instagrammabile e non diamo ascolto a come ci sentiamo davvero. Mettere i ragazzi in contatto con il loro sentire e ciò che li fa stare bene, li aiuta anche a riconoscere ciò che fa stare bene gli altri».
Anche il rapporto con la pornografia si è profondamente modificato, con quali effetti?
«Il fatto di poter continuamente accedere a contenuti pornografici ha un effetto di scollegamento con se stessi e la realtà, dove non serve più nessuna fantasia. Inoltre, lasciamo che bambini di otto o nove anni siano esposti alla pornografia perché la trovano su un telefono dei genitori o perché magari hanno digitato la parola “sesso”, che vedono scritta e ovunque, e cercano spiegazioni sul web trovando video che non sono adatti alla loro età».
Quanto potrebbe essere correlato questo alle tante esplosioni di violenza di genere che vediamo e registriamo tra gli adolescenti?
«Gli adolescenti arrivano a quell’età complicata dopo aver in genere ricevuto un’educazione che continua a premiare una suddivisione di genere: il maschio che non piange, la femmina dolce. Arrivati al liceo si sentono dire “sii pure fragile o confuso”, ma questo è in contrasto con ciò che hanno imparato fino a quel momento e di certo da ciò che imparano da molti contenuti online e questo crea inevitabilmente molta confusione».
Oggi per molti adolescenti, lo schermo, tramite l’IA, è diventato anche un confidente, quando non un consulente psicologico. Cosa dobbiamo pensare di questo fenomeno in apparente aumento?
«L’IA è un pericolo se diventa l’unico modo di relazione perché non problematizza, ma questo fenomeno ci fa anche capire quanto ci sia bisogno di un un ascolto non giudicante».
In questo quadro così complesso e contraddittorio, può davvero servire un’ora di educazione all’affettività a scuola per prevenire il disagio che talvolta sfocia in violenza?
«Il problema è che abbiamo bisogno di adulti centrati e che stiano bene con se stessi; è vero che non può bastare un’ora di scuola quando si è circondati da adulti inadatti che spesso tendono a minimizzare e a dire che tanto “si è sempre fatto così” o “la pornografia è sempre esistita”. Il mondo intorno è cambiato e purtroppo spesso il mondo adulto ha paura di questi argomenti, li vive male e trasmette ai più giovani disagio. Siamo noi adulti in primis che dovremmo misurarci con questo disagio, per poter fare un’educazione che sia rispettosa e insegni a capire le emozioni e modularle attraverso l’etica, spiegando che se a volte non possiamo scegliere ciò che proviamo, possiamo sempre scegliere come reagire a quell’impulso o a quell’emozione. Bisognerebbe innanzitutto imparare a usare i nomi giusti per descrivere il nostro corpo. Siamo tutti in grado di dire “piede”, ma molti non riescono a dire “pene”. E in vece bisogna trasmettere l’idea che ci siano zone intime, da proteggere da attenzioni che non vanno bene, e che fanno parte di noi. E questo fin da piccolissimi, perché anche da qui passa il consenso. Non possiamo aspettare che i ragazzi arrivino ai 17 anni e lo scoprano da soli».
Ma quindi, cosa fare per gli adolescenti di oggi?
«Sugli adolescenti c’è da lavorare tantissimo, perché abbiamo trasmesso loro i nostri tabù e quindi dobbiamo stare in ascolto per capire come li hanno rielaborati. Ogni volta che accade un fatto grave di cronaca che li riguarda, invece del minuto di silenzio, proviamo a chiedere loro come si sentono, se riescono a capire il comportamento violento attraverso un ascolto guidato, ma autentico».
Cosa risponde alle preoccupazioni di alcune associazioni e forze politiche di destra per il timore che un’educazione all’affettività possa in realtà creare confusione sui ruoli uomo/donna e “normalizzare” se non incoraggiare la disforia di genere?
«Il punto è che noi conteniamo moltitudini, i ruoli maschili e femminili non sono innati, ma trasmessi culturalmente e questo può diventare una gabbia. Sul tema della disforia, le cui diagnosi sono in vertiginoso aumento, penso serva molta attenzione perché può anche accadere che, proprio perché la dicotomia maschile/femminile è così radicata, alcuni comportamenti di bambini o bambine che non rientrano nelle aspettative dei ruoli uomo/donna vengano eccessivamente medicalizzati. Tutti abbiamo bisogno di sperimentare liberamente. Davanti a diagnosi di disforia, ho visto il sollievo di genitori preoccupati per l’ambivalenza dei comportamenti dei figli: meglio poterli definire trans che vivere in un’incertezza di genere, sembrano pensare. Credo che, parallelamente a tutte le lotte per il diritto di poter accedere alla transizione, la battaglia più importante sia quella per un cambio di paradigma della società, per renderla più accogliente rispetto a identità in mutamento».



