domenica
12 Aprile 2026
talenti in fuga

Fenomeno Australia: storie di giovani ravennati tra lavoro, avventura e crescita personale

Il Working Holiday Visa e le opportunità professionali spingono gli under 35 a partire. «Facendo lavori umili si guadagna più di un primario...»

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Negli ultimi anni l’Australia si è affermata come una delle principali mete per i giovani italiani che decidono di lasciare il Belpaese. Secondo i dati più recenti sull’emigrazione, ogni anno decine di migliaia di under 35 partono verso l’estero, e tra le destinazioni extraeuropee l’Australia continua ad attirare soprattutto grazie al sistema del Working Holiday Visa: un visto che permette ai ragazzi tra i 18 e i 30 anni (35 in alcuni casi) di vivere fino a un anno nel Paese, lavorando e viaggiando. Un’esperienza che può essere estesa fino a tre anni, a patto di completare periodi di lavoro in settori specifici – soprattutto nelle farm o in zone rurali – i cosiddetti “88 giorni” per il secondo anno e sei mesi per il terzo. È dentro questo schema che si muovono le storie di molti giovani italiani, tra cui tre di quattro ragazzi ravennati – Stefano Rambelli, Luca Broccoli, Mattia Laghi e Marco Succi – che raccontano in modo diverso cosa significa oggi partire per l’Australia e vivere a 13mila chilometri di distanza da casa. 

Avventura e comunità

Per Luca Broccoli, 27 anni, la partenza è una rottura netta. Dopo cinque anni di lavoro in una ditta di spedizioni al porto di Ravenna, tra il 2018 e il 2023, arriva una sensazione difficile da ignorare. «Mi piaceva il lavoro, ma dopo il Covid mi sembrava di aver perso tempo. Avevo bisogno di ricominciare a vivere». A pesare è anche una delusione: dopo tre anni di apprendistato, invece della stabilizzazione contrattuale gli viene proposto un nuovo contratto simile. «Mi sono sentito preso in giro, così ho deciso di partire nonostante a Ravenna avessi fidanzata, amici e famiglia». 

Parte senza un obiettivo preciso. «Non sono venuto in Australia per fare soldi, ma per cambiare aria». I primi mesi sono fatti di lavori semplici – cameriere, lavapiatti – e un corso di inglese. Poi trova lavoro come insegnante di beach tennis per 40 euro l’ora, prima di arrivare alla delicata quanto obbligata fase delle farm nel nord dell’Australia, «lavoravo tante ore raccogliendo asparagi». Terminato quel periodo, si apre la parte più libera: viaggi, spostamenti improvvisati, esperienze in Asia e in giro per l’Australia. «La cosa più bella è stata partire in van con persone conosciute il giorno prima. È lì che senti davvero lo spirito dell’avventura». 

Nel secondo anno, però, la dimensione cambia anche per via dei sei mesi necessari per ottenere il visto del terzo anno: più lavoro e meno avventura ma con la compagnia del fratello. «In sei mesi ho cambiato quasi dieci lavori. Ora con me c’è anche Mattia, mio fratello minore, appena laureato in Agraria – racconta Luca -. In due è più facile, riesci a superare magari qualche momento di difficoltà: in generale creare una comunità è ciò che ti salva dato che i tuoi cari vivono a migliaia di chilometri di distanza». Dal punto di vista economico, il confronto con l’Italia è netto: «Con il minimo arrivi a circa 2.400 euro puliti al mese. In certi lavori sono arrivato a prendere anche 40-60 dollari l’ora nei weekend, ma in Australia è necessario lo spirito di adattamento: condividere stanze, stare attento alle spese. Ho visto tanti tornare in Italia dopo pochi mesi». 

Per Luca il futuro sarà ancora all’estero, ma non per forza tra i canguri: «Ora farò un viaggio di due mesi in Asia per poi tornare un po’ a Ravenna per l’estate e ripartire ancora. Non mi vedo in Italia: in Australia sto molto bene anche se mi piacerebbe fare un lavoro differente, che dia più soddisfazioni».

Uscire dalla comfort zone

La scelta di partire nasce, per il 26enne Stefano Rambelli, dopo aver conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione ed evadere così dall’ormai odiata “comfort zone”. «Non avevo mai provato ad andare fuori casa, nonostante stessi bene a Ravenna, la routine mi stava uccidendo», racconta. In Italia aveva provato prima con uno stage nel marketing, poi come educatore, «un lavoro bello, ma difficile da sostenere economicamente».

Così decide di partire per Perth a novembre 2025, con l’idea di migliorare l’inglese e mettersi alla prova. La sua quotidianità iniziale è quella tipica di molti giovani italiani all’estero: scuola di lingua al mattino e lavoro serale in un ristorante come runner. «Vieni pagato 30-33 dollari l’ora (che equivalgono a 18 euro ndr), e riesci a mantenerti molto bene nonostante sia il lavoro più umile», spiega. Ma è quando lascia la città per cercare lavoro nelle farm che l’esperienza cambia davvero. Per ottenere il rinnovo del visto si sposta nel sud dell’Australia noleggiando una macchina con un amico francese. «Per due settimane siamo andati a caccia di lavoro nelle farm, ma senza trovare nulla. Poi grazie ad un signore anziano di origini italiane abbiamo trovato alloggio a soli 100 euro a settimana e lavoro a Manjimup, nel confezionamento dell’avocado».  Dopo qualche mese, i due amici riprendono la macchina e si spostano a Pamberton dove un’azienda fornisce loro una sharehouse gratuita: «È stato il periodo più bello. Abbiamo condiviso tante cose con persone provenienti da Italia, Francia, Argentina e persino Palestina in una cittadina piccola dove c’era solo un pub aperto il venerdì sera. Lavoravamo le nostre 8-9 ore e e poi stavamo nella natura, tra lago e campagna». 

Dopo un viaggio a Bali, l’obiettivo di Stefano è quello di tornare in Italia per prendere parte a un corso di montaggio cinematografico e passare l’estate come educatore in un cre estivo: «I primi momenti sono stati complicati, ma ora sono più consapevole di ciò che sono. In vita mia ho sofferto molto d’ansia e questo viaggio mi ha aiutato. Dopo l’estate non so se tornerò in Australia, questa esperienza mi ha insegnato a vivere la vita giorno dopo giorno, senza fare grandi progetti». 

Specializzazione e guadagni da “primario”

Se per alcuni l’Australia è scoperta e cambiamento, per altri è soprattutto lavoro. È il caso di Mattia Laghi, anche lui ventisettenne. Dopo aver lavorato come portuale fino ai 20 anni e tre anni e mezzo come venditore d’auto a Ravenna, ha deciso di partire per l’Australia nel dicembre 2024. «All’inizio ho fatto un po’ di tutto», racconta, «sono partito da Sydney e ho accumulato esperienza in diversi lavori». Dopo qualche mese ha trovato un’occupazione in una centrale elettrica nel deserto, dove ha lavorato per otto mesi: «Non come quei classici reel che vedi su Instagram con il camper», ride, «ma c’era la mensa, una camera privata… stavi lì e lavoravi e basta».  Successivamente ha iniziato a lavorare con i pannelli solari, girando l’Australia per diversi progetti, prendendosi anche qualche mese di vacanza in Asia. «Adesso sono tornato e sto facendo di nuovo l’elettricista, in particolare per i pannelli solari. Lavoro sempre in modalità fly in, fly out: finiti i progetti mi sposto altrove». 

I compensi sono decisamente superiori rispetto all’Italia. «Ho fatto lavori dove prendevo anche 4.500 dollari a settimana, più di un primario in Italia», spiega. «Certo, facevo 60-70 ore a settimana, a volte 13 giorni di fila e uno solo di riposo, oppure sei giorni su sette. Ma anche con il lavoro più semplice, se ti dai da fare, puoi portare a casa parecchio». Nonostante il lavoro intenso, l’esperienza gli ha permesso di costruirsi un curriculum solido nel settore elettrico. «Prima di venire qui avevo esperienza e sapevo come muovermi in cantieri, guidare macchinari e affrontare ambienti di lavoro pericolosi. In Australia ho imparato passo dopo passo la parte elettrica e la sicurezza, che qui è fondamentale».  Il costo della vita quotidiana presenta differenze rispetto all’Italia, ma il saldo è comunque in positivo. «Ad esempio la palestra costa 23 dollari a settimana, un po’ di più rispetto a casa, e gli affitti possono essere alti in città come Sydney, ma anche con il minimo salariale puoi mantenerti. E grazie ai camp aziendali hai alloggio, cibo e servizi inclusi». Guardando al futuro, non ha fretta di decidere. «Vediamo finché le cose vanno bene qui», spiega, «poi penserò se rinnovare il visto o tornare a casa».

Anche la vita fuori dal lavoro ha il suo fascino. «Sono stato in tre quarti dell’Australia, ho viaggiato in Asia, conosciuto migliaia di persone», dice. «Certo, ogni tanto mi manca l’Italia. È passato un anno e mezzo senza vedere la famiglia, ma qui le opportunità, i salari e la possibilità di viaggiare valgono. Non ho fretta di decidere, vediamo finché le cose vanno bene qui. Poi penserò se rinnovare il visto o tornare a casa». 

Australia come traguardo?

Diversa, infine, è la traiettoria di Marco Succi, 33 anni, che rappresenta una forma più strutturata di emigrazione. Dalla laurea in Ingegneria Civile nel 2017,  ha costruito una carriera internazionale nel settore delle costruzioni, lavorando in cinque Paesi diversi prima di stabilirsi in Australia, dove vive da circa due anni e mezzo. «Le offerte erano quasi tutte tirocini, con paghe poco soddisfacenti», racconta. La prima occasione concreta arriva dalla Cmc che lo assume con un obbligo: andare all’estero, a Singapore. «Non era nei miei piani, ma non volevo abbassarmi a certe condizioni dopo sei anni di studi». 

Dopo la crisi dell’azienda ravennate il percorso si è fatto globale: Filippine, Norvegia, Romania e infine Australia, in cantieri di grandi dimensioni in qualità di ingegnere. «All’estero puoi crescere se te lo meriti, le gerarchie sono meno rigide. In Italia è più difficile scalare», spiega. Marco sottolinea anche le differenze nei progetti: «In Australia o Singapore lavori su cantieri grandi, con investimenti importanti. In Italia tutto procede più lentamente, spesso i grandi progetti restano sulla carta». 

L’esperienza non è solo professionale. Marco parla della vita personale: «Sono fidanzato da anni con una ragazza asiatica. Nella mia testa mi piacerebbe un giorno tornare in Italia, ma il progetto di vita qui è ancora lungo, in Australia sto molto bene e fare un passo indietro, anche a livello economico e contrattuale, non è semplice».

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