“Autunno” e l’inebriante stile di Ali Smith, con quella scrittura parente della poesia

Autunno Ali SmithNon consiglio mai libri agli sconosciuti. I libri sono cose intime, ci parlano di noi, un po’ come i sogni.
Il libro di cui scrivo non è per tutti, ma a qualcuno potrebbe piacere molto, ma solo lui può saperlo.
Mi capita a volte di innamorarmi di libri che non destano molta attenzione, o al contrario vengono visti con diffidenza dalla maggior parte dei lettori.

Così mi è capitato con Autunno (Sur) di Ali Smith (traduzione di Federica Aceto). Ali Smith non ha una scrittura facile, standardizzata, di quelle scritture che paiono fatte con lo stampino solo per veicolare una storia. Ali Smith mette il lettore alla prova.
Autrice scozzese, classe ’62, la Smith è conosciuta soprattutto per i racconti, ma non sono passati inosservati anche alcuni suoi romanzi. È stata due volte finalista al Man Booker Prize, ma la sua originalità non le ha fatto mai conquistare una grande messe di lettori (che invece avrebbero di che appagare i loro sensi).

La Smith ha uno stile inebriante, la storia si muove avanti e indietro nel tempo, con giochi di specchi, ricordi e sogni, tutto mescolato in un unico flusso. Forse è la mente confusa dell’anziano David a tentare di riordinare i pezzi? Il presente e il passato sono scanditi spesso solo dal tempo verbale, senza altre indicazioni. Questo può confondere inizialmente, ma poi diventa una sfida letteraria molto avvincente.
Le pagine di Autunno sono ricche di immagini, suggestioni, visioni. Le frasi hanno un ritmo diverso, veloce. È una scrittura parente della poesia. L’autunno è la stagione dove i fasti dell’estate si ritraggono, è il periodo della fine, della morte. «Perché le cose a un certo punto questo fanno. Crollano» scrive la Smith.

La trama ruota attorno a una ragazza Elisabeth e la sua amicizia con un anziano, Daniel, ormai prossimo alla morte, che per lei è stato un po’ come un padre. Attorno a lei il mondo delle perdute sicurezze, quello del lavoro precario e della Brexit, della paura per il diverso e l’immigrato, insomma l’Inghilterra di oggi. A metà strada tra i due la madre di Elisabeth, che non capisce la figlia e si trova spaesata in questo paese così diverso da quello in cui è cresciuta: «Sono stanca delle notizie. Sono stanca del modo in cui vengono spettacolarizzate cose che nulla hanno di spettacolare, e di come vengono invece liquidate semplicisticamente cose davvero spaventose».

La trama è un pretesto per riflettere sulla caducità del tempo che scorre, sul passato destinato a essere dimenticato, sull’invecchiare e anche sul caro vecchio Regno Unito. Nei ricordi di Daniel riemerge la Londra degli anni ’60, quando tutto pareva possibile. In quel tempo era innamorato della pittrice pop art Pauline Boty, destinata a morire a ventinove anni. Per lei Daniel cova ancora un amore profondo che ha lasciato in lui una dolorosa cicatrice.
Autunno quindi è la fine di Daniel, ma anche di quell’Inghilterra. Il romanzo fa parte di una tetralogia che porterà i titoli delle stagioni. Lasciamo quindi una Gran Bretagna al termine dei suoi giorni, ma sappiamo che la primavera è destinata a tornare, ciclicamente, come l’alternarsi delle stagioni, come il susseguirsi della morte e della vita.

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