Hull e la cecità vera, non simbolica

Hull Dono OscuroLa cecità è un soggetto da sempre molto presente nella letteratura, spesso caricata da una forte valenza simbolica.
Tiresia era colui che non poteva vedere e per questo vedeva più degli altri. Nell’Edipo re, nell’Agamennone di Sofocle, ma anche nell’Odissea di Omero (secondo la leggenda egli stesso cieco) fino alle Metamorfosi di Ovidio. In Cecità di Saramago diventa elemento distopico per descrivere una società in cui non riusciamo più a “vedere” l’altro.

Ma cosa significa essere ciechi nella realtà? Quando la cecità non è un simbolo, ma una limitazione che impone un cambio di prospettiva sul mondo. Gabriele D’Annunzio raccontò la sua momentanea cecità in Notturno, Luis Borges parlò della sua graduale perdita della vista nelle poesie di Elogio dell’ombra.

È uscito in questi giorni un libro che racconta invece in maniera molto intensa cosa sia la cecità vera, quella senza allusioni poetiche o metaforiche. Come ci si sente a svegliarsi un giorno e non vedere più? Lo narra in maniera autobiografica John M. Hull – scrittore australiano e docente di teologia – in Il dono oscuro (Adelphi, traduzione di Francesco Pacifico).
Da questo memoir scopriamo ad esempio quanto possano essere colorati e vividi i sogni di un cieco, ma anche la quotidiana lotta contro il giudizio degli altri. Abbiamo l’idea che il mondo passi principalmente attraverso lo sguardo, mentre Hull ci racconta di quanto gli altri sensi possano essere un’apertura anche maggiore. Così una buona giornata diventa quella in cui si sente il calore del sole sulla pelle, o il fresco di una brezza primaverile.

Hull diventò cieco a causa di una malattia. Racconta che nei primi anni dopo aver perso la divideva mentalmente le persone che per lui avevano un volto da quelle senza volto. «Le conoscevo davvero le persone di cui non avevo mai visto il volto?» si chiedeva. Cercava di immaginare come i visi di chi aveva conosciuto stessero mutando nel tempo. Poi anno dopo anno le persone senza volto aumentarono sempre di più. Stava dimenticando le facce di chi conosceva, come se «si depositasse della polvere sulle loro fotografia, finché i volti sparivano definitivamente».

Alla fine il mondo era popolato solo da persone senza volto. Rimanevano solo voci. E l’autore confessa di non ricordare più nemmeno il suo volto. Quanto questo incide sulla sua psiche, perdere il volto è anche perdere una parte della propria identità.
In chiusura c’è una nota della moglie e dei figli, scritta dopo che l’autore era morto. Uno dei figli dice «ringrazio papà di averci fatto vedere il mondo da un’altra prospettiva, e per aver avuto il coraggio di farlo».

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