giovedì
19 Febbraio 2026
Rubrica Letti per voi

La polizia scientifica e il suo inventore

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Da oltre un quarto di secolo siamo tutti esperti di “indagini scientifiche”: il 6 ottobre 2000 l’emittente tv Cbs inizia a mandare in onda la serie “Csi: Crime Scene Investigation”, che arriva in Italia meno di un anno dopo. Per quindici stagioni (più le repliche e gli spin-off) i personaggi del turno di notte della polizia scientifica di Las Vegas entrano in tutte le case del mondo. Sembra quasi che la scienza “made in Usa” mandi in pensione il commissario Maigret. Non è così per molte ragioni, e la prima sta nel fatto che le indagini scientifiche vengono ideate e istituzionalizzate in Italia a partire dal 1902, grazie all’impegno e alla visione di un medico ebreo astigiano, Salvatore Ottolenghi (1861-1934). Allievo di Cesare Lombroso, studioso di psichiatria e antropologia criminale, in quell’anno fonda a Roma la Scuola di Polizia scientifica italiana, la prima nel mondo (negli Usa il primo laboratorio è del 1923).

Per capire l’importanza di questo scienziato vale la pena leggere “Salvatore Ottolenghi – inventore della polizia scientifica” (Casa editrice Giuntina), nuovo lavoro di Roberto Riccardi, generale dei carabinieri, giornalista e scrittore. È uno fra i non molti casi in cui una biografia non romanzata si legge come un romanzo. Non solo per il fascino del tema e gli esempi che vengono citati: la squadra di Ottolenghi indaga ad esempio sul delitto Matteotti consentendo di arrivare alla verità; postuma, purtroppo, per le deviazioni e le coperture del regime fascista. Ma anche per la qualità del testo e gli approfondimenti che Riccardi offre, incrociando cronaca e letteratura; con importanti riferimenti all’apporto dato dalla comunità ebraica al progresso scientifico in Italia. Nella Scuola di Ottolenghi prendono forma il cartellino segnaletico, l’archivio delle impronte digitali, la rete internazionale di cooperazione fra le forze di polizia. Le sue innovazioni girano il mondo e nel 1925, al Congresso mondiale delle forze dell’ordine, a New York, il Capo della polizia della città, Richard Edward Enright dice: «Se la polizia americana vorrà proseguire sulla via del progresso, dovrà seguire l’Italia». In quella sede Ottolenghi dà una preziosa prova di sensibilità e indipendenza intellettuale. Dichiara infatti: «Non c’è la pena di morte in Italia dal 1850. Il carcere a vita è la punizione prevista per l’omicidio. Forse l’America sente il bisogno della sedia elettrica ma…. Io non posso essere d’accordo con la pena capitale».

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