Gli Elio e le Storie Tese e il “salto dello squalo”

Elio Addio

Gli Elio e le Storie Tese suoneranno il 23 maggio allo Stadium di Rimini nell’ambito del loro tour d’addio

Ognuno ha qualche tic di cui si vergogna ma di fronte ai quali è impotente, almeno credo. Io ne ho una dozzina abbondante, uno dei quali è che parlo da solo. Non sono uno di quelli che entri in una stanza e stanno facendo dei monologhi furiosi, ma la mia testa viaggia tanto e in modo un po’ inusuale, un po’ a metà tra sogno e realtà. Così ad esempio mi capita di immaginare dialoghi tra persone, esistenti o meno, e ogni tanto sento uscirmi una battuta dalla bocca, così a caso. Qualcuno l’ha notato ma si è comportato gentilmente.

Un altro tic molto simile: devo dire qualcosa di casuale, a voce altissima, quando mi torna in mente una qualche figura di merda che ho fatto nella vita o comunque una qualche situazione sgradevole in cui mi sono trovato. Ad esempio mi capita di ricordare quella volta a Montiano che caddi in bici di fronte alla ragazzina che mi piaceva, ed è un ricordo così vivo da farmi soffocare –per uscirne dico qualcosa ad alta voce, una frase senza senso e completamente slegata da quello che ho intorno, e poi penso ad altro. Non sono moltissimi episodi, una ventina al massimo, e fortunatamente non passo la mia esistenza a pensarci. Uno di questi episodi riguarda Elio e le Storie Tese.

Ci sono quei gruppi di cui a un certo punto sei fan e poi smetti. In alcuni casi è colpa loro: a un certo punto hanno iniziato a fare schifo. Che ne so, i Korn o i Nine Inch Nails, ascolto ancora i loro dischi ma non quelli usciti dopo gli anni ’90. In altri casi è colpa tua: non ho smesso di essere fan dei Guns’n’Roses per via della qualità di Spaghetti Incident, è che ho conosciuto troppa altra musica. Elio e le Storie Tese, artisticamente, stanno un po’ a metà tra le due cose. È un gruppo che ho ascoltato tanto e per cui ho perso l’affetto molto tempo fa, ma l’opinione popolare su di loro è abbastanza concorde nell’ammettere che a un certo punto gli Elio hanno saltato lo squalo e sono diventati noiosissimi.

Inciso: ho scoperto che “saltare lo squalo” non è un’espressione di uso così comune quanto pensassi, quindi lo spiego e se lo sapete già scusatemi. Jumping the shark si dice in relazione a tutti i prodotti artistici seriali (un telefilm, una discografia) che fino a un certo momento sono accettabili e poi diventano inaccettabili. Il riferimento è a una puntata di Happy Days in cui Fonzie (in bermuda e giubbotto di pelle, già sai) deve saltare dal trampolino con gli sci d’acqua scavalcando uno squalo, un momento che diventa simbolicamente lo spartiacque tra l’epoca in cui Happy Days era una bella serie Tv e quella in cui il successo commerciale ti impediva di chiudere bottega nonostante avessi già raschiato il fondo.

Il salto dello squalo degli Elio non è certo: alcuni lo fanno risalire ad anni recentissimi, qualcun altro a Criccraccrecr, qualcuno ancora li sostiene. Sono tutti più o meno concordi sul fatto che i primi due album siano divertentissimi, poi la gente si divide.

(Se qualcuno vi dice che “gli EELST sono dei grandissimi musicisti”, invece, è importante non accettare mai un invito a cena a casa sua)

Il momento che ricordo con imbarazzo risale a un pomeriggio della primavera del ’96. Mi suona il campanello di casa, apro e vedo sotto un mio compagno di liceo, tale Fabio: anni prima gli ho passato un disco di Elio e lui è diventato un superfan. È passato a prendermi, senza preavvisarmi, per fare un giro in macchina.

Dove?

Boh, in giro.

Perché?

Ti faccio sentire il nuovo disco di Elio e le storie Tese.

Il disco si chiama Eat The Phikis. Lo ascolta da una settimana, ha già memorizzato i testi e tutte le gag. Io non l’ho sentito. Eat The Phikis è il massimo momento degli Elio: sono esplosi un mese prima a Sanremo, e hanno già messo il piedino da protagonisti nello showbiz (Mai Dire Gol, le cose da autori, le cose da turnisti…). Beati loro. Io gli Elio non è che li ho mollati, ma tra Eat The Phikis e il disco precedente sono successe delle cose. Fabio mi carica sulla sua Fiesta e lì inizia l’incubo.

Vi è mai capitato di venire interrogati da un prof e di scoprire in quell’esatto momento di non aver mai acquisito una singola nozione della materia di cui state per parlare di fronte a una classe intera? Ecco. Il giretto con Fabio è così. Scopro che la mia non voglia di ascoltare il disco nuovo di Elio è talmente radicata nel mio inconscio da provocarmi una reale sensazione di carenza d’ossigeno. Non ho voglia di essere lì e non ho voglia di sentire Elio e non posso nemmeno chiacchierare. Ci provo un paio di volte ma lui mi dice di tacere che adesso ne arriva una bellissima. Una gag, una linea di testo, quelle cose lì. E quando è passata mi chiede «l’hai capita?». È un test. Non sto ascoltando. Guida per la Via Emilia ai 50 all’ora con i finestrini abbassati, si sbellica a sentire i passaggi di “Burattino senza fichi”, io sorrido educatamente per evitare domande. Non sto ascoltando. Per 15 minuti tutto quello che penso è a chiedergli di prendere la prima a destra e di portarmi a casa, ma sento che si offenderebbe o comunque non capirebbe fino in fondo. Così rimango lì in silenzio. Le cose iniziano ad andare molto male verso fine lato A: lui che mi chiede per la trentaduesima volta se l’ho capita e io gli rispondo di no. Come posso capirla? Non sto ascoltando. Non sono neanche in questo sistema solare. Lui diventa serissimo, d’improvviso. Non sono mai stato menato da una persona per i miei gusti musicali, no aspetta, una volta, comunque non questa. Vuole farlo lui? Non so. Poi decide di darmi una seconda occasione, schiaccia rewind e mi rimette su il testo che non ho capito. «L’hai capita adesso?», mi chiede pieno di speranza. Sento che non ne uscirò vivo. Voglio una bombola di ossigeno. Raccolgo le forze e inizio a ridere come facevo quando ero una persona felice, un’ora prima. Ma a metà del lato B ho finito tutte le facce che avevo a disposizione, fisso il finestrino come se mi avessero scambiato con un ultracorpo e lui non s’azzarda manco più a rivolgermi la parola. Il mio karma cattivo l’ha infettato, non ride nemmeno a sentire “Gli Immortacci” o forse non l’ha ancora capita, boh. È deluso, ma è un duro. Mi tiene in macchina finché il disco non è finito. “Neanche un minuto”, l’ultima canzone (tratta da Sanremo), sono costretto ad ascoltarla parcheggiato sotto casa mia. Saluto educatamente, torno in casa correndo e mi metto su Sabotage a tutto volume.

Ci ripenso un sacco di volte. Mi viene male quando penso a tutti i gruppi/dischi/concerti a cui ho costretto le persone che mi volevano soltanto bene, che volevano solo passare del tempo con me, o semplicemente non avevano il cuore di dirmi quanto poco gliene fregasse: si son ciucciati merda dieci volte peggio degli Elio in cambio. Chissà quante eruzioni cutanee. Così da dieci anni e passa vado ai concerti da solo. Poi Eat The Phikis l’ho ascoltato, non è male in realtà –sulla copertina del disco c’è uno squalo, perché nella musica torna sempre tutto. Ogni qualvolta mi capita di sentir parlare di loro, o di pensarci, mi sento intrappolato dentro quella Fiesta color grigio topo, mi sento soffocare e devo far uscire una frasetta dalla bocca per pensare ad altro.

La fastidiosissima telenovela del loro addio, prima esce Rocco Tanica poi no aspetta è ancora dentro ma non suona live poi ci sciogliamo poi facciamo Sanremo e ci sciogliamo poi un concerto d’addio poi un tour d’addio dopo il concerto d’addio, mi ha portato a un passo dal trapianto di fegato. Ma la loro ultima canzone che ho sentito, si chiama “Il circo discutibile”, è un epilogo coi fiocchi. Chissà se Fabio l’ha sentita.

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