lunedì
23 Marzo 2026

Invertire i ruoli

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Kim Gordon – Play Me (Matador, 2026)
Questa settimana parlavo con il mio amico Stefano della differenza di percezione tra la figura di Kim Gordon e quella di Thurston Moore, del modo in cui il loro personaggio pubblico e il loro brand di artisti si è evoluto nel corso dell’ultimo quindicennio. Se non li conoscete, si tratta di due ex-coniugi che dagli anni ottanta al 2011 sono stati la spina dorsale di quello che con tutta probabilità è il più celebre gruppo indierock della storia, i Sonic Youth.

Era ovvio che la band non sopravvivesse al divorzio tra i due, del quale si è letto tanto (sia Thurston che Kim hanno pubblicato un’autobiografia). Meno scontato, direi, che le due figure di artista abbiano in qualche modo cambiato segno. Lungo la storia della band la dinamica di coppia dei due aveva fatto una buona parte delle fortune dei Sonic Youth; Thurston era uno sperimentatore e un irriducibile amante delle avanguardie musicali, Kim un personaggio che pareva capitato dentro al punk un po’ per caso e sembrava avere più a che fare con le arti figurative e le frange più avanguardiste del mondo del fashion.

È un posizionamento che si è replicato in un modo o nell’altro fino al momento cui la band si è sciolta. Moore ha avuto un ruolo di pri- mo piano nelle frange più sperimentali del suono degli anni duemila, una sorta di talent scout delle avanguardie freak di tutto il mondo; oggi i suoi dischi mi pare che escano un po’ alla chetichella, e siano soprattutto la rappresentazione di una specie di rockettaro infoiato con qualche spruzzata di art rock che non si capisce molto bene da dove venga. Gordon, da parte sua, giganteggia sul mondo del pop colto. Settant’anni e passa, un look che dà ancora tre piste a tutti quanti, dischi che vengono recensiti con entusiasmo dalle riviste più attente del pianeta.
Anche il suo ultimo album è ottimo, va detto. Canta i testi che scriveva già ai tempi dei Sonic Youth, giustapposizioni un po’ casuali di immagini forti segnate da una bella botta femminista, con basi che potreste trovare in un disco industrial di fine anni settanta o in un album hip hop dei primissimi anni duemila – e sì, c’è il sospetto che i toni entusiastici abbiano più a che fare con la vibrazione generale che con la qualità del disco in sé. Che comunque non è affatto male.

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