Cosa sarebbe Ravenna senza mosaico?

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Le travagliate vicende delle scuole d’arte e il rischio che scompaia una tradizione didattica e di conoscenze che ha radici secolari

Per scongiurare la dispersione di questo straordinario patrimonio culturale
e trasmissione del “saper fare”
si sono mobilitati dirigenti scolastici
e insegnati, artisti, intellettuali
ed esperti quali Carlo Bertelli, Flavio Caroli, Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi

Cosa sarebbe Ravenna senza il mosaico? Risposta difficile: come una stella senza Galla Placidia o il colore oro senza San Vitale?
Parlare del mosaico a Ravenna è come pensare alle cooperative, ai braccianti, alle larghe e al mare, alla pineta o alle antiche basiliche. Che siano elementi sterotipi o no, lontani o vicini al nostro tempo, ha poca importanza. Quello che vale è che le radici di una città o di un territorio vengono costruite – in questo caso sono già state costruite – su elementi che ne hanno plasmato il percorso e la crescita.
La storia del mosaico a Ravenna è secolare, un racconto che va dal Mausoleo di Galla Placidia ai negozi di souvenirs del centro, è visibile in quasi tutti i nostri monumenti Unesco e negli studi dei mosaicisti contemporanei. È una narrazione che si espande dalla decorazione bizantina al restauro, dall’arte antica al design contemporaneo, tramandata attraverso generazioni di maestri mosaicisti – ravennati e non – che hanno imparato nelle scuole locali. Ancora oggi qui non è il mare ad attrarre gran parte dei turisti: la maggioranza viene ancora per vedere i mosaici.
Una premessa necessaria questa che focalizza il contesto del problema degli effetti della scomparsa dell’Istituto d’arte del mosaico di Ravenna e in generale della trasformazione degli Istituti d’arte italiani, determinata dalla legge del 2010 della ministra Gelmini. Confermata dall’attuale governo, la legge ha letteralmente minato l’esistenza delle scuole che tramandavano le pratiche dell’alto artigianato alle radici del made in Italy, riassorbendole nei Licei artistici. Ma cosa è accaduto in questi matrimoni coatti è il solito pasticciaccio all’italiana: infatti, se alcune specializzazioni – come la ceramica di Faenza, il vetro a Venezia o il corallo a Torre del Greco – sono state mantenute grazie alla loro trasformazione in indirizzi specialistici dei nuovi Licei, la buona sorte non è toccata a tutti. Le uniche quattro scuole di mosaico in Italia presenti a Ravenna, Monreale, Firenze e Venezia – così come quelle dell’alabastro a Volterra e delle pietre dure a Firenze – sopravvivono per ora a fatica, ma il loro destino è una cronaca di morte annunciata. E non è allarmismo.

Di questi problemi e della possibile perdita del patrimonio materiale e immateriale delle scuole d’arte si è recentemente parlato in un convegno organizzato dal Liceo artistico Nervi-Severini in collaborazione con Essia, l’associazione nazionale che raccoglie gli ex studenti delle scuole ed istituti d’arte di Ravenna. Hanno partecipato insegnanti e dirigenti di una ventina di Licei artistici italiani, rappresentanti del Ministero della Pubblica Istruzione e dell’Università di Bologna oltre a varie personalità del mondo della cultura fra cui Paolo Fresu e Carlo Carli, vice-presidente di Essia. Oltre al confronto, lo scopo dell’incontro è stata la presentazione di una carta di intenti che chiarisce i pericoli della dispersione di questo grande patrimonio culturale, indicando le strategie per evitarla. Fra i più forti sostenitori della cosiddetta “Carta di Ravenna” – consultabile sul sito del Liceo artistico di Ravenna – si contano Marcello Landi, ex dirigente del Liceo artistico cittadino, e numerosi mosaicisti ravennati – Giuliano Babini, Dusciana Bravura, Francesca Fabbri, Felice Nittolo – ma anche testimonial d’eccezione come Carlo Bertelli, Flavio Caroli, Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi.
Gli interventi e una bella videotestimonianza di Luigi Berlinguer a sostegno hanno sortito una buona attenzione, ma il fronte dei no fatica a cedere. L’opposizione al mantenimento delle scuole d’arte si fonda sostanzialmente su due tesi: la prima è che la quota di ore di autonomia oggi destinate a questi insegnamenti nei Licei possa bastare alla loro esistenza; la seconda, che alcune discipline possono scomparire dalle scuole superiore per essere assegnate alle Accademie di Belle Arti. È questo il caso del mosaico a Ravenna.
Purtroppo la realtà è un’altra: il mosaico oggi sopravvive nel Liceo artistico di Ravenna solo grazie ad una quota limitata di ore decisa in “autonomia” dai docenti e affidata ad alcuni insegnanti specializzati. Poche ore per il biennio che si ampliano nel triennio, ma il problema insanabile è che la dicitura “maestro d’arte mosaicista” è stata cassata dai diplomi dei Licei così come l’insegnamento è scomparso dalle classi di concorso del Ministero. Anche ad un pubblico di non addetti ai lavori dovrebbe risultare chiaro che – data la cancellazione della loro classe di concorso – non si potranno più fare bandi pubblici per assumere queste figure professionali. Si tratta quindi di una categoria di insegnamenti attualmente “protetti” che per forza scompariranno nel giro di un paio di decenni, dichiarando così la morte definitiva della tradizione musiva in questa città.

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Il gruppo di lavoro che ha realizzato una copia di un particolare dell’Albero della vita, antico mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto poi esposto all’Expo di Milano, nella mostra curata da Vittorio Sgarbi. Al centro il professore Marcello Landi, per anni dirigente scolastico del liceo e dell’istituto d’arte, fino al 2014-15.

La seconda questione riguarda l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, nella quale è possibile già da ora seguire l’insegnamento di mosaico. Il primo problema è di sostanza, visto che questa scuola di formazione superiore sopravvive solo grazie alla volontà ferrea e all’impegno economico del nostro Comune. Non sappiamo fino a quando, ma l’ipotesi che essa venga statalizzata con il conseguente alleggerimento degli impegni comunali è già naufragata da molto tempo.
Entrando nel merito invece, vogliamo ricordare che gli insegnamenti attuali di tecniche, laboratorio e di restauro musivo vengono svolti in Accademia grazie ad un discreto numero di ore nel primo biennio, che vanno calando nel ciclo superiore.
Eppure, la storia dell’insegnamento del mosaico a Ravenna indicherebbe al contrario la necessità di un percorso più ampio. La prima scuola di Mosaico prese avvio nel 1924 in seno all’Accademia, sotto la direzione di Vittorio Guaccimanni. L’insegnamento della tecnica musiva venne affidato al pittore e mosaicista Giuseppe Zampiga che – coadiuvato da Azzaroni e sotto la guida di Corrado Ricci – aveva fatto rinascere il restauro musivo operando da alcuni anni sui monumenti ravennati. Pochi anni dopo, a questo corso specialistico se ne affiancò un secondo più indirizzato al mosaico nella valenza di arte applicata, guidato dall’architetto Giovanni Guerrini. Fu proprio in questo periodo che in Accademia si preparò quella generazione di mosaicisti ravennati che tutti conosciamo, fra cui Ines Morigi Berti, Antonio Rocchi, Libera Musiani, Lino Melano, Sergio Cicognani, Romolo Papa, Giuseppe Salietti e Renato Signorini, che prese il posto di Zampiga nella direzione della scuola e continuò per anni ad insegnare mosaico.
Fu questo gruppo di maestri ad essere impiegato nei restauri ravennati e in nuove opere in tutta Italia grazie ad una buona stagione favorevole agli interventi musivi in palazzi ed edifici pubblici italiani. Sono anni in cui artisti internazionali come Gino Severini, Gudmundur Errò e Ben Shahn fanno realizzare mosaici su propri cartoni o vengono a Ravenna per imparare la tecnica, che entra a far parte del loro lavoro. In questo contesto effervescente, si realizzano anche due grandi mostre, una sulle copie del mosaici antichi a cura di Giuseppe Bovini, fondatore dell’Istituto di Antichità ravennati e docente di Archeologia cristiana all’Università di Bologna, la seconda sul mosaico moderno, curata sempre da Bovini insieme a Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli. Fu proprio nell’anno di inaugurazione di questa mostra, il 1959, che si realizza concretamente la proposta di Giovanni Guerrini di realizzare una scuola statale per l’insegnamento del mosaico. Bloccata dalla guerra, l’idea andò in porto proprio in quest’anno con la nascita dell’Istituto d’arte per il Mosaico intitolato poi a Severini.

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Foto di gruppo di studenti e insegnanti dei corsi di mosaico nella sede “Severini” del liceo.

Furono quindi i maggiori esperti di mosaico ravennate a sentire l’esigenza di preparare i giovani fin dall’età più giovane, apprestando un iter di studi che partiva dalla scuola secondaria e si avvaleva poi della specializzazione in Accademia. Contando quindi questo dato storico, risulta un po’ fragile l’idea che oggi si possa fare a meno di un corso di studio propedeutico alla formazione specialistica data dall’Accademia. Ma soprattutto, scomparendo la figura e la legittimità del titolo di “maestro d’arte” ci si chiede come anche l’Accademia potrà reperire i docenti per i propri studenti. Come tutti gli enti di formazione pubblici, anche questo istituto dovrà seguire le norme statali per il reclutamento degli insegnanti di mosaico che però già da oggi non possiedono più un titolo legittimo.
Il problema sembra del tutto burocratico, ma la previsione è che – pensionati gli ultimi docenti di mosaico al Liceo e all’Accademia – l’insegnamento non potrà che essere esternalizzato a botteghe e studi privati, fuori dalla scuola grazie a stages formativi. Poco male, qualcuno potrebbe dire: tutti vedono di buon occhio un rapporto più stretto fra scuola e lavoro. Ma il ricambio generazionale affidato del tutto ai privati sarà sufficiente? L’insegnamento scolastico è sicuramente superabile?
I nostri maestri mosaicisti pensarono di costituire il Gruppo mosaicisti e le botteghe in stretta connessione con le scuole, ma non pensarono che queste ultime fossero sostituibili. Anzi, le crearono proprio loro.
Attualmente il cerchio è purtroppo perfetto e sembra chiudere la storia del mosaico a Ravenna, una città che ha utilizzato costantemente le immagini dei mosaici antichi per autorappresentarsi. Tagliate le radici e perduto il travaso di conoscenze fra generazioni, quale sarà la prossima immagine simbolo di Ravenna? La campagna, l’Anic o la nuova Darsena?
Magari la nebbia, che è più romantica.