Street art: creatività metropolitana fra messaggi, loghi, visioni surreali e ironia

Dalla sottocultura giovanile al dissenso sociale e culturale, dalle periferie degradate  al mercato dell’arte contemporea

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Opera di Keith Haring

C’è chi la chiama Arte di Strada, Graffitismo, Arte Urbana, Street Art o Writing, chi invece si arrabbia e vorrebbe dare una mano di bianco per cancellare ogni messaggio visivo dalle pareti senza rendersi conto che rischierebbe ogni tanto di cancellare qualcosa di valore, che rende unica la propria città.

Facciamo un po’ di luce su quella che è la storia dei linguaggi delle strade, per lo più giovanili ma non solo, talvolta a carattere politico ma spesso con l’obiettivo puro di esprimersi in modo artistico o lirico. Intanto, se proprio si devono calcolare le origini dei messaggi di strada, occorre camminare un bel po’ all’indietro nel tempo: fra i tanti esempi anonimi dell’utilizzo di graffiti e scritte per strada valgano gli esempi di Pompei del I secolo d.C. che contano annunci, oscenità, messaggi politici, avvertimenti di vario genere oltre a brevi pensieri personali. Tralasciando opere volute come gli affreschi ed evitando le precisazioni erotiche scritte sui muri da ruffiani, prostitute, amanti respinti o vanagloriosi della propria potenza sessuale, possiamo citare un insulto – Virgola dice al suo Terzo: ma sei proprio uno schifoso, un porco! – e qualche schietta parola d’amore: – Chi non ha visto la Venere dipinta da Apelle, guardi la mia ragazza: lei risplende al pari di quella -. Sui muri antichi non apparivano solo parole ma anche immagini a carbone, dipinte o incise: oltre alle note specialità erotiche delle case di tolleranza c’era chi raffigurava la fine degli spettacoli in anfiteatro con le risse fuori dall’edificio fra le tifoserie avverse, mentre altri incidevano i gladiatori Severus e Albanus nelle tenute di lotta. Messaggi anonimi, del tutto privi di quasiasi velleità artistica, che semplicemente parlavano di vita vissuta. Attraverso i secoli, i muri esterni di edifici e città hanno da sempre raccolto gli spasmi della vita corrente di soldati, pellegrini o persone comuni, tanto da poter dire che questo tipo di espressioni esiste da quando gli esseri umani esistono.

Tornando a tempi più vicini, il rilancio dei Graffiti avviene negli Stati Uniti: siamo verso la fine degli anni ‘60, quando i treni di Philadelphia vengono coperti di scritte multicolori e qualche anno dopo a New York la cultura hip-hop si appropria del linguaggio – uno dei writers più famosi è Taki 183 – che giunge all’apice nei primi anni ‘80.

Uniti dall’utilizzo delle bombolette spray, fin dall’inizio si evidenziano stili differenti che vanno dal Writing puro – solo scritte con caratteri altamente personalizzati a cui si aggiunge la propria firma (tag) e la freccia (arrow) – a veri e propri disegni (Aereosol Art), fino a interventi che uniscono con continuità le due forme espressive. Contemporaneamente nasce anche negli anni ‘80 una terza variante che potremmo identificare con i simboli di Keith Haring, conosciuta come Graffiti Logo.

L’impatto di questi linguaggi con la cultura d’avanguardia è tale che già nel 1983 escono il documentario Style Wars e il film Wild Style che diffondono il repertorio visivo urbano e musicale della hip-hop newyorkese. Eccezionali le riprese del documentario – da rivedere su youtube – in cui si alternano alle parole sincopate della musica le riprese del bombing (letteralmente fare graffiti come alternativa al sistema) a spezzoni di break-dance improvvisate per strada e interviste. Inutile dire che c’è già chi vedeva questa forma espressiva come una piaga da debellare o una forma artistica collettiva. Praticata indistintamente da ragazzi d’ambo i sessi, afroamericani e bianchi, individualmente o in gruppo, l’arte di strada unisce i giovani e dichiara la loro esistenza in città. Gli interventi sono prima tutto studiati al millesimo su un progetto disegnato, una griglia riportata sulla superficie, coperta poi dal colore e da eventuali effetti di tridimensionalità.Dei protagonisti della prima onda – Seen, Dust, Cap – alcuni diventano famosi come Rammellzee e Keith Haring che abbandonano i muri urbani per opere su tela, sculture, oggetti di design da esporre nel circuito internazionale delle gallerie d’arte.

Nonostante gli Usa siano la patria di elezione di questo linguaggio, i writers compaiono negli stessi anni anche in altre parti del mondo: in Europa tutte le metropoli assistono all’insorgere del fenomeno ma fin dal 1984 il muro di Berlino ovest diventa la superficie più estesa per poter esprimere il proprio dissenso colorato. Il primo artista ad intervenire sulla barriera fra i due blocchi è Thierry Noir a cui dobbiamo anche un’immagine di quegli anni in cui il muro immacolato di Berlino est si contrappone a quello coloratissimo della parete opposta. Ancora nella seconda metà degli anni ‘80 cominciano ad apparire Writing e Graffiti Logo in Italia: Monica Cuoghi (in arte Pea Brain) e il suo compagno Claudio Corsello (CK8) saranno i primi a Bologna ad intervenire con disegni e loghi – famosissima la papera inventata da Monica – sui treni e sui muri della linea ferroviaria e sugli edifici abbandonati o occupati delle aree periferiche.Dagli anni ‘90 si può dire che questi linguaggi che rappresentavano alle origini una sorta di sottocultura giovanile e urbana occidentale vengono conosciuti dal grande pubblico.

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Banski, Follow your dreams

I media si moltiplicano: alle forme storiche si aggiungono le stencils – mascherine che vengono riutilizzate per definire disegni a spray sempre uguali – e poi manifesti, adesivi, stampi, installazioni permanenti e non. Fra gli artisti più famosi appartenenti alle ultime generazioni va ricordato Banksy, un artista nato a Bristol ma di cui ancora oggi non si conosce né età, né fisionomia. I suoi lavori, eseguiti circa dal 2000 sempre in modo anonimo, prevalentemente in Inghilterra ma anche in altri paesi del mondo – in Italia come in Cisgiordania – intervengono su temi di forte attualità politica ed etica con un taglio che attraversa l’ironia, il sarcasmo e possono essere venati di una leggera malinconia.
Altrettanta fama e anonimato ha Invader, un artista urbano di nazionalità francese le cui opere hanno cominciato ad apparire a Parigi dalla fine degli anni ‘90 per poi dilagare prima in tutta la Francia e poi in tutto il mondo. Abbandonati spray e stencils, Invader si è distinto per l’utilizzo di un mezzo insolito come il mosaico, formato non da tessere ma da piastrelle industriali di piccolo formato che ad imitazione dei pixel.

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Invader, via Guidone, Ravenna

In questo modo, piccole facce di mostri possono comparire agli angoli delle strade del mondo – generalmente a qualche metro d’altezza – ad imitazione dei primi giochi interattivi su computer degli anni ‘80. A Ravenna questo urban artist nel 2014 ha realizzato 40 invasioni suscitando varie polemiche e la reazione dei benpensanti ma purtroppo per loro occorre ricordare che in Italia la nostra città è l’unica oltre a Roma ad essersi assicurata la presenza di un artista ormai internazionale, già invitato nel 2011 al museo MOCA di Los Angeles alla mostra Art in the Street. L’intervento in città ha già avuto numerose ricadute, la prima individuata in un progetto scolastico legato al tema dell’inclusione dei ragazzi diversamente abili, partito dal Liceo Artistico e diffuso poi ad altre scuole. Il progetto – sostenuto dal Miur – è stato riconosciuto a livello nazionale ed è stato recentemente esportato a Vienna, attraverso un Progetto Erasmus.
Oltre ai divertenti mostriciattoli invasori – di cui esiste una mappa precisa in rete (http://space-invaders.com/world/ravenna/) – vale la pena registrare una miriade di interventi di urban artists a Ravenna, che proprio dal 2014 ha scelto di ospitare il festival Subsidenze, un evento nato in collaborazione fra Comune e l’associazione culturale Indastria, che a cadenza annuale mette a concorso i progetti più interessanti di giovani sia italiani che del territorio. In rete è possibile vedere una selezione dei lavori già eseguiti (http://www.turismo.ra.it/ita/Scopri-il-territorio/Arte-e-cultura/Opere-artistiche/Street-Art-a-Ravenna), fra cui merita una citazione quello eseguito da Ericailcane, un artista d’azione bolognese che come altri divide i suoi interventi fra una produzione alta nelle gallerie d’arte e interventi di Street Art in tutta Italia. Nel 2014 è intervenuto in via Salona, una traversa di via Antico Squero, dipingendo un mostro marino sulla parere di un edificio industriale.

L’opera si vede quasi a sorpresa in una zona difficile per il passaggio veloce in auto: il serpente marino, pronto ad inghiottire una barca di topolini che innalzano bandiera bianca, ha molto a che fare con la serie di puppets, video di animazione e disegni ispirati a metà fra l’analisi scientifica e la deriva gotica propri di Ericailcane, già invitato a Ravenna a metà degli anni ‘90 per esporre a No Border in S. Maria delle Croci.
Jim Avignon, Camilla Falsini, DissensoCognitivo, SeaCreative, Zed1, Millo, Tellas sono alcuni degli altri artisti invitati a lavorare in varie aree di Ravenna  – da via Sighinolfi a via Tommaso Gulli, da via Punta Stilo a via Trieste – all’interno di interventi programmati, a cui si aggiungono i recentissimi murales (così definiti dalla stampa locale) degli studenti dell’Istituto Comprensivo Darsena e del Liceo Artistico di Ravenna sui muri della Scuola Pasini e in Darsena, su Piazza Medaglie d’oro.

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Anonimo, Ravenna

Al di fuori delle zone programmate rimangono poi numerosi interventi, eseguiti sempre in anonimato e senza chiedere il permesso: rimangono ormai storici gli interventi del ravennate Sonosolo che nel 2004, al tempo attorno ai vent’anni, ebbe parecchie vicissitudini con stampa, privati e tutori dell’ordine per i suoi buffi personaggi alieni, sparsi dalla zona ESP al centro città. Da quel decennio in poi continuano invece le decorazioni abusive nelle zone più degradate o sgradevoli della città come il sottopassaggio della stazione o i muri di alcuni parcheggi. L’onda dei linguaggi giovanili, il bombing delle origini – nonostante tutto – continua a prendere possesso della città.

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