La Ravenna di Piero

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Man Ray (Emmanuel Radnitzky), Three Heads, 1920, cm 20.7 × 15.7, stampa su gelatina d’argento, 1920-1928, Thomas Walther Collection 1901-1949

Il ricordo di viaggio di Joseph Stella, dadafuturista italo-americano (1926)

Silenzio. Staticità. Dolore. Queste le non certo allegre immagini che Ravenna ispira a Joseph Stella (all’anagrafe Giuseppe Michele da Muro Lucano) – dadafuturista italoa­me­­­­­­rica­no, ma amante dei pittori “primitivi” italiani e amico del genio Duchamp – nel suo ricordo della nostra città, visitata nel 1926, dall’asciutto titolo: Ravenna.1 «L’Italia – afferma Stella nella Lettera a Ferdinando Santoro, suo critico nella mostra napoletana del 1929 – è l’unica mia vera ispiratrice».2 Che lo sia stata un po’ anche la “città del silenzio”? (che per un futurista è il massimo…).

Il silenzio, dunque, innanzitutto: «alto, solenne, ieratico» come la processione «d’oro e bianco» (delle vergini di Sant’Apollinare Nuovo?, ipotizziamo noi). Su questo silenzio si elevano «con semplicità» e «naturalezza» gli «alti cilindri dei campanili» in uno scenario di «staticità vivente» (un bell’ossimoro per Ravenna) in cui però «s’intravede una vita profonda dilungarsi per i meandri del Mistero» (quei “meandri” che egli ha visto rappresentati nell’intradosso dell’arco che conclude la volta a botte col cielo stellato di Galla Placidia, citata, infatti, subito dopo nella poesia; quale miglior luogo per uno di cotal nome?).

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Sopra: Piero della Francesca, Storie della Vera Croce, scena coll’Adorazione della Croce e l’incontro tra Salomone e la Regina di Saba, 1452-1466, affresco, Cappella maggiore della chiesa di San Francesco, Arezzo.
Sotto: Piero della Francesca, Storie della Vera Croce, scena col Ritrovamento delle tre croci e verifica della Croce, 1452-1466, affresco, Cappella maggiore della chiesa di San Francesco, Arezzo

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Stella “riscatta” la città silente, riconoscendole una vita «presente e viva come nei fondi animati dalla muta e tanto raccolta eloquenza delle figure di Piero della Francesca». Al pittore Stella non potevano che venire in mente i cristallini paesaggi senza tempo del grande Piero. Un paragone lusinghiero per Ravenna. Anche Galla e la sua tomba sono avvolti nel silenzio. In questa soffusa atmosfera, i rintocchi di campane non possono che apparire come «richiami flebili di moribondi», di «cuori» e di «palpebre» che si aprono e si chiudono nel dolore. Echi trakliani3 sono i colori netti del tramonto “dipinti” da Stella: il «blu» del cielo su cui si staglia l’orlo «nero» delle case. «Fuochi passanti», «ombre»: il pittore coglie la città per immagini. L’ultima è quella del campanile (ancora) e della facciata del duomo che «impallidendo nella sera ha una dolce chiarità soffusa di tenerezza ed amore come di moribondo». Difficile, per chiunque, prestargli soccorso.

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Joseph Stella, The Brooklyn Bridge: Variation on an Old Theme, 1939, olio su tela, cm 178.4 × 107.2, Whitney Museum of American Art, New York.

NOTE:
1.    In Joseph Stella, Ricordi e pensieri, Roma, Edizioni della Cometa, MCMLXXXIX, p. 84. Tutte le successive citazioni riferite a Ravenna sono tratte ibid. Su Stella si veda: Simonetta Nicolini Alla fine del viaggio. Immagini degli emigranti
e dell’America negli scritti e nei disegni di Joseph Stella, in Viaggiare con i libri. Saggi su editoria e viaggi nell’Ottocento, a cura di Gianfranco Tortorelli, Bologna, Pendragon, 2012, pp. 263-291.

2.    Joseph Stella, Lettera a Ferdinando Santoro, agosto 1928, in J. STELLA, Ricordi e pensieri, cit., pp. 85-86.

3.    Georg Trakl, il poeta cantore del tramonto dell’“Austria felix”.

Joseph Stella  Ravenna

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Il meandro a mosaico, post 425, del Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna

«Il silenzio di Ravenna, alto, solenne, ieratico come la processione d’oro e di bianco lungo muro di purezza proteggente la vera Santità grave della Vergine. Case, chiese, campanili, gli alti cilindri dei campanili si elevano con semplicità, naturalezza nel silenzio su un fondo di staticità vivente, lungo cui si sente, s’intravede una vita profonda dilungarsi per i meandri del Mistero, ma presente e viva come nei fondi animati dalla muta e tanto raccolta eloquenza delle figure di Piero della Francesca. Nel silenzio la tomba di Galla Placidia – notturno soffuso…
Suoni di campane ansimano brevi come richiami flebili di moribondi. Cuori che si aprono nel dolore e sul dolore si richiudono, palpebre appena sollevate e presto cadute su sguardi dolorosi.
La sera cade lentamente, ma il cielo è chiaro, il blu del cielo divenuto d’un pallore soffuso di riflesso sugli orli neri delle case.
Appena qualche lieve rumore – fuochi passanti si perdono nelle ombre inavvertite. E sul cielo, non campeggia che il campanile e la facciata del duomo, che impallidendo nella sera ha una dolce chiarità soffusa di tenerezza ed amore come di moribondo»