Valentino Parmiani uno sguardo sintetico fra paesaggio e architetture

L’occhio umano è uno “strumento” selettivo che inquadra la realtà all’interno dei confini della soggettività; per questo, a differenza dell’obiettivo fotografico, permette alla mano di essere spontaneamente sintetica. Il ri-disegno dell’architettura e del paesaggio, in questo modo, diviene progetto, costruzione.
È questa forma di comprensione del reale tramite il disegno che ha impegnato, per tutta una vita, l’opera di Valentino Parmiani al quale sono stati dedicati un volume ed una mostra dal titolo: “Valentino Parmiani. Paesaggi/Architetture”, allestita nel Corridoio Grande della Biblioteca Classense di Ravenna.
L’esposizione, già presentata nella scorsa primavera presso la Chiesa dello Spirito Santo di Cesena, è giunta a Ravenna grazie all’iniziativa congiunta dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Ravenna, dell’Istituzione Biblioteca Classense e del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna – sede di Cesena.
I luoghi scelti per la presentazione della mostra e per l’esposizione delle opere riverberano più di un rimando, diretto e indiretto, alla storia di Parmiani. La Biblioteca Classense, infatti, è sede di una importante collezione di disegni – da Camillo Morigia a Corrado Ricci; la Sala Muratori – che ha accolto la conferenza di inaugurazione – è un omaggio allo storico bibliotecario che ha profuso parte dei suoi sforzi per la tutela delle pinete ravennati alle quali ha dedicato particolare attenzione proprio Parmiani che, nato a Firenze nel 1943, consegue la maturità presso il Liceo Artistico di Ravenna (1969), allora ospitato nell’ala dell’Istituzione Classense oggi oggetto di restauro.
Parmiani è stato docente a contratto dell’Università di Bologna, presso la sede di Cesena dalla fondazione della Facoltà di Architettura (1999) fino alla sua morte avvenuta nell’agosto del 2015. La sua attività didattica e il suo straordinario talento pittorico hanno contribuito in modo sostanziale alla crescita della scuola cesenate, oggi divenuta “Dipartimento di Architettura”, sede del Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Architettura.
La morte di Parmiani ha lasciato smarriti i suoi più stretti colleghi e amici che per omaggiarne la memoria hanno deciso di fare ciò che lo stesso Parmiani non era riuscito a fare, ovvero raccogliere in un volume tutte le sue più importanti opere grafiche. È con questo intento, celebrativo e divulgativo al contempo, che Gianni Braghieri e Franco Raggi, insieme a Francesco Saverio Fera (Coordinatore del Corso di Laurea Magistrale) e Lorena Pulelli, hanno collezionato in un catalogo un Atlante « […] di punti di vista, di abilità, di atteggiamenti».
«L’Immagine – in senso lato – subisce da troppo tempo un processo di inesorabile spersonalizzazione, causato dalla produzione e dalla facilità di accesso ad una sproporzionata (e inclassificabile) quantità di immagini. È lo stesso svuotamento a cui è sottoposta, ad esempio, la rappresentazione tecnica con la diffusione di programmi di disegno assistito che, se da un lato garantiscono una maggiore precisione (?) e riproducibilità grafica, dall’altro, potendo variare in continuazione scala e punto di vista, fanno perdere il controllo d’insieme della fase di creazione progettuale. Il disegno per Parmiani è sempre stato atto di “conoscenza” – afferma Franco Raggi, suo compagno di università al Politecnico di Milano – e, quindi, procedimento attivo; per questo nella sua attività pittorica e didattica ha restituito valore e ordine ad un saper fare trasmissibile ma che può condurre ad una personalissima ricerca dell’assoluto».
Gli sguardi tendono sempre all’interpretazione poetica, ma rigorosa e quasi da geografo, di Architetture e Paesaggi. Questa “patologia artistica” conduceva Parmiani al feticismo della perfezione, sia estetica che tecnica. Curioso l’aneddoto riportato da Raggi, secondo il quale alla prima lezione di disegno Parmiani (docente “esigente e generoso”) insegnava ai propri studenti come utilizzare il temperamatite.
L’osservazione attenta e la tendenza alla classificazione hanno permesso a Parmiani di possedere uno sterminato archivio di luoghi della memoria, riversati ad esempio con una “vena surreale” in una “tassonomia di paesaggi” d’invenzione su un pentagramma supporto inusuale, per finalità e dimensioni, al disegno.
Parmiani – ricorda Gianni Braghieri – «non faceva nulla per la sua arte» e questa sua “pigrizia”, che limitava fortemente la diffusione della sua opera, viene considerata come una “virtù” dallo stesso Braghieri, fondatore della Scuola di Architettura di Cesena, che nel 1999 chiamò Parmiani come docente per i corsi di disegno della neonata Facoltà “Aldo Rossi”. Il “reclutamento” venne suggerito – ricorda Braghieri – da Arduino Cantàfora che rifiutò lo stesso incarico perché già impegnato presso la Scuola Politecnica di Losanna.
Cantàfora nella sua lectio magistralis dal titolo: Valentino Parmiani. Del Sublime, affianca alle opere dell’amico-collega quelle di alcuni “compagni di viaggio”, ovvero di grandi artisti del passato che occupano un Parnaso nel quale lo stesso Parmiani trova posto, con i suoi “picchi” creativi alternati ai momenti melanconici.

Nel ricordo personale emerge il riconoscimento, per Parmiani, della montagna come luogo dell’anima e a questo proposito Cantàfora traccia i contorni di un preciso episodio legato alla realizzazione di un acquerello dedicato a Folgaria.

Parmiani, durante un soggiorno sulle sue amate Dolomiti, si presenta come d’abitudine a casa dell’amico Cantàfora e nel chiuso di una camera inizia a tracciare su un foglio dei segni da destra verso sinistra, «socchiudendo un occhio». Sembrava – rammenta Cantàfora – di vedere all’opera una “stampante”: con l’uso di una sola matita (con la B, in particolare) e graduando la pressione della mano, Parmiani poteva disegnare qualsiasi cosa. Il paesaggio, nella semplicità del tratto monocromatico, prendeva forma e sostanza: le creste, le nuvole, la Vallagarina e il fiume Adige che, dopo una curva, si allontana. Tutto occupava una posizione precisa di quel foglio. Il giorno seguente, quello stesso foglio veniva contrapposto al paesaggio reale con il quale combaciava in modo impressionante («c’era poco da modificare: una cresta, l’ansa del fiume…» e poi il disegno poteva prendere corpo con i colori). Cantàfora racconta che, in quell’occasione, ha percepito la stessa sensazione che doveva procurare l’esperimento prospettico di Brunelleschi davanti al battistero di San Giovanni a Firenze.
Il viaggio compiuto attraverso l’arte da Cantàfora richiama tutte le tappe che hanno avuto una rilevanza formativa per Parmiani, sia sotto il profilo della tecnica che della profondità del giudizio critico. Si va dal surrealismo di Magritte (La condizione umana, 1933) alla Land Art di Richard Long (A line made by walking, 1967) con la loro fusione tra arte e realtà; dal realismo (quasi da trattato scientifico) di Albrecht Dürer (La grande zolla, 1503) alla trasposizione dell’assoluto di Böecklin (L’isola dei morti, con la sua perfetta coincidenza tra natura e architettura) e delle creste di Friedrich, dove l’azzurro del cielo è la manifestazione della transizione tra la luce e la tenebra; fino alle viste topografiche del piemontese Giuseppe Pietro Bagetti (illustratore delle campagne di Napoleone il quale utilizzava i suoi disegni per arricchire di dettagli le proprie memorie di guerra) e il Mont Blanc di Violett-le-Duc.
Quella di Parmiani è rappresentazione di materia “altra”; egli di fonte alla Montagna non rimane indifferente ma riflette sulla «tellurica della terra» e sulla condizione storica dei luoghi, dai cui deriva la serie si disegni dedicati ai «paesaggi perduti della Grande Guerra». La traduzione grafica delle sue esperienze permette a chiunque di immergersi pienamente in questa rappresentazione consapevole.
La mostra – allestita nella Manica Lunga della Biblioteca, a cura di Giovanni Poletti, Lorena Pulelli e Francesco Saverio Fera – ha avuto il pregio della visione contemporanea di acquerelli incorniciati (buona parte dei disegni appartengono a collezioni private), fogli singoli, taccuini nei quali le impressioni pittoriche (la minuziosa rappresentazione dei campi, con i sistemi di scolo delle acque) vengono naturalmente fondendosi con le considerazioni di tipo socio-economico (le velocità con cui si trasformano i territori e i processi produttivi), in un intreccio di segni grafici, spesso minuscoli.
Le viste architettoniche sono rappresentate congiuntamente alla planimetria degli edifici in una rigorosa proiezione ortogonale; è la ricerca della precisione che aiuta a classificare e conoscere e dare dei punti di riferimento, come si ritrova in moltissimi acquerelli che, sebbene prospettici, riportano, insieme al monogramma VP (la firma dell’autore), anche un asse di orientamento, magari utile per ricostruire in base alla direzione della luce il momento della giornata corrispondente alla rappresentazione.