Ci sarebbe il fenomeno di spostamento dell’Appennino verso il Mar Adriatico all’origine delle due scosse di terremoto chiaramente percepite nella mattinata di ieri (13 gennaio) in provincia di Ravenna. L’epicentro dei due movimenti sismici, di magnitudo 4,3 e 4,1, è stato registrato a sud ovest di Russi (ore 9.27) e a est di Faenza (9.29) mentre l’ipocentro è collocabile a una profondità di 23 e 22 km sotto la superficie terrestre. «Una scossa tutto sommato profonda e contenuta, localizzata in un’area che di per sé riscontra un notevole interesse sismico» spiega Rodolfo Carosi, professore ordinario di Geologia strutturale all’Università di Torino e Presidente della Società Geologica Italiana dal 2024. Secondo l’esperto, le caratteristiche morfologiche dell’Emilia-Romagna potrebbero portare in futuro anche a sismi di intensità più elevata: «La prevenzione deve partire dall’edilizia. Oggi l’adeguamento sismico delle strutture è più che mai necessario».
Professore, può spiegarci come funzionano i terremoti nel nostro territorio?
«L’Emilia-Romagna è un’area sismica caratterizzata da fratture e faglie inverse, dovute allo spostamento della catena appenninica verso l’Adriatico. Si tratta di un movimento minimo, di pochi millimetri l’anno, ma continuo. Il movimento e la tensione su queste faglie generano onde sismiche e terremoti. Questo tipo di frattura porta alla creazione di faglie inverse, che possono affiorare in superficie o restare in profondità. L’origine delle scosse di martedì 13 è collocabile in profondità, con un ipocentro a circa 20/22 km dalla superficie terrestre, ma comunque attribuibile a questo tipo di moti continui».
Dobbiamo aspettarci nuove scosse di assestamento nel breve periodo?
«È difficile dirlo. La zona è sismica e guardando carte degli ultimi anni vediamo che la tettonica è continua. Non è un’ipotesi da escludere, anche se è presto per dirlo con certezza».
Nonostante l’avanzamento tecnologico infatti, i terremoti non si possono ancora prevedere. Ci sarà modo per farlo in futuro?
«Molti ricercatori stanno lavorando proprio su questo tema. Per il momento, si cerca di studiare tutte quelle dinamiche che avvengono attorno a un terremoto: captare i moti premonitori, i movimenti delle acque e dei fluidi del sottosuolo, in modo da riconoscere in anticipo i segnali. Si stanno portando avanti anche lavori sperimentali sulle faglie e sulla loro formazione, ma siamo ancora lontani da risultati certi. Non tutte le faglie sono in affioramento, ed è difficile percepire lo stato di stress di quelle più profonde».
Scosse chiaramente percepibili e paura collettiva, ma non si sono registrati crolli in città. Questo dipende dalla qualità delle costruzioni o dalle particolarità del nostro terreno?
«Principalmente dal fatto che l’ipocentro è collocato in profondità: più la frattura è superficiale e più la spinta sul terreno è critica. Inoltre, si è trattato di un sisma di magnitudo contenuta, seppur percepibile. Un terreno come quello romagnolo, argilloso e sabbioso, in realtà non aiuta: amplifica le onde sismiche e intensifica gli scuotimenti. Le sabbie che contengono acqua poi possono portare a un fenomeno di “liquefazione del suolo”, dove un terreno apparentemente stabile si apre con le scosse fino “ad inghiottire” le case, facendole sprofondare».
Potremmo essere soggetti anche a terremoti di magnitudo più alta in futuro?
«Sì, ce lo insegna la storia: già a cavallo tra il 600 e il 700 si è registrato un terremoto di magnitudo superiore a 6 in Emilia-Romagna. Guardando a tempi più recenti, il sisma di Mirandola del 2012 ha superato i 5 gradi sulla scala Richter. Queste non sono nemmeno le magnitudini più alte che possiamo aspettarci. Come già detto, ancora non è possibile prevedere quando, ma si possono già identificare zone naturalmente più a rischio. Stando alla mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia, la città di Ravenna e la costa si trovano in una fascia meno a rischio (giallo chiaro, 0.150 – 0.175 ndr) rispetto alla zona dell’entroterra che comprende Faenza, Imola, Forlì e Cesena (zona arancione, 0.200 – 0.225 ndr) e del lughese (giallo scuro, 0.175 – 0.200 ndr). Sebbene l’Emilia-Romagna non sia una regione altamente critica come Sicilia, Calabria o Friuli Venezia Giulia, è bene prestare una certa attenzione».
E per quanto riguarda i maremoti?
«Nonostante l’Adriatico non sia paragonabile ai grandi mari aperti, come quello delle Andamane, o agli oceani, la sismicità della zona non esclude il rischio di maremoti ed eventuali tsunami. Vista la portata del bacino idrico non dovremmo aspettarci danni enormi, ma nemmeno escludere l’eventualità».
Quali sono le buone prassi da seguire per mettersi in salvo durante una scossa?
«Le buone prassi dovrebbero partire dall’edilizia: ad oggi, costruire in maniera antisismica è l’unica soluzione che abbiamo per prevenire danni a cose e persone in caso di terremoto. Purtroppo in Italia troviamo ancora molte strutture datate, mai adeguate. Quando terremoti superficiali colpiscono vecchi centri e borghi il prezzo si paga caro, come abbiamo visto ad Amatrice. Per quanto riguarda la sicurezza personale, è importante non precipitarsi fuori nel pieno dell’emergenza, ma attendere la fine delle scosse al riparo sotto un tavolo, un letto o nel vano di una porta di un muro portante. All’aperto invece è necessario allontanarsi quanto più possibile da edifici, alberi, lampioni e linee elettriche. Il consiglio è quello di controllare le linee guida sul sito Ingv terremoti, dove vengono elencate le azioni da mettere in pratica prima, durante e dopo l’emergenza».



