sabato
07 Marzo 2026
Forze dell'ordine

«I poliziotti arrestano chi deve essere arrestato, anche se un giudice poi lo rimetterà in libertà»

Il segretario provinciale del principale sindacato assicura che non manca la motivazione. A volte capita che guardie e ladri si incontrino fuori dal lavoro: «Una persona che avevo denunciato mi presentò la fidanzata»

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«I poliziotti sono professionisti della sicurezza che applicano regole per far rispettare regole: continueremo ad arrestare chi va arrestato, anche se il giorno dopo un giudice decide che deve tornare in libertà». Le parole sono di Valter Rivola, in polizia da trent’anni, dal 2002 alla squadra mobile della questura di Ravenna e da un anno e mezzo segretario provinciale del Sindacato autonomo di polizia (Sap).

Rivola riconosce che chi indossa la divisa in strada a volte vorrebbe vedere un esito giudiziario diverso per gli interventi fatti nel turno di pattuglia: «Però non viene mai meno la motivazione per tornare in servizio e fare il proprio dovere. E questo avviene anche grazie ai buoni rapporti professionali e umani tra forze dell’ordine e magistrati della procura. C’è rispetto reciproco».

L’esempio è dato dagli episodi in cui la normativa concede all’operatore di sicurezza la facoltà di arresto in flagranza: «In maniera trasparente c’è un dialogo con il pubblico ministero di turno per metterlo al corrente del quadro completo, sempre nel rispetto dei ruoli, e difficilmente si va a eseguire un arresto se si riscontra la possibilità che non regga al vaglio di un giudice».

Un rapporto diretto fra procura e poliziotti che nasce anche dalla dimensione contenuta della città e quindi delle sue istituzioni: «Gli addetti ai lavori di questo settore non sono tantissimi e per chi lo fa da molto tempo è comune vedere sempre gli stessi volti. La conoscenza diretta facilita la valutazione della persona con cui hai a che fare. È chiaro che in una grande città non può accadere».

Uno dei provvedimenti che più di altri sembra mostrare scarsa efficacia agli occhi dell’opinione pubblica è il cosiddetto Daspo urbano. L’espressione gergale, mutuata dalla terminologia dell’ordine pubblico negli stadi (Daspo è acronimo di divieto di accedere alle manifestazioni sportive), indica in realtà un divieto di accesso alle aree urbane (Dacur): una misura amministrativa introdotta nel 2017 per tutelare decoro e sicurezza in specifiche aree cittadine (stazioni, parchi, scuole). Comporta un ordine di allontanamento fino a due anni. La violazione dell’ordine del questore è un reato punito con l’arresto da 6 mesi a un anno.

Non ci sono dati empirici, ma l’esperienza diretta delle forze dell’ordine mostra uno scarso rispetto del provvedimento da parte dei destinatari: «Parliamo di un provvedimento che interagisce anche con la mentalità del destinatario cui è richiesta la volontà di attenersi a una misura lieve. È un cartellino giallo». Continuare ad applicarla ha una funzione proiettata nel futuro: «Le ripetute violazioni diventano un dettaglio nella valutazione della pericolosità del soggetto per l’eventuale richiesta e applicazione di provvedimenti più severi».

Tra le maglie delle norme c’è poi il margine di manovra di chi difende un arrestato: «Fa parte delle regole del gioco. È chiaro che un avvocato cerca anche di usare a suo favore un eventuale imprecisione nell’operato della polizia. Anche per questo c’è il massimo sforzo nell’applicare le regole, per “scaricare il fucile” della controparte».

Fare il poliziotto in una città di provincia fa sì anche che capiti di incontrare nella quotidianità extra lavoro le stesse persone che puoi avere indagato o arrestato. E capitano anche situazioni inattese: «Un poliziotto in servizio contesta un fatto, non la persona che lo compie – afferma Rivola –. Ricordo una volta in cui ero in compagnia di mia moglie e incontrai un ragazzo che avevo denunciato. Si fermò a salutarci e ci presentò la sua fidanzata». Così come capita che in occasione di manifestazioni di protesta in strada ci siano sempre gli stessi volti dal lato degli antagonisti e dal lato dell’ordine pubblico: «Credo che questo faciliti il dialogo, anche prima degli eventi, se ognuno rispetta il ruolo dell’altro».

A proposito di manifestazioni, Rivola riflette sul dibattito attorno all’ultimo pacchetto sicurezza in cui si è parlato del cosiddetto scudo penale per gli agenti in servizio: «Come Sap da anni affermiamo che vada punito chi sbaglia con dolo nell’esercizio del proprio compito, ma al tempo stesso trovarsi indagati per vicende che riguardano il proprio lavoro è un inutile accanimento. Creare un canale parallelo per la valutazione dell’operato serve a ridurre i tempi e restituire più serenità a chi a volte è costretto a prendere decisioni difficili. Penso al carabiniere di Verucchio che la notte di Capodanno del 2025 uccise un 23enne che aveva ferito quattro persone in strada con un coltello. Ci è voluto un anno per arrivare all’archiviazione del caso riconoscendo la legittimità dell’intervento. Un anno sotto indagine che non facilita la serenità dell’indagato».

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