Andy dei Bluvertigo omaggia Bowie: «È un modo per scavare dentro me stesso»

All’Auditorium di Fusignano. «Ha sdoganato tante possibilità irriverenti. E sono affezionatissimo anche al suo maestro Lindsay Kemp…»

AndyNon c’è limite ai modi in cui ci manca, non c’è limite ai modi in cui ricordarlo. Aspettate, ve ne do uno in più, e non scontato. Venerdì 7 febbraio all’Auditorium Corelli di Fusignano, a partire dalle 21 (biglietti a 12 euro), c’è uno spettacolo che non è un semplice tributo ma molto altro.

Andrea Fumagalli, Andy dei Bluvertigo per i più, porta in scena The Bowie Show.

COOP SAN VITALE MRT MATER NATURAE 12 – 25 10 20

Andy – ex musicista della band milanese, artista visivo, pittore – innamorato da sempre di David Bowie (da quando, bambino, fu allo stesso tempo ammaliato e turbato dal videoclip di “Ashes to Ashes”) ripropone l’immenso artista scomparso il 10 gennaio 2016. Da “Station to Station” a “Space Oddity”, da “Stay” a “Lazarus”, un concerto che si muove in ordine sparso nel tempo e con richiami all’arte fina di Lindsay Kemp, il rivoluzionario maestro di danza e mimo che tanto ispirò il Duca Bianco.

Andy non sei solo in questo viaggio, chi ti accompagna? Parlaci dello spettacolo…
«Sul palco ci saranno la mia compagna Lilly Lilitchka, performer, con le sue ali luminose, poi Nicole Pellicani, voce femminile, il maestro Alberto Linari al piano e tastiere, Marcello Schiena alla batteria, Robi Conti al basso e Filippo Guerini alla chitarra. Sono andato a richiamare musicisti con i quali interagivo alcuni anni fa in un vecchio programma di Mtv, Absolutely ’90’s. Vecchi amici che hanno dato man forte alla prosecuzione del mio progetto (Andy ha già portato in scena il repertorio di Bowie un anno fa, assieme al gruppo The White Dukes, ndr). Non è tanto un tributo, un concerto omaggio a Bowie ma un modo, mio, di ricercare e cercare di impare e conoscere sempre più. Non c’è il desiderio di fare il verso, le canzoni sono rivisitate, reinterpretate, come andare a scavare dentro me stesso tramite il repertorio di Bowie, utilizzare la sua tavolozza per mettermi in gioco. Devo dire che mi sta piacendo molto, nonostante l’età avanzata non si smette mai d’imparare! E poi c’è una videoproiezione speciale, un mix di più immagini di Bowie ma anche una limited edition dei tarocchi realizzati dall’autore della copertina di Earthling, Davide De Angelis, italiano ma che vive a Londra, che mi a ha permesso di usarle…».

Siete in tour vero?
«Si, in giro per l’Italia. La previsione è di spostarlo verso i teatri, i festival, non solo i club. L’occasione di Fusignano, poterlo portare all’Auditorium, mi piace tantissimo».

E il riferimento a Kemp? Bowie è famosissimo ma pochi conoscono il contributo che questo coreografo inglese ha dato alle sue esibizioni…
«A Lindsay Kemp io sono affezionatissimo. A me manca molto. Il lavoro di Kemp è prezioso, ha permesso a Bowie di sperimentare linguaggi diversi per creare i suoi personaggi. È stato lui che gli ha permesso di fare il grande salto della sua carriera – già attiva, aveva fatto già diversi Lp –; il balzo culturale che gli ha dato Kemp è stato un giro di vite. Ho avuto anche occasione di conoscerlo: quando riesci ad avvicinare uno dei tuoi miti e uno dei tuoi miti si rivolge a te con gentilezza, educazione e stima reciproca è una sensazione molto bella. Mi spiace solo di non aver potuto collaborare con lui con musiche, altri spettacoli.. Per pura distrazione poi, non sapevo nemmeno che stesse a Livorno negli ultimi anni, ho perso un treno, ma ho la grande ambizione di poter far rivivere le sue danze».

Cosa ti manca invece di David Bowie? Cosa manca del suo essere artista oggi? Forse proprio la sua eleganza, il suo muoversi sul palco come eleborato dall’arte mimica di Kemp?
«Sai, lui nel suo percorso ha sdoganato talmente tante possibilità irriverenti. Lo si può ricordare in ogni sfaccettatura. Oggi viene a mancare lo spazio temporale per fare così tante cose e a quel livello. Il consumo musicale è diventato così veloce, anche il rituale, rispetto ai nostri tempi: aspettare l’uscita, andare a comprare il disco-feticcio, buttarselo nelle orecchie e dopo un mese di estremi ascolti esprimersi… È un rituale oggi mangiato dalla velocità per cui mi risulta difficile trovare un personaggio che possa spaziare così tanto e farlo ad un livello così riconoscibile. Oggi hanno abbattuto i muri di casa, puoi vedere i tuoi idoli mangiare un piatto di spaghetti o vederli poco prima che entrino in scena: si è spenta ormai quella magia che rendeva degli esseri umani dei miti, degli extra-terrestri».

Lo hai mai incontrato il Duca Bianco?
«Di sfuggita, nel 2002 credo, coi Bluvertigo abbiamo suonato al Lucca Summer Festival e abbiamo potuto conoscere parte della sua band, comunque un grande onore. Lui è passato in camerino, di fretta, un incontro velocissimo, ricordo comunque un’energia fortissima».

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