Visioni e sonorità dell’Antropocene con la trilogia Qatsi «in prima mondiale»

Dialogo con il codirettore artistico del Festival Franco Masotti sull’opera di Godfrey Reggio e Philip Glass

Si dispiega al Ravenna Festival 2024 – in perfetta sintonia con il tema «E fu sera e fu mattina…» dalla Genesi biblica – l’evento dedicato alla proiezione cinematografica, con esecuzione dal vivo della colonna sonora, della trilogia di film Qatsi, firmata dal regista Godfrey Reggio e dal compositore Philip Glass.
In programma tre serate, dal 21 al 23 giugno al Teatro Alighieri; sul palcoscenico il Philip Glass Ensemble, l’Orchestra della Toscana, il Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini”, il Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio, la violoncellista Erica Piccotti, con la direzione di Michael Riesman.

 

Trilogia Qatsi 1

Un grande affresco di tre opere in serie: Koyaanisqatsi (1982), Powaqqatsi (1988) e Naqoyqatsi (2002), ispirate nei titoli dal senso della lingua amerinda del popolo Hopi – indiani Pueblo nativi del territorio dell’Arizona negli Usa – che esprime le profezie/concetti di «vita squilibrata», «vita tumultuosa», «vita in disintegrazione» e poi «vita in cambiamento» e infine «vita in cui ci si uccide a vicenda».
Oggi possiamo considerare questo poema visivo-sonoro un precursore dallo sguardo artistico – forse potremmo pronunciare anche mistico – sull’attuale epoca dell’Antropocene.

Del progetto altamente spettacolare (avviato nel 2020, poi sospeso a causa della pandemia), ne parliamo con il codirettore artistico del Ravenna Festival Franco Masotti. Che aveva già portato, va segnalato, il compositore americano Philip Glass (classe 1937), ospite al festival nell’estate del 2004, per presentare e partecipare all’esecuzione della sua composizione Orion, creata per le Olimpiadi di Atene, in collaborazione con musicisti internazionali, ed eseguita al Pala De André con il suo ensemble e una strepitosa serie di solisti provenienti da tutto il mondo.

Si tratta un evento straordinario la trilogia Qatsi live a quanto pare, possiamo usare quindi il superlativo…
«Direi di si. È la prima volta al mondo che la completa trilogia viene eseguita dal vivo in forma orchestrale, in sincronia con la proiezione dei film. Mentre Koyaanisqatsi è stato eseguito più volte, anche in Italia, ed è accaduto anche per il successivo Powaqqatsi, per il terzo episodio Naqoyqatsi non esisteva una partitura orchestrale, ma solo quella per l’Ensemble e un violoncello solista. Per l’occasione, quindi, è stata commissionata un’orchestrazione dal Ravenna Festival, in coproduzione con altre istituzioni come il Barbican di Londra e i festival di Dublino e Budapest, sotto la supervisione di Philip Glass, che avrà la sua prima assoluta a Ravenna. In questo senso è un evento esclusivo nell’ambito di una produzione internazionale».

Koyaanisqatsi, film capostipite, è frutto di ripetute riprese documentaristiche degli anni ‘70, un materiale “girato” vastissimo di immagini, potremmo dire grandiose e strabilianti, poi laboriosamente selezionate e montate in sequenza per un film (di un’ora e mezza circa) nel 1982. Film che all’epoca – prodotto da Francis Ford Coppola, va sottolineato – ha avuto un notevole riscontro in termini di critica e di pubblico, del tutto inatteso…
«In effetti è un caso singolare, forse il primo film nella storia della cinematografia recente piuttosto apprezzato nonostante sia “muto”, senza dialoghi o la traccia di una voce narrante, se non l’originale musica di Glass, per l’appunto. In questo senso ha fatto scuola, anche sul piano formale, ed è diventata un’opera cult, un primato estetico».

 

Trilogia Qatsi 5

Resta comunque sorprendente l’attenzione che riceve a quei tempi quello che sembra essenzialmente un documentario (al pari dei mirabili servizi di National Geographic) sulle meraviglie del mondo selvaggio e – a seguire nel montaggio – sulla civilizzazione, l’antropizzazione, il caos derivato dell’artificio tecnologico rispetto all’immensa maestosità della natura.
«Il film di Reggio pare non avesse intenti di denuncia ecologista, nonostante il tema dell’emergenza ambientale fosse già emerso nell’America degli anni ‘70. Il suo scopo credo fosse quello di svelare gli effetti progressivi dell’era dell’Antropocene, quello che è attualmente l’impatto dell’uomo, nel bene e nel male, sull’ambiente. Per la parte naturalistica potremmo accostare le visioni di Reggio agli sconfinati, meravigliosi paesaggi del celebre fotografo americano Ansel Adams. Ma quando nel film irrompe l’impronta dell’uomo contemporaneo si materializza quella sorta di profezia degli indiani nativi Hopi che prefigurano nell’intervento umano sulla natura elementi di snaturamento, squilibrio, mutazione, conflitto. Tuttavia, gli intenti del regista non sono quelli di un manifesto ideologico, e neppure retorici. Vedi in Powaqqatsi l’emozionante serie di inquadrature – che ricordano i reportage fra i testimoni di vita nel terzo e quarto mondo di Sebastiao Salgado – di un’umanità commovente, ancora dignitosa e tenace, seppure costretta fra duro lavoro, lotta per la sopravvivenza e l’emancipazione, emigrazione, sfruttamento. Oppure, in Naqoyqatsi il sopravanzare della tecnologia, del consumismo e della dissipazione, della dimensione virtuale e edonistica che si rispecchia anche in incessanti effetti estetici – con un retrogusto di psichedelia – e distorsivi sulle immagini e il loro montaggio».

Uno sguardo del genere probabilmente deriva dalla formazione ed esperienza religiosa di Reggio, cresciuto in una comunità cristiana, poi fondatore e animatore di diverse comunità di solidarietà e riscatto sociale e culturale.
«Si, la sua opera più che un’invettiva politica sembra una riflessione più spirituale ed etica, un approccio meditativo alla potenza e meraviglia – non sempre benevola – del creato e delle creature, quasi biblico. E per quanto riguarda l’umanità, una fatale consapevolezza delle precarie capacità di sopravvivenza e perseguimento della speranza, non sempre ricompensata. Perciò “solo i pessimisti – dice Reggio – possono cambiare il mondo”».

Passiamo alla musica che, integrandosi alla visione, ritmando e sostenendo le immagini, rappresenta l’altro pilastro della trilogia cinematografica. Nella costruzione dell’opera c’è un originario rimando, una dialettica fra le due componenti estetiche?
«L’incontro fra Reggio e Glass avviene quando il progetto del regista è già ben strutturato e buona parte del materiale visivo già raccolto. Il maestro del minimalismo arriva dopo, non senza reticenze credo… All’epoca Glass non aveva mai composto musiche per il cinema, anche se aveva già lavorato con lo scultore e videoartista Richard Serra per una certa forma d’arte che si confronta con l’ambiente, naturale o artificiale. Ma le immagini e le idee di Reggio lo convincono, al punto tale che comporrà le musiche non solo della trilogia Qatsi ma anche di altre opere del regista come Anima Mundi e il corto Evidence».

Parliamo di Glass in specifico, considerato un esponente di spicco della corrente minimalista della musica contemporanea, sia di matrice statunitense che europea, come Terry Riley, La Monte Young, Steve Reich, il primo John Adams, Michael Nyman (fra tutti il più prolifico nel campo delle colonne sonore), Wim Mertens, Gavin Bryars, tanto per citare i più noti. Qual è il genio che ne fa uno dei maestri del genere?
«Diciamo che Glass è il primo che mette insieme per la sua musica un personale ensemble e una sua precisa identità sonora, anche grazie alla collaborazione con il sound designer e produttore Kurt Munkacsi, e il direttore musicale Michael Riesman. In una rigorosa concezione della partitura e del pattern sonoro dove non c’è una dimensione improvvisativa (come invece sia in Riley che La Monte Young). Già nel 1976 si cimenta con l’opera teatrale e crea, assieme al regista Bob Wilson e alla coreografa Lucinda Childs, quel capolavoro assoluto che è Einstein on the beach, poi si occupa di musiche per la danza, a partire dal sodalizio con la Childs… Quindi sperimenta la colonna sonora con i film di Reggio. Ne viene fuori in pochi anni un artista “aperto”, molto poroso ad altre prospettive estetiche, che osa attraversare più di altri suoi compagni “minimalisti” diverse dimensioni creative, con notevoli esiti. Pensando a Koyaanisqatsi, in particolare, è il primo lavoro che gli dà una notorietà internazionale, e gli consente, visto che per campare faceva il tassista, di dedicarsi più ampiamente e compiutamente alla musica».

D’altra parte, va evidenziato come tanta parte della poetica sonora minimalista trovi ispirazione nella tradizione della musica etnica, la cosiddetta world music, nel caso del nostro Glass, ad esempio per la partitura di Powaqqatsi.
«Per il minimalismo certi rimandi alle musiche del mondo sono radicati e innumerevoli: a partire da Riley, La Monte Young e anche Reich, è evidente la vicinanza con il raga indiano, e molti altri riferimenti sonori che spaziano fra Africa, Medio ed Estremo Oriente, America Latina. E che va specificato, non sono solo suggestioni superficiali ma, in gran parte, studi approfonditi su ritmi, timbri, temperamenti e microtonalità, echi e riverberi di pratiche musicali lontane dal comune “sentire” occidentale, marginali o eccentriche. Una rispettosa ricerca etnologica e culturale, strutturale, non solo musicologica».

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