mercoledì
04 Marzo 2026
Il settore

Moda: imprese in calo, sono mille. Soprattutto piccole in conto terzi per i brand

La provincia di Ravenna ha il 7 percento delle aziende in Emilia-Romagna, ma il totale regionale resta stabile

Condividi

Il mondo della moda in provincia di Ravenna conta circa un migliaio di imprese (su 36mila totali registrate), il 7 percento del settore in Emilia-Romagna. Il dato aggiornato a gennaio 2025, fornito dalla Regione, tiene conto di manifattura (323 imprese), commercio (550) e design (154).

Tra dicembre 2023 e gennaio 2025, a fronte di un numero di imprese sostanzialmente invariato a livello regionale, la provincia di Ravenna ha fatto registrare un calo del 2 percento. Anche se si considera la sola manifattura, Ravenna con un -5 percento evidenzia una situazione peggiorativa rispetto alla media regionale (-1). Il segmento dove invece il Ravennate ha numeri positivi e migliori della regione è il design con un aumento del 15 percento, quasi il doppio dell’8 dell’Emilia-Romagna. La Cna di Ravenna ha da tempo costituito Federmoda, l’unione dei mestieri del settore che comprendono tessile e abbigliamento, calzature, pelletterie, pellicceria e moda su misura. Il focus sulle associate Cna dice che le imprese attive in provincia a fine 2024 erano il 6 percento in meno rispetto a un anno prima.

«Il ruolo di Federmoda è cambiato molto negli ultimi vent’anni – dice Serena Cavalcoli, referente dell’associazione di categoria insieme a Monia Morandi –. E il cambiamento spiega anche come è cambiato il settore. Una volta per l’80 percento ci occupavamo di rappresentanza delle attività nei rapporti con le istituzioni per ottenere condizioni contrattuali migliori o riconoscimenti alle aziende. Oggi invece si tratta per lo più di creare opportunità di business, organizzare iniziative strategiche». Un esempio è il dialogo aperto dall’anno scorso con il Giappone: «Anche grazie al ruolo di apripista della Regione, abbiamo avviato relazioni con la Camera di commercio di Tokyo e abbiamo creato un canale più diretto per le imprese della moda che vogliono entrare sul mercato giapponese».

Il settore in Italia è in contrazione per vari fattori: «La ridotta domanda interna, la concorrenza internazionale spesso sleale con le produzioni del cosiddetto “fast fashion” in paesi del sud-est asiatico con costi del lavoro molto più bassi e scarsi controlli su materiali e processi produttivi, la frammentazione e la dimensione ridotta delle aziende che limita l’accesso alle economie di scala necessarie per competere sui mercati globali e ostacola l’accesso al credito, agli incentivi e all’assunzione di manodopera qualificata». Il panorama ravennate è contraddistinto da una prevalenza di B2B, acronimo che sta per business-to-business, in italiano commercio interaziendale. «Le nostre imprese sul territorio sono per lo più conto terzisti. Micro e piccole imprese di eccellenza, a volte anche individuali, che lavorano per le grandi case dell’alta moda facendo solo un passaggio del processo produttivo totale. Per molto tempo questo è andato bene e ha fruttato, ma ora che i grandi gruppi sono in crisi ci sono tutte le conseguenze: margini bassi, variabilità degli ordini, tempi di esecuzione sempre più ridotti e le stagionalità delle produzioni fanno sì che diventi difficile gestire il processo produttivo, la gestione finanziaria e quella del personale addetto».

Alle aziende di conto terzi si uniscono piccole aziende o laboratori con un conto proprio, che propongono collezioni distintive e di qualità, destinate principalmente al mercato italiano ma anche estero: «Nonostante le sollecitazioni delle politiche a cogliere le sfide dell’internazionalizzazione e della transizione digitale quali fattori abilitanti per la competitività del made in Italy, i bandi elaborati dai decisori pubblici e dedicati alle imprese per favorire l’export o gli investimenti non sempre sono tarati per le esigenze dei piccoli produttori». Senza trascurare che quando si tratta di artigiani che affondano le loro abilità in un mestiere che svolgono da anni, è spesso difficile avere anche la competenza per cogliere le opportunità di finanziamenti: «Il linguaggio dei bandi e della burocrazia non è quello che maneggia chi fa questo lavoro. Non parliamo di aziende con un export manager. Come Cna cerchiamo di facilitare questo passaggio di informazioni».

La soluzione più efficace, sul lungo periodo, sarebbe fare squadra, costruire reti, collaborazioni. In poche parole economia di scala: «Difficile riuscirci perché parliamo di un mondo che per definizione è competitivo, c’è segretezza attorno alle lavorazioni». C’è poi un altro tema delicato per il futuro del settore. La trasmissione delle competenze: «Mancano nuove leve che entrano per dare prospettiva. Le scuole di formazione sono poche, non si va in bottega a imparare il mestiere».

Condividi
CASA PREMIUM

Spazio agli architetti

Metafisica concreta

Sull’intitolazione dell’ex Piazzale Cilla a Piazza Giorgio de Chirico

Riviste Reclam

Vedi tutte le riviste ->

Chiudi