lunedì
12 Gennaio 2026
l'imprenditore

C’è chi ha battuto Birkenstock e ora prova a resistere alla crisi e ai cinesi

Silvagni è il fondatore di un’azienda di Fusignano che ha rilanciato il marchio Valleverde. Nel 2025 fatturato di 30 milioni. La collezione chiamata “Sveglia Europa” per scuotere l’Ue

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Il marchio di calzature Valleverde, nato a Rimini negli anni ’70, era uno dei brand più noti della moda Made in Italy fino agli anni ‘90 e da dieci anni è di proprietà di una società di Fusignano, la Silver 1 di Elvio Silvagni, che l’ha acquisito per 9 milioni di euro e l’ha fatto rinascere dopo il fallimento del 2013.

Nel 2025 la Silver 1 ha fatturato circa 30 milioni con tre marchi: Valleverde, Rafting Goldstar e Biomodex. «Dieci anni fa Valleverde era ormai fuori dal mercato – ricorda l’imprenditore ravennate, oggi 73enne –. Ci furono diverse aste deserte e noi l’acquistammo alla settima. Avevamo visto che c’era un potenziale e adesso possiamo dire di aver vinto la scommessa, ma non è stato facile». La ricetta del rilancio ha diversi ingredienti: «Abbiamo proposto collezioni giuste al giusto prezzo – riassume Silvagni –. In Italia le persone hanno meno soldi a disposizione e sono cambiate le priorità: vestirsi eleganti adesso viene dopo a viaggi e ristoranti. Se proponi una scarpa sopra ai 100 euro le vendite calano».

Le scarpe Valleverde oggi sono in vendita in 1.200 negozi in Italia, di cui uno a Lugo, di proprietà diretta del gruppo Silvagni: «È un modo per avere una presenza nella rete di vendita al dettaglio, ci aiuta a tenere il polso della clientela. È un termometro anche per capire i nostri concorrenti».

La produzione Silver 1 è concentrata per la maggior parte nello stabilimento di Fusignano (dove lavorano circa 70 persone), un 30 percento viene realizzata in Slovacchia e Romania. Storicamente Fusignano è stata una culla della manifattura calzaturiera: «Oggi di fatto siamo rimasti solo noi. Quando avevo 16 anni andai alla scuola Arsutoria di Milano perché a quel tempo per un fusignanese voleva dire avere un lavoro sicuro, visto che in paese tutti lavoravano nei calzaturifici. Nel 1979 ho fondato la mia prima azienda e oggi facciamo fatica a trovare nuovi lavoratori, per lo più sono stranieri che non hanno competenze specifiche, non hanno alle spalle una formazione verso l’artigianato e quindi cerchiamo di formarli internamente, ma non è facile».

L’imprenditore non è ottimista per il futuro del settore moda in Europa. Una preoccupazione ancorata ai numeri: «A parità di qualità della scarpa, produrre in estremo oriente costa il 40 percento in meno, sia per la manodopera che per l’energia. È chiaro che la gara sui prezzi non si può fare e così i prodotti cinesi invadono i nostri mercati».

La contesa dovrebbe spostarsi sulla qualità del prodotto, ma è un’altra sfida che Silvagni teme non avrà presa sulla clientela: «Oggi anche l’alta moda si sta accontentando di abbassare gli standard. Ci sono nazioni emergenti con tanta popolazione e lì sarà il manifatturiero del mondo: Cina, India, Pakistan». Servirebbe l’azione della politica. Silvagni ha provato a scuoterla a colpi di ciabatte. A giugno 2025 è stata presentata “Sveglia Europa”, nuova collezione di Valleverde: «Siamo soddisfatti di quella mossa. Ho voluto dare un messaggio da imprenditore, perché credo nell’industria italiana. L’Europa deve diventare un’unione federale con un parlamento unico eletto da popolo. Vorrei un’Europa che conta di più».

All’interno del continente che Silvagni vorrebbe più protagonista sulla scena mondiale si è consumata una delle battaglie legali più sfiancanti per la Silver 1. L’estate scorsa la corte d’appello di Milano ha dato ragione alla Rafting Goldstar con la conferma del giudizio di primo grado che aveva dichiarato nullo il ricorso di Birkenstock, colosso tedesco delle calzature con un miliardo di fatturato annuale, teso a registrare il disegno della suola come opera d’arte. Il giudizio è arrivato dopo lo stop della Corte d’Appello di Parigi, della Cassazione tedesca e della Corte Ue: il battistrada della suola dei sandali tedeschi non è brevettabile. «Resta solo il giudizio della Cassazione italiana – dice Silvagni – e finora abbiamo vinto ovunque. Però non è stato semplice. Ma è una storia che dice molto del nostro settore: il pesce grosso cerca di mangiare il pesce piccolo. La difesa dalle accuse ci è costata per le parcelle degli avvocati, ma alla fine c’è stato un ritorno di immagine perché tante altre aziende si sono trovate nei nostri panni e noi siamo stati i primi ad aver contrastato Birkenstock».

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