Testimonianza di un viaggio di istruzione nella città martire intrapreso da tre insegnanti e i loro allievi del Liceo Scientifico di Ravenna
In occasione dell’anniversario del genocidio perpetrato durante la guerra civile nella ex Jugoslavia, nel luglio 1995, riceviamo e volentieri pubblichiamo queste riflessioni di Antonella Malara, Rossella Giovannini e Emanuela Serri, docenti del Liceo Scientifico “Oriani“ di Ravenna che, assieme agli studenti di tre quinte, hanno fatto un viaggio di istruzione in Bosnia.
Sono passati venti anni da quando migliaia di mussulmani bosniaci furono uccisi da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic´ con l’appoggio dei gruppi paramilitari guidati da Zeliko Raznatovic´, nella zona protetta di Srebreniça che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.
Per noi era una estate come tante, per gli abitanti di quella città famosa per le miniere di argento e per le prodigiose acque termali era la fine della loro storia e l’inizio dell’Inferno più terribile.
E i segni di quell’orrore lontano venti anni, ma ancora violentemente presente nel quotidiano di Srebreniça si legge ancora oggi. Ne parla ogni muro della città che non è deserta, ma dove capisci che manca qualcosa, ne parla ogni bottega vuota di artigiano e mai riaperta, ogni officina, ne parla l’hotel imponente per dimensioni e un tempo di lusso che porta ancora le ferite del conflitto che pare ancora non del tutto placato, ne parlano gli occhi delle anziane orbate di ogni familiare maschio. Ne parla il senso di vuoto, il silenzio, che non è pace, ma è assenza.
Cosa è oggi quella città dove venti anni fa vennero uccisi tutti gli abitanti maschi e anche i bambini che avevano almeno 11 anni e dove molte donne furono costrette a partorire figli dello stupro per completare una delle più feroci pulizie etniche della storia del ‘900?
È una città non città, dove arrivi ma dove ti sembra di essere sempre in periferia e invece ti trovi tra la chiesa e la moschea che ne rappresentano il centro, dove si riconoscono i segni di un passato fiorente, dove, a fatica, immagini la grandezza di un tempo, ma avverti che è stata vissuta, dove i segni di distruzione e svuotamento interiore sono ancora più profondi e dove in un attimo sai che difficilmente potrà tornare come era.
Oggi a Srebreniça gli uomini più anziani hanno trent’anni, le figure anziane che vedi sono donne, vestite di nero e col fazzoletto in testa che hanno visto i propri padri, mariti, fratelli e figli trucidati in nome di una etnia, che hanno visto i loro cari consegnati dagli stessi caschi blu olandesi al generale Mladic´ (soprannominato “il porco“) che poi li ha fucilati, sotterrati in fosse comuni per poi disseppellirli con una ruspa e di nuovo sotterrarli in altre fosse comuni per confonderne anche le ossa.
Lo scorso aprile con tre classi del Liceo Scientifico di Ravenna siamo stati a Srebreniça e abbiamo visitato il memoriale dell’eccidio e il cimitero dove ogni giorno donne col fazzoletto in testa vanno a visitare le tombe bianche, tutte uguali, disposte in file infinite che hanno reso la collina tutta bianca. Sono 8372 quelle tombe ma il numero è ancora provvisorio; molti corpi mancano perché non sono stati ancora identificati con l’esame del dna in quell’inferno di ossa confuse più volte e che non hanno trovato ancora riposo e pace.
C’è una associazione di giovani donne a Srebreniça che indifferenti all’etnia di appartenenza e a dispetto del progetto di morte destinato alla città, prova a ricominciare di nuovo a vivere e a convivere. Le donne anziane non sanno più sorridere, ma loro sì e sono contente di potere ospitare qualcuno nella loro associazione perché sanno che è proprio da loro stesse, dallo loro volontà rivolta al bene e al futuro, che si può provare ad allontanare il male.
C’è una lapide nel cimitero che sembra una preghiera universale:
Nel nome di Dio misericordioso,
compassionevole,
ti prego Dio onnipotente
che la tristezza diventi speranza
che la vendetta diventi giustizia
che la lacrima della madre diventi
una preghiera
che a nessuno ricapiti mai l’orrore
di Srebreniça
Nella fotogallery i luoghi della strage e della memoria
Questa storia inizia con un sogno nella giungla e finisce con un film girato e ambientato a Ravenna. Il regista svizzero Hanspeter Ammann si trovava nel nord della Thailandia, al confine con il Laos, dove la foresta pluviale è così fitta da non lasciar filtrare la luce del sole… Lì Ammann stava girando un film sui combattenti tailandesi, quando una notte gli sono apparsi in sogno sua madre e suo padre. Nel sogno Ammann era bambino, e come quando aveva dieci anni, stava andando in auto con i suoi genitori al mare a Milano Marittima. «Era da tanto che non ripensavo a quelle estati di fine anni ’60. Nel sogno passiamo in macchina davanti a un cartello con scritto “Ravenna” e chiedo a mia madre “Andiamo a vedere i mosaici?” e lei mi risponde “Fa troppo caldo, andiamo in spiaggia, ci andremo la prossima volta”. Diceva sempre così, e alla fine non ci andammo mai. Così quando mi sono svegliato ho deciso che sarei venuto a vedere i mosaici».
Oltre settanta opere di artisti fra i quali Bendini, Ferrari, Mandelli, Moreni, Morlotti, Romiti, Vacchi, sono esposte fino al 27 agosto all’interno della suggestiva cornice dei Magazzini del Sale di Cervia nella mostra ideata dello stesso abituale curatore del Mar di Ravenna, Claudio Spadoni, dal titolo “Ultimo Naturalismo”.
La mostra intende documentare compiutamente questa situazione coi suoi protagonisti, a sessant’anni di distanza, ricordando al tempo stesso il centenario della nascita di Arcangeli (10 luglio 1915) e la sua scomparsa prematura il 14 febbraio 1974, a vent’anni dalla pubblicazione del suo saggio,
Nel corso della riunione delle commissioni consiliari che si è svolta in municipio a Ravenna per discutere la petizione (firmata da circa 2mila persone) sulla richiesta di una pista ciclabile di collegamento tra Madonna dell’Albero e la città, era presente l’assessore ai Lavori pubblici e mobilità Enrico Liverani che ha annunciato la volontà dell’Amministrazione comunale di avviare l’iter per la realizzazione della nuova strada a servizio delle biciclette.
Le aveva stretto il collo ma senza l’intenzione di ammazzarla. La corte d’Appello di Bologna ha stabilito che quello di Simona Adela Andro, la 35enne infermiera romena uccisa dall’ex fidanzato connazionale nel suo appartamento di Ravenna il 2 aprile del 2013 (vedi articoli correlati), non era stato un omicidio volontario. Per questo per il muratore 47enne Valer Ispas Baciu, tutt’ora in carcere a Modena, il reato – come riportato dai quotidiani – è stato derubricato in preterintenzionale e la condanna è passata dai 16 anni rimediati in abbreviato nel primo grado a 9 anni e quattro mesi. La Procura generale aveva invece chiesto la conferma dell’omicidio volontario, rideterminando la pena in 14 anni.
Nei giorni scorsi il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo di riforma portuale che vede l’ipotesi di accorpamento tra le Autorità Portuali di Ravenna e Ancona per un totale di 13 Autorità in Italia contro le 24 attuali.
Torna per il secondo anno la rassegna “Kafka sulla spiaggia” al bagno Molo TreZero di Marina di Ravenna. Gli incontri (con tanto di cena a tema, prenotazione consigliata allo 0544 530793) si aprono sabato 11 luglio dalle 20 con gli autori di Spinoza e Lercio, i due siti di satira più noti d’Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Francesco Conte, della redazione di Lercio.
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