sabato
20 Giugno 2026

Srebreniça vent’anni dopo la strage, 8372 morti: «per non dimenticare»

Testimonianza di un viaggio di istruzione nella città martire intrapreso da tre insegnanti e i loro allievi del Liceo Scientifico di Ravenna

Cimitero di SrebrenicaIn occasione dell’anniversario del genocidio perpetrato durante la guerra civile nella ex Jugoslavia, nel luglio 1995, riceviamo e volentieri pubblichiamo queste riflessioni di Antonella Malara, Rossella Giovannini e Emanuela Serri, docenti del Liceo Scientifico “Oriani“ di Ravenna che, assieme agli studenti di tre quinte, hanno fatto un viaggio di istruzione in Bosnia.

Sono passati venti anni da quando migliaia di mussulmani bosniaci furono uccisi da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic´ con l’appoggio dei gruppi paramilitari guidati da Zeliko Raznatovic´, nella zona protetta di Srebreniça che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.
Per noi era una estate come tante, per gli abitanti di quella città famosa per le miniere di argento e per le prodigiose acque termali era la fine della loro storia e l’inizio dell’Inferno più terribile.

E i segni di quell’orrore lontano venti anni, ma ancora violentemente presente nel quotidiano di Srebreniça  si legge ancora oggi. Ne parla ogni muro della città che non è deserta, ma dove capisci che manca qualcosa, ne parla ogni bottega vuota di artigiano e mai riaperta, ogni officina, ne parla l’hotel imponente per dimensioni e un tempo di lusso che porta ancora le ferite del conflitto che pare ancora non del tutto placato,  ne parlano gli occhi delle anziane orbate di ogni familiare maschio. Ne parla il senso di vuoto, il silenzio, che non è pace, ma è assenza.
Cosa è oggi quella città dove venti anni fa vennero uccisi tutti gli abitanti maschi e anche i bambini che avevano almeno 11 anni e dove molte donne furono costrette a partorire figli dello stupro per completare una delle più feroci pulizie etniche della storia del ‘900?
È una città non città, dove arrivi ma dove ti sembra di essere sempre in periferia e invece ti trovi tra la chiesa e la moschea che ne rappresentano il centro, dove si riconoscono i segni di un passato fiorente, dove, a fatica, immagini la grandezza di un tempo, ma avverti che è stata vissuta, dove i segni di distruzione e svuotamento interiore sono ancora più profondi e dove in un attimo sai che difficilmente potrà tornare come era.

Lapide SrebrenicaOggi a Srebreniça gli uomini più anziani hanno trent’anni, le figure anziane che vedi sono donne, vestite di nero e col fazzoletto in testa che hanno visto i propri padri, mariti, fratelli e figli trucidati in nome di una etnia, che hanno visto i loro cari consegnati dagli stessi caschi blu olandesi al generale Mladic´ (soprannominato “il porco“) che poi li ha fucilati, sotterrati in fosse comuni per poi disseppellirli con una ruspa e di nuovo sotterrarli in altre fosse comuni per confonderne anche le ossa.
Lo scorso aprile con tre classi del Liceo Scientifico di Ravenna siamo stati a Srebreniça e abbiamo visitato il memoriale dell’eccidio e il cimitero dove ogni giorno donne col fazzoletto in testa vanno a visitare le tombe bianche, tutte uguali, disposte in file infinite che hanno reso la collina tutta bianca. Sono 8372 quelle tombe ma il numero è ancora provvisorio; molti corpi mancano perché non sono stati ancora identificati con l’esame del dna in quell’inferno di ossa confuse più volte  e che non hanno trovato ancora riposo e pace.

C’è una associazione di giovani donne a Srebreniça che indifferenti all’etnia di appartenenza e a dispetto del progetto di morte destinato alla città, prova a ricominciare di nuovo a vivere e a convivere. Le donne anziane non sanno più sorridere, ma loro sì e sono contente di potere ospitare qualcuno nella loro associazione perché sanno che è proprio da loro stesse, dallo loro volontà rivolta al bene e al futuro, che si può provare ad allontanare il male.
C’è una lapide nel cimitero che sembra una preghiera universale:

Nel nome di Dio misericordioso,
compassionevole,
ti prego Dio onnipotente
che la tristezza diventi speranza
che la vendetta diventi giustizia
che la lacrima della madre diventi
una preghiera
che a nessuno ricapiti mai l’orrore
di Srebreniça

Nella fotogallery i luoghi della strage e della memoria

Srebreniça vent’anni dopo la strage, 8372 morti: «per non dimenticare»

Testimonianza di un viaggio di istruzione nella città martire intrapreso da tre insegnanti e i loro allievi del Liceo Scientifico di Ravenna

Cimitero di SrebrenicaIn occasione dell’anniversario del genocidio perpetrato durante la guerra civile nella ex Jugoslavia, nel luglio 1995, riceviamo e volentieri pubblichiamo queste riflessioni di Antonella Malara, Rossella Giovannini e Emanuela Serri, docenti del Liceo Scientifico “Oriani“ di Ravenna che, assieme agli studenti di tre quinte, hanno fatto un viaggio di istruzione in Bosnia.

Sono passati venti anni da quando migliaia di mussulmani bosniaci furono uccisi da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic´ con l’appoggio dei gruppi paramilitari guidati da Zeliko Raznatovic´, nella zona protetta di Srebreniça che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.
Per noi era una estate come tante, per gli abitanti di quella città famosa per le miniere di argento e per le prodigiose acque termali era la fine della loro storia e l’inizio dell’Inferno più terribile.

E i segni di quell’orrore lontano venti anni, ma ancora violentemente presente nel quotidiano di Srebreniça  si legge ancora oggi. Ne parla ogni muro della città che non è deserta, ma dove capisci che manca qualcosa, ne parla ogni bottega vuota di artigiano e mai riaperta, ogni officina, ne parla l’hotel imponente per dimensioni e un tempo di lusso che porta ancora le ferite del conflitto che pare ancora non del tutto placato,  ne parlano gli occhi delle anziane orbate di ogni familiare maschio. Ne parla il senso di vuoto, il silenzio, che non è pace, ma è assenza.
Cosa è oggi quella città dove venti anni fa vennero uccisi tutti gli abitanti maschi e anche i bambini che avevano almeno 11 anni e dove molte donne furono costrette a partorire figli dello stupro per completare una delle più feroci pulizie etniche della storia del ‘900?
È una città non città, dove arrivi ma dove ti sembra di essere sempre in periferia e invece ti trovi tra la chiesa e la moschea che ne rappresentano il centro, dove si riconoscono i segni di un passato fiorente, dove, a fatica, immagini la grandezza di un tempo, ma avverti che è stata vissuta, dove i segni di distruzione e svuotamento interiore sono ancora più profondi e dove in un attimo sai che difficilmente potrà tornare come era.

Lapide SrebrenicaOggi a Srebreniça gli uomini più anziani hanno trent’anni, le figure anziane che vedi sono donne, vestite di nero e col fazzoletto in testa che hanno visto i propri padri, mariti, fratelli e figli trucidati in nome di una etnia, che hanno visto i loro cari consegnati dagli stessi caschi blu olandesi al generale Mladic´ (soprannominato “il porco“) che poi li ha fucilati, sotterrati in fosse comuni per poi disseppellirli con una ruspa e di nuovo sotterrarli in altre fosse comuni per confonderne anche le ossa.
Lo scorso aprile con tre classi del Liceo Scientifico di Ravenna siamo stati a Srebreniça e abbiamo visitato il memoriale dell’eccidio e il cimitero dove ogni giorno donne col fazzoletto in testa vanno a visitare le tombe bianche, tutte uguali, disposte in file infinite che hanno reso la collina tutta bianca. Sono 8372 quelle tombe ma il numero è ancora provvisorio; molti corpi mancano perché non sono stati ancora identificati con l’esame del dna in quell’inferno di ossa confuse più volte  e che non hanno trovato ancora riposo e pace.

C’è una associazione di giovani donne a Srebreniça che indifferenti all’etnia di appartenenza e a dispetto del progetto di morte destinato alla città, prova a ricominciare di nuovo a vivere e a convivere. Le donne anziane non sanno più sorridere, ma loro sì e sono contente di potere ospitare qualcuno nella loro associazione perché sanno che è proprio da loro stesse, dallo loro volontà rivolta al bene e al futuro, che si può provare ad allontanare il male.
C’è una lapide nel cimitero che sembra una preghiera universale:

Nel nome di Dio misericordioso,
compassionevole,
ti prego Dio onnipotente
che la tristezza diventi speranza
che la vendetta diventi giustizia
che la lacrima della madre diventi
una preghiera
che a nessuno ricapiti mai l’orrore
di Srebreniça

Nella fotogallery i luoghi della strage e della memoria

Il regista svizzero e il giovane rom, così Ravenna diventa un set neorealista

Hanspeter Ammann gira un film in città con un ragazzo notato per strada: «L’ho sentito suonare la fisarmonica e l’ho voluto come attore»

film a RavennaQuesta storia inizia con un sogno nella giungla e finisce con un film girato e ambientato a Ravenna. Il regista svizzero Hanspeter Ammann si trovava nel nord della Thailandia, al confine con il Laos, dove la foresta pluviale è così fitta da non lasciar filtrare la luce del sole… Lì Ammann stava girando un film sui combattenti tailandesi, quando una notte gli sono apparsi in sogno sua madre e suo padre. Nel sogno Ammann era bambino, e come quando aveva dieci anni, stava andando in auto con i suoi genitori al mare a Milano Marittima. «Era da tanto che non ripensavo a quelle estati di fine anni ’60. Nel sogno passiamo in macchina davanti a un cartello con scritto “Ravenna” e chiedo a mia madre “Andiamo a vedere i mosaici?” e lei mi risponde “Fa troppo caldo, andiamo in spiaggia, ci andremo la prossima volta”. Diceva sempre così, e alla fine non ci andammo mai. Così quando mi sono svegliato ho deciso che sarei venuto a vedere i mosaici».

I primi giorni di Ammann a Ravenna sono stati come quelli di un normale turista: chiese, passeggiate, gelati e un corso di mosaico. «Mentre vedevo Ravenna ho pensato che questa era la città che cercavo da anni per girare un film che avevo in mente. Un omaggio al neorealismo. Oggi i film sono girati bene, hanno una bella fotografia, musiche meravigliose, attori splendidi, ma non trasmettono emozioni autentiche. Credo che il neorealismo sia stato un momento magico per il cinema internazionale. Con attori che non erano attori professionisti i registi italiani raccontarono le storie vere della realtà di quegli anni».

L’idea di Ammann era quella di girare un film tributo alla pellicola che ha segnato maggiormente la sua carriera cinematografica, Ossessione di Luchino Visconti. Per farlo «ho deciso di usare come set ambienti che mescolano la natura e l’industria, gli stessi che utilizzò Michelangelo Antonioni in Deserto Rosso. Volevo anche far recitare attori non professionisti, persone vere. Ma in città non conoscevo nessuno e non sapevo chi avrei potuto coinvolgere nel progetto, allora chiesi all’unica persona che conoscevo, l’insegnante di mosaico Anna Fietta. Anna è stata molto gentile e ha organizzato un casting nel suo studio. Mentre la mattina andavo al casting mi sono fermato a bere un caffé in un bar vicino a Porta Adriana e ho sentito una musica meravigliosa. Era il suono di una fisarmonica. Mi sono avvicinato e ho visto questo ragazzo rom che suonava in maniera magnifica. Gli ho domandato se potevo fargli alcune foto mentre suonava e lui ha accettato. In quel momento è arrivata la polizia e gli ha chiesto di mostrare il permesso per suonare. Lui non lo aveva e hanno iniziato a discutere, io ho detto al poliziotto che le persone amano quella musica, ma il poliziotto mi ha intimato di non impicciarmi e gli ha fatto una multa da 50 euro. Io non capivo, lui suonava meravigliosamente, la persone si fermavano ad ascoltarlo, mi sembrava ingiusto. Allora ho deciso di pagargli la multa. Poi sono andato ai provini. Al casting gli attori erano tutti bravi e belli, ma io continuavo a pensare a al ragazzo della fisarmonica. E finalmente ho realizzato: nel neorealismo i personaggi erano poveri, emarginati, gli ultimi della società. Se volevo fare un film neorealista oggi dovevo prendere lui. Così sono tornato indietro e l’ho ingaggiato come attore».

Il film che Hanspeter Ammann sta girando in questi giorni a Ravenna uscirà a gennaio 2016 e si intitolerà Voyage to Ravenna – Viaggio a Ravenna. I tre protagonisti della storia sono un ragazzo rom, giunto in città per racimolare qualche soldo suonando per strada, un ragazzo albanese venuto per lavorare in spiaggia e un ragazzo del Benin giunto qui per studiare (interpretato dal musicista Frank Viderot).
Ammann è affascinato ed entusiasta di Ravenna. «Questo luogo è perfetto per il cinema. Ci sono set che vanno dal mare alla campagna, dal porto all’industria. Le persone sono molto disponibili e collaborano tra loro. Ho conosciuto moltissime persone in gamba come il videomaker Gerardo Lamattina, che mi sta dando una mano con il film. Lui consoce gli orari migliori per girare le scene, i luoghi, i modi per evitare di essere assaliti dalle zanzare, e condivide le sue conoscenze con me.

Sto pensando seriamente che si potrebbe aprire una agenzia cinematografica a Ravenna. È una città ricca di talenti artistici, di fotografi, di registi. Credo sia un peccato che i ravennati credano poco nelle loro potenzialità. Molti mi chiedono “perché sei venuto proprio a Ravenna?”, “Perché ti piace questa città?” e mi dicono che è una città “provinciale” (lo dice in italiano, ndr), che “di inverno è triste” e “bla, bla, bla”. Beh, cari amici ravennati questa è una città ottima. C’è tutto e credo si possa fare cinema qui meglio che a Roma o a Zurigo…»

Il regista svizzero e il giovane rom, così Ravenna diventa un set neorealista

Hanspeter Ammann gira un film in città con un ragazzo notato per strada: «L’ho sentito suonare la fisarmonica e l’ho voluto come attore»

film a RavennaQuesta storia inizia con un sogno nella giungla e finisce con un film girato e ambientato a Ravenna. Il regista svizzero Hanspeter Ammann si trovava nel nord della Thailandia, al confine con il Laos, dove la foresta pluviale è così fitta da non lasciar filtrare la luce del sole… Lì Ammann stava girando un film sui combattenti tailandesi, quando una notte gli sono apparsi in sogno sua madre e suo padre. Nel sogno Ammann era bambino, e come quando aveva dieci anni, stava andando in auto con i suoi genitori al mare a Milano Marittima. «Era da tanto che non ripensavo a quelle estati di fine anni ’60. Nel sogno passiamo in macchina davanti a un cartello con scritto “Ravenna” e chiedo a mia madre “Andiamo a vedere i mosaici?” e lei mi risponde “Fa troppo caldo, andiamo in spiaggia, ci andremo la prossima volta”. Diceva sempre così, e alla fine non ci andammo mai. Così quando mi sono svegliato ho deciso che sarei venuto a vedere i mosaici».

I primi giorni di Ammann a Ravenna sono stati come quelli di un normale turista: chiese, passeggiate, gelati e un corso di mosaico. «Mentre vedevo Ravenna ho pensato che questa era la città che cercavo da anni per girare un film che avevo in mente. Un omaggio al neorealismo. Oggi i film sono girati bene, hanno una bella fotografia, musiche meravigliose, attori splendidi, ma non trasmettono emozioni autentiche. Credo che il neorealismo sia stato un momento magico per il cinema internazionale. Con attori che non erano attori professionisti i registi italiani raccontarono le storie vere della realtà di quegli anni».

L’idea di Ammann era quella di girare un film tributo alla pellicola che ha segnato maggiormente la sua carriera cinematografica, Ossessione di Luchino Visconti. Per farlo «ho deciso di usare come set ambienti che mescolano la natura e l’industria, gli stessi che utilizzò Michelangelo Antonioni in Deserto Rosso. Volevo anche far recitare attori non professionisti, persone vere. Ma in città non conoscevo nessuno e non sapevo chi avrei potuto coinvolgere nel progetto, allora chiesi all’unica persona che conoscevo, l’insegnante di mosaico Anna Fietta. Anna è stata molto gentile e ha organizzato un casting nel suo studio. Mentre la mattina andavo al casting mi sono fermato a bere un caffé in un bar vicino a Porta Adriana e ho sentito una musica meravigliosa. Era il suono di una fisarmonica. Mi sono avvicinato e ho visto questo ragazzo rom che suonava in maniera magnifica. Gli ho domandato se potevo fargli alcune foto mentre suonava e lui ha accettato. In quel momento è arrivata la polizia e gli ha chiesto di mostrare il permesso per suonare. Lui non lo aveva e hanno iniziato a discutere, io ho detto al poliziotto che le persone amano quella musica, ma il poliziotto mi ha intimato di non impicciarmi e gli ha fatto una multa da 50 euro. Io non capivo, lui suonava meravigliosamente, la persone si fermavano ad ascoltarlo, mi sembrava ingiusto. Allora ho deciso di pagargli la multa. Poi sono andato ai provini. Al casting gli attori erano tutti bravi e belli, ma io continuavo a pensare a al ragazzo della fisarmonica. E finalmente ho realizzato: nel neorealismo i personaggi erano poveri, emarginati, gli ultimi della società. Se volevo fare un film neorealista oggi dovevo prendere lui. Così sono tornato indietro e l’ho ingaggiato come attore».

Il film che Hanspeter Ammann sta girando in questi giorni a Ravenna uscirà a gennaio 2016 e si intitolerà Voyage to Ravenna – Viaggio a Ravenna. I tre protagonisti della storia sono un ragazzo rom, giunto in città per racimolare qualche soldo suonando per strada, un ragazzo albanese venuto per lavorare in spiaggia e un ragazzo del Benin giunto qui per studiare (interpretato dal musicista Frank Viderot).
Ammann è affascinato ed entusiasta di Ravenna. «Questo luogo è perfetto per il cinema. Ci sono set che vanno dal mare alla campagna, dal porto all’industria. Le persone sono molto disponibili e collaborano tra loro. Ho conosciuto moltissime persone in gamba come il videomaker Gerardo Lamattina, che mi sta dando una mano con il film. Lui consoce gli orari migliori per girare le scene, i luoghi, i modi per evitare di essere assaliti dalle zanzare, e condivide le sue conoscenze con me.

Sto pensando seriamente che si potrebbe aprire una agenzia cinematografica a Ravenna. È una città ricca di talenti artistici, di fotografi, di registi. Credo sia un peccato che i ravennati credano poco nelle loro potenzialità. Molti mi chiedono “perché sei venuto proprio a Ravenna?”, “Perché ti piace questa città?” e mi dicono che è una città “provinciale” (lo dice in italiano, ndr), che “di inverno è triste” e “bla, bla, bla”. Beh, cari amici ravennati questa è una città ottima. C’è tutto e credo si possa fare cinema qui meglio che a Roma o a Zurigo…»

A Cervia omaggio all’Ultimo Naturalismo di Arcangeli

Capolavori dell’arte italiana contemporanea in visione fino al 27 agosto

Mattia MoreniOltre settanta opere di artisti fra i quali Bendini, Ferrari, Mandelli, Moreni, Morlotti, Romiti, Vacchi, sono esposte fino al 27 agosto all’interno della suggestiva cornice dei Magazzini del Sale di Cervia nella mostra ideata dello stesso abituale curatore del Mar di Ravenna, Claudio Spadoni, dal titolo “Ultimo Na­tu­ralismo”.
Si tratta di un omaggio allo scritto omo­nimo pubblicato negli anni cinquanta dal noto critico d’arte bolognese Francesco Ar­cangeli, nel centenario della sua nascita, promosso dalla Cna provinciale di Ravenna in occasione del suo 70esimo anniversario e realizzato in collaborazione con l’associazione Il Cerbero.

«L’Ultimo naturalismo – commenta Spadoni – costituiva una risposta italiana a una visione e un pensiero della realtà decisamente estranei ai modelli formali più diffusi. Non si trattava, come pure qualcuno  fraintese, di un ritorno al naturalismo di matrice ottocentesca, ma di un’attualissima ricerca di un modo nuovo e fortemente individuale di esprimere un sentimento della natura senza cadere in una sua rappresentazione mimetica. Una natura da sentire appunto in modo diverso,  da vivere come dal suo interno, in un tempo in cui la scienza, il progresso tecnologico stavano apportando sempre più rapidamente trasformazioni irreversibili. Gli artisti scelti da Arcangeli cercavano un rapporto nuovo e antico, senza ricorrere, in questo, a modelli formali precostituiti».

 

Francesco AcangeliLa mostra intende documentare compiutamente questa situazione coi suoi protagonisti, a sessant’anni di distanza, ricordando al tempo stesso il centenario della nascita di Arcangeli (10 luglio 1915) e la sua scomparsa prematura il 14 febbraio 1974, a vent’anni dalla pubblicazione del suo saggio,
La mostra presenterà un importante nucleo di opere degli artisti  che stimolarono la partecipazione critica  di Arcangeli, per  rievocare  quella stagione da lui definita come “ultimo naturalismo”, ma documentando anche gli  sviluppi del loro lavoro nel decennio successivo.
Accompagnerà l’esposizione un catalogo con un testo introduttivo del curatore, un’ampia biografia arcangeliana di Elena Volpato, la  riproduzione delle opere esposte, brani critici dello stesso Arcangeli e i consueti apparati bio-bibliografici.

La mostra resterà aperta tutti i giorni fino al 27 agosto, dalle 20 alle 24.

Nella gallery fotografica alcune delle opere in mostra.

Dal Comune il via libera per la ciclabile tra Ravenna e Madonna dell’Albero

L’assessore: «Parte l’iter». Anticipato l’investimento da 850mila euro

Nel corso della riunione delle commissioni consiliari che si è svolta in municipio a Ravenna per discutere la petizione (firmata da circa 2mila persone) sulla richiesta di una pista ciclabile di collegamento tra Madonna dell’Albero e la città, era presente l’assessore ai Lavori pubblici e mobilità Enrico Liverani che ha annunciato la volontà dell’Amministrazione comunale di avviare l’iter per la realizzazione della nuova strada a servizio delle biciclette.

«Abbiamo anticipato al prossimo anno la progettazione del collegamento ciclo-pedonale tra gli abitati di Madonna dell’Albero e Ponte Nuovo prevista dal Piano Investimenti per il 2017 – ha esordito Liverani – . Si tratta di una scelta legata, in primis, all’accoglimento della forte richiesta emersa dalla petizione, oltre dal Comitato Cittadino e dal Consiglio territoriale. Queste priorità stanno alla base del piano generale del traffico urbano e puntano ad incentivare la mobilità sostenibile e quindi l’utilizzo delle due ruote. I vantaggi di questa scelta sono molteplici poiché viene favorita l’utenza debole, rende più attrattivo il nostro territorio sotto il profilo del turismo ciclabile ma soprattutto contribuisce ad abbattere l’inquinamento da polveri sottili emesse dai gas di scarico dei veicoli».

Pertanto è stato messo a punto dagli uffici tecnici lo studio di fattibilità del progetto che prevede un investimento di 850mila euro. Parte così l’iter che, dopo l’approvazione dei progetti definitivi ed esecutivi potrà essere messo a gara, nei tempi di legge, per l’affidamento dei lavori, la cui durata è prevista in 180 giorni.

La soluzione progettuale prevede una pista ciclabile che partendo da via della Vigna su via Dismano si sviluppa lungo via del Pino per proseguire nelle aree agricole in fregio allo Scolo Consorziale Arcobologna fino ad arrivare all’abitato di Madonna dell’Albero. L’intervento consiste nella realizzazione di tre tratti: il primo tratto su via Dismano partendo dalla rete esistente in prossimità di via della Vigna fino ad arrivare a via del Pino; il secondo tratto lungo via del Pino si svilupperà per circa 600 metri fino all’incrocio con via dell’Ulivo; il terzo tratto si dispiegherà a lato dello Scolo Consorziale Arcobologna fino ad arrivare alla via Pondi in fondo all’abitato di Madonna dell’Albero.

L’assessore, alla conclusione della discussione, prendendo atto delle criticità presentate dal primo firmatario soprattutto in termini di sicurezza, si è dichiarato disponibile a prevedere la suddivisione per stralci del progetto, al fine di poter rendere ancora più concretizzabile l’intervento.

Dal Comune il via libera per la ciclabile tra Ravenna e Madonna dell’Albero

L’assessore: «Parte l’iter». Anticipato l’investimento da 850mila euro

Nel corso della riunione delle commissioni consiliari che si è svolta in municipio a Ravenna per discutere la petizione (firmata da circa 2mila persone) sulla richiesta di una pista ciclabile di collegamento tra Madonna dell’Albero e la città, era presente l’assessore ai Lavori pubblici e mobilità Enrico Liverani che ha annunciato la volontà dell’Amministrazione comunale di avviare l’iter per la realizzazione della nuova strada a servizio delle biciclette.

«Abbiamo anticipato al prossimo anno la progettazione del collegamento ciclo-pedonale tra gli abitati di Madonna dell’Albero e Ponte Nuovo prevista dal Piano Investimenti per il 2017 – ha esordito Liverani – . Si tratta di una scelta legata, in primis, all’accoglimento della forte richiesta emersa dalla petizione, oltre dal Comitato Cittadino e dal Consiglio territoriale. Queste priorità stanno alla base del piano generale del traffico urbano e puntano ad incentivare la mobilità sostenibile e quindi l’utilizzo delle due ruote. I vantaggi di questa scelta sono molteplici poiché viene favorita l’utenza debole, rende più attrattivo il nostro territorio sotto il profilo del turismo ciclabile ma soprattutto contribuisce ad abbattere l’inquinamento da polveri sottili emesse dai gas di scarico dei veicoli».

Pertanto è stato messo a punto dagli uffici tecnici lo studio di fattibilità del progetto che prevede un investimento di 850mila euro. Parte così l’iter che, dopo l’approvazione dei progetti definitivi ed esecutivi potrà essere messo a gara, nei tempi di legge, per l’affidamento dei lavori, la cui durata è prevista in 180 giorni.

La soluzione progettuale prevede una pista ciclabile che partendo da via della Vigna su via Dismano si sviluppa lungo via del Pino per proseguire nelle aree agricole in fregio allo Scolo Consorziale Arcobologna fino ad arrivare all’abitato di Madonna dell’Albero. L’intervento consiste nella realizzazione di tre tratti: il primo tratto su via Dismano partendo dalla rete esistente in prossimità di via della Vigna fino ad arrivare a via del Pino; il secondo tratto lungo via del Pino si svilupperà per circa 600 metri fino all’incrocio con via dell’Ulivo; il terzo tratto si dispiegherà a lato dello Scolo Consorziale Arcobologna fino ad arrivare alla via Pondi in fondo all’abitato di Madonna dell’Albero.

L’assessore, alla conclusione della discussione, prendendo atto delle criticità presentate dal primo firmatario soprattutto in termini di sicurezza, si è dichiarato disponibile a prevedere la suddivisione per stralci del progetto, al fine di poter rendere ancora più concretizzabile l’intervento.

Strangolò e uccise la ex, ma secondo la Corte d’Appello «non voleva»

La condanna scende da 16 a 9 anni. Le aveva stretto il collo
per un tempo non sufficiente: la vittima era malata senza saperlo

Le aveva stretto il collo ma senza l’intenzione di ammazzarla. La corte d’Appello di Bologna ha stabilito che quello di Simona Adela Andro, la 35enne infermiera romena uccisa dall’ex fidanzato connazionale nel suo appartamento di Ravenna il 2 aprile del 2013 (vedi articoli correlati), non era stato un omicidio volontario. Per questo per il muratore 47enne Valer Ispas Baciu, tutt’ora in carcere a Modena, il reato – come riportato dai quotidiani – è stato derubricato in preterintenzionale e la condanna è passata dai 16 anni rimediati in abbreviato nel primo grado a 9 anni e quattro mesi. La Procura generale aveva invece chiesto la conferma dell’omicidio volontario, rideterminando la pena in 14 anni.

Secondo le indagini dei carabinieri, il delitto era avvenuto verso le 5.30 quando Baciu, lasciato da oltre un anno dalla donna e in procinto di abbandonare l’appartamento tanto che aveva già le valigie pronte in corridoio, spinto dalla gelosia, aveva stretto il collo della donna a livello della carotide per un tempo tuttavia non sufficiente per uccidere una persona sana. Ma la 35enne soffriva di una patologia che nemmeno lei conosceva (la stenosi coronarica): si era così innescato un meccanismo che l’aveva portata alla morte. Lui, probabilmente ubriaco, l’aveva poi ricomposta sul letto, circondata di lumini e vegliata fino all’arrivo, alcune ore dopo, dei militari. (agenzia di Ansa.it)

Autorità portuali: Ravenna e Ancona accorpate? Cna e vicesindaco contrari. Pagani: «Un’ipotesi»

Il deputato: «Al ministro dirò che non c’è l’utilità…»

Nei giorni scorsi il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo di riforma portuale che vede l’ipotesi di accorpamento tra le Autorità Portuali di Ravenna e Ancona per un totale di 13 Autorità in Italia contro le 24 attuali.

Il deputato ravennte del Pd, Alberto Pagani, in un’intervista a PortoRavennaNews sottolinea come non ci sia ancora nulla di deciso, schierandosi apertamente contro l’ipotesi di accorpamento e rivelando che al ministro Delrio cercherà di far capire come non ve ne sia l’utilità.

Nei giorni scorsi da Ravenna si era levata forte e chiara solo l’opinione contraria del vicesindaco Mingozzi. Oggi è la volta anche della Cna, il cui direttore, Massimo Mazzavillani (oggi dato dal Corriere Romagna come in pole position tra i possibili candidati a sindaco di Ravenna del Pd), scrive in una nota: «Siamo convinti che ci siano validi motivi per sostenere che questa ipotesi non ci piace e, soprattutto, non aiuterà il nostro porto. Una riforma ispirata da una logica puramente numerica, che non tiene conto dei bisogni specifici del porto ravennate e, conseguentemente, non ne valorizza adeguatamente le sue specificità».

«Innanzitutto – prosegue Mazzavillani – il documento presentato dal Ministero delle Infrastrutture su cui si basa la riforma proposta è, a nostro avviso, non coerente con le politiche comunitarie adottate e in corso di emanazione sulla governance portuale, sui tempi di realizzazione previsti nei programmi dei Corridoi della Rete TEN-T. Né, tanto meno, sulla creazione delle strutture indicate come prioritarie per la rete dei porti core (14 porti italiani), definita dall’Unione Europea. L’Ue, nei suoi documenti di programmazione, ha sempre inserito il nostro scalo tra i 14 porti strategici nazionali. Valutazioni che ricordiamo derivano dalla merce movimentata e dal fatto di appartenere a uno dei Corridoi Europei».

«Esiste poi un aspetto istituzionale da considerare – aggiunge Mazzavillani – e cioè che il porto di Ravenna è peculiare alla Regione Emilia Romagna, così come quello di Ancona lo è per la Regione Marche. Pertanto il rischio che corriamo è quello di ingessare il confronto e di aumentare la burocrazia, in riferimento a finanziamenti, progetti, piani urbanistici, normative ambientali, ecc. quando tutti affermiamo all’unisono che si dovrebbe andare nella direzione opposta. Concludendo – sottolinea Mazzavillani – sappiamo tutti che le scelte istituzionali che verranno fatte adesso e nel prossimo futuro avranno effetti rilevanti sugli equilibri complessivi dei nostri territori in termini di risorse disponibili, di collocazione strategica e produttiva, di sinergie e integrazioni possibili, di identità culturali. È, dunque, necessario riflettere e confrontarsi con tutti i livelli istituzionali coinvolti prima di adottare scelte così importanti per Ravenna, per l’Emilia-Romagna e per l’intero tessuto economico».

A Mazzavillani arriva già il plauso dello stesso vicesindaco, che annuncia di voler nei prossimi giorni impegnare il consiglio comunale a intervenire sul tema in maniera ufficiale.

Autorità portuali: Ravenna e Ancona accorpate? Cna e vicesindaco contrari. Pagani: «Un’ipotesi»

Il deputato: «Al ministro dirò che non c’è l’utilità…»

Nei giorni scorsi il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo di riforma portuale che vede l’ipotesi di accorpamento tra le Autorità Portuali di Ravenna e Ancona per un totale di 13 Autorità in Italia contro le 24 attuali.

Il deputato ravennte del Pd, Alberto Pagani, in un’intervista a PortoRavennaNews sottolinea come non ci sia ancora nulla di deciso, schierandosi apertamente contro l’ipotesi di accorpamento e rivelando che al ministro Delrio cercherà di far capire come non ve ne sia l’utilità.

Nei giorni scorsi da Ravenna si era levata forte e chiara solo l’opinione contraria del vicesindaco Mingozzi. Oggi è la volta anche della Cna, il cui direttore, Massimo Mazzavillani (oggi dato dal Corriere Romagna come in pole position tra i possibili candidati a sindaco di Ravenna del Pd), scrive in una nota: «Siamo convinti che ci siano validi motivi per sostenere che questa ipotesi non ci piace e, soprattutto, non aiuterà il nostro porto. Una riforma ispirata da una logica puramente numerica, che non tiene conto dei bisogni specifici del porto ravennate e, conseguentemente, non ne valorizza adeguatamente le sue specificità».

«Innanzitutto – prosegue Mazzavillani – il documento presentato dal Ministero delle Infrastrutture su cui si basa la riforma proposta è, a nostro avviso, non coerente con le politiche comunitarie adottate e in corso di emanazione sulla governance portuale, sui tempi di realizzazione previsti nei programmi dei Corridoi della Rete TEN-T. Né, tanto meno, sulla creazione delle strutture indicate come prioritarie per la rete dei porti core (14 porti italiani), definita dall’Unione Europea. L’Ue, nei suoi documenti di programmazione, ha sempre inserito il nostro scalo tra i 14 porti strategici nazionali. Valutazioni che ricordiamo derivano dalla merce movimentata e dal fatto di appartenere a uno dei Corridoi Europei».

«Esiste poi un aspetto istituzionale da considerare – aggiunge Mazzavillani – e cioè che il porto di Ravenna è peculiare alla Regione Emilia Romagna, così come quello di Ancona lo è per la Regione Marche. Pertanto il rischio che corriamo è quello di ingessare il confronto e di aumentare la burocrazia, in riferimento a finanziamenti, progetti, piani urbanistici, normative ambientali, ecc. quando tutti affermiamo all’unisono che si dovrebbe andare nella direzione opposta. Concludendo – sottolinea Mazzavillani – sappiamo tutti che le scelte istituzionali che verranno fatte adesso e nel prossimo futuro avranno effetti rilevanti sugli equilibri complessivi dei nostri territori in termini di risorse disponibili, di collocazione strategica e produttiva, di sinergie e integrazioni possibili, di identità culturali. È, dunque, necessario riflettere e confrontarsi con tutti i livelli istituzionali coinvolti prima di adottare scelte così importanti per Ravenna, per l’Emilia-Romagna e per l’intero tessuto economico».

A Mazzavillani arriva già il plauso dello stesso vicesindaco, che annuncia di voler nei prossimi giorni impegnare il consiglio comunale a intervenire sul tema in maniera ufficiale.

Quelle bufale (quasi) reali che deridono certo giornalismo. Intervista a un Lercio

Gli autori del celebre sito internet al Molo TreZero insieme a quelli
di Spinoza. «Quando la gente crede che i nostri articoli siano veri…»

Torna per il secondo anno la rassegna “Kafka sulla spiaggia” al bagno Molo TreZero di Marina di Ravenna. Gli incontri (con tanto di cena a tema, prenotazione consigliata allo 0544 530793) si aprono sabato 11 luglio dalle 20 con gli autori di Spinoza e Lercio, i due siti di satira più noti d’Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Francesco Conte, della redazione di Lercio.

Quando nasce Lercio e perché?
«È stato fondato alla fine del 2012 da Michele Incollu. Nasce per mettere alla berlina il giornalismo sensazionalista che (soprattutto in rete) privilegia notizie capaci di destare clamore, senza neppure verificarne la veridicità, rispetto ad un’informazione completa e approfondita, abdicando così alla propria funzione sociale in cambio di qualche click in più. Questo marasma di notizie-non-notizie si è trasformato in una gara a chi la spara più grossa. Alle testate “ufficiali”, artefici di un’eccessiva attenzione al gossip e alle notizie di costume, si sono aggiunti siti di pseudo-informazione con tendenze complottistiche e creatori di bufale finalizzate solo al click-baiting. Lercio si insinua in questa zona grigia, offrendo articoli e “ultim’ora” dichiaratamente falsi, ma con una finalità satirica e parodistica».
Da quando ci collabori?
«Praticamente dalla sua fondazione. Ho inviato il mio primo articolo nel dicembre del 2012: parlava di una farfalla che minacciava di battere le ali a Tokyo, scatenando il panico a New York. La collaborazione è avvenuta in maniera spontanea. Io, Michele e tutto il resto dell’attuale redazione facevamo già parte di un collettivo satirico, Acido Lattico, a sua volta sorto sulle ceneri della “Palestra” di Daniele Luttazzi: lui raccoglieva le battute inviategli dai fan e pubblicava le migliori. Quando Michele ha fondato Lercio, come per osmosi, tutto il collettivo si è fatto coinvolgere».
Qual è il segreto del vostro successo?
«Secondo alcuni il colore rosso. Secondo altri l’accostamento di uno stile credibile e di contenuti incredibili. Ma probabilmente la chiave è nel fatto che nascondiamo piccoli quantitativi di sostanze psicotrope in ogni articolo».
Quali sono gli articoli di cui vai più fiero?
«Quelli a cui sono più affezionato sono due. La toccante storia di Jimbo: l’elefante che sa dipingere solo peni, parla dell’unico elefante al mondo che non è in grado di disegnarsi un autoritratto, caratteristica che, stando a Studio Aperto, sarebbe praticamente innata in tutti i pachidermi. Con l’articolo lanciavo anche una petizione per il povero Jimbo. Ed ha pure avuto un discreto seguito. L’altro articolo è L’Accademia della Crusca rivela: “Il congiuntivo? Ce lo siamo inventati”, con cui si è praticamente aperto un filone che poi ha raggiunto l’apice con l’ultim’ora di Rosaria Greco L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”. Con i social media manager dell’Accademia è nata una sorta di love story. È il nostro contributo alla cultura italiana».
C’è chi crede che le vostre siano notizie reali…
«Intanto mettiamo in chiaro una cosa: il nostro scopo non è quello di far passare i nostri articoli per veri. Produciamo contenuti dichiaratamente satirici. Però, onestamente, è molto divertente quando capita».
Ci sono casi che ricordi, in questo senso?
«Il più clamoroso, che credo resterà ineguagliato, si scatenò con l’articolo di Vittorio Lattanzi: Kyenge shock: “Prendiamo cani e gatti degli italiani per sfamare gli immigrati”. Intervennero “legioni di imbecilli” pronte ad attaccare la Kyenge. Sarebbe bastato leggere le prime righe dell’articolo per togliersi ogni dubbio, se potevano essercene. D’altra parte, lo scopo di quell’articolo era portare ad esasperazione le falsità che ogni giorno venivano attribuite all’ex ministro, per mettere bene in chiaro il livello di razzismo e pressapochismo della popolazione. Uno dei commenti più divertenti, in quell’occasione, fu di un utente, completamente allucinato, che scrisse una serie di amenità di questo tenore: “In Italia questi governanti sono dei golpisti al servizio dei criminali stragisti sionisti del Bildeberg, stanno conducendo il Popolo Italiano verso l’Olocausto quello vero è certo che questi flussi migratori sono guidati dall’Arabia Saudita in combutta con Israele, porteranno il vento di guerra delle primavere arabe in europa, solo una Rivoluzione ci potrà liberare dal giogo di questi criminali assassini dei Popoli”. Fortunatamente qualcuno restituì il giusto equilibrio alla situazione, scrivendo forse il più grande complimento che ci sia mai stato fatto: “Lercio è la cartina di tornasole inutilmente sognata da Darwin: i commenti alle sue “notizie” permettono di riconoscere con grande facilità gli “homo sapiens” e gli “anelli di congiunzione”. Purtroppo, in rete, questi si rivelano essere la stragrande maggioranza. Leggere per credere!”. Di recente abbiamo anche lanciato una rubrica con i commenti “più lerci” della settimana. Si trovano delle vere perle».
In quanti lavorano a Lercio?
«Nessuno “lavora” a Lercio, se per lavoro intendi qualcosa per cui si è pagati. Tu vuoi darci dei soldi?».
Ci penso. E quindi che lavoro fai?
«Cos’è, vuoi farmelo perdere?»
Ma quindi un sito così seguito di satira, non è in grado di fare fatturato? Quante persone ci collaborano?
«La redazione è composta di quaranta persone sparse in tutto il mondo, ma con una significativa percentuale di sardi, e tutte già appartenenti al collettivo Acido Lattico. Ognuno di noi dedica al progetto tempo ed energie a seconda delle proprie disponibilità e capacità. Abbiamo un’organizzazione prevalentemente “orizzontale”, con una suddivisione di compiti in continua evoluzione che, secondo i nostri calcoli, raggiungerà entro il 2034 un equilibrio Pareto-ottimale. Non possiamo rivelarti quanto fatturiamo, ma sappi che abbiamo appena comprato una penisola greca che da domani si chiamerà Lercioponneso».

Quelle bufale (quasi) reali che deridono certo giornalismo. Intervista a un Lercio

Gli autori del celebre sito internet al Molo TreZero insieme a quelli
di Spinoza. «Quando la gente crede che i nostri articoli siano veri…»

Torna per il secondo anno la rassegna “Kafka sulla spiaggia” al bagno Molo TreZero di Marina di Ravenna. Gli incontri (con tanto di cena a tema, prenotazione consigliata allo 0544 530793) si aprono sabato 11 luglio dalle 20 con gli autori di Spinoza e Lercio, i due siti di satira più noti d’Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Francesco Conte, della redazione di Lercio.

Quando nasce Lercio e perché?
«È stato fondato alla fine del 2012 da Michele Incollu. Nasce per mettere alla berlina il giornalismo sensazionalista che (soprattutto in rete) privilegia notizie capaci di destare clamore, senza neppure verificarne la veridicità, rispetto ad un’informazione completa e approfondita, abdicando così alla propria funzione sociale in cambio di qualche click in più. Questo marasma di notizie-non-notizie si è trasformato in una gara a chi la spara più grossa. Alle testate “ufficiali”, artefici di un’eccessiva attenzione al gossip e alle notizie di costume, si sono aggiunti siti di pseudo-informazione con tendenze complottistiche e creatori di bufale finalizzate solo al click-baiting. Lercio si insinua in questa zona grigia, offrendo articoli e “ultim’ora” dichiaratamente falsi, ma con una finalità satirica e parodistica».
Da quando ci collabori?
«Praticamente dalla sua fondazione. Ho inviato il mio primo articolo nel dicembre del 2012: parlava di una farfalla che minacciava di battere le ali a Tokyo, scatenando il panico a New York. La collaborazione è avvenuta in maniera spontanea. Io, Michele e tutto il resto dell’attuale redazione facevamo già parte di un collettivo satirico, Acido Lattico, a sua volta sorto sulle ceneri della “Palestra” di Daniele Luttazzi: lui raccoglieva le battute inviategli dai fan e pubblicava le migliori. Quando Michele ha fondato Lercio, come per osmosi, tutto il collettivo si è fatto coinvolgere».
Qual è il segreto del vostro successo?
«Secondo alcuni il colore rosso. Secondo altri l’accostamento di uno stile credibile e di contenuti incredibili. Ma probabilmente la chiave è nel fatto che nascondiamo piccoli quantitativi di sostanze psicotrope in ogni articolo».
Quali sono gli articoli di cui vai più fiero?
«Quelli a cui sono più affezionato sono due. La toccante storia di Jimbo: l’elefante che sa dipingere solo peni, parla dell’unico elefante al mondo che non è in grado di disegnarsi un autoritratto, caratteristica che, stando a Studio Aperto, sarebbe praticamente innata in tutti i pachidermi. Con l’articolo lanciavo anche una petizione per il povero Jimbo. Ed ha pure avuto un discreto seguito. L’altro articolo è L’Accademia della Crusca rivela: “Il congiuntivo? Ce lo siamo inventati”, con cui si è praticamente aperto un filone che poi ha raggiunto l’apice con l’ultim’ora di Rosaria Greco L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”. Con i social media manager dell’Accademia è nata una sorta di love story. È il nostro contributo alla cultura italiana».
C’è chi crede che le vostre siano notizie reali…
«Intanto mettiamo in chiaro una cosa: il nostro scopo non è quello di far passare i nostri articoli per veri. Produciamo contenuti dichiaratamente satirici. Però, onestamente, è molto divertente quando capita».
Ci sono casi che ricordi, in questo senso?
«Il più clamoroso, che credo resterà ineguagliato, si scatenò con l’articolo di Vittorio Lattanzi: Kyenge shock: “Prendiamo cani e gatti degli italiani per sfamare gli immigrati”. Intervennero “legioni di imbecilli” pronte ad attaccare la Kyenge. Sarebbe bastato leggere le prime righe dell’articolo per togliersi ogni dubbio, se potevano essercene. D’altra parte, lo scopo di quell’articolo era portare ad esasperazione le falsità che ogni giorno venivano attribuite all’ex ministro, per mettere bene in chiaro il livello di razzismo e pressapochismo della popolazione. Uno dei commenti più divertenti, in quell’occasione, fu di un utente, completamente allucinato, che scrisse una serie di amenità di questo tenore: “In Italia questi governanti sono dei golpisti al servizio dei criminali stragisti sionisti del Bildeberg, stanno conducendo il Popolo Italiano verso l’Olocausto quello vero è certo che questi flussi migratori sono guidati dall’Arabia Saudita in combutta con Israele, porteranno il vento di guerra delle primavere arabe in europa, solo una Rivoluzione ci potrà liberare dal giogo di questi criminali assassini dei Popoli”. Fortunatamente qualcuno restituì il giusto equilibrio alla situazione, scrivendo forse il più grande complimento che ci sia mai stato fatto: “Lercio è la cartina di tornasole inutilmente sognata da Darwin: i commenti alle sue “notizie” permettono di riconoscere con grande facilità gli “homo sapiens” e gli “anelli di congiunzione”. Purtroppo, in rete, questi si rivelano essere la stragrande maggioranza. Leggere per credere!”. Di recente abbiamo anche lanciato una rubrica con i commenti “più lerci” della settimana. Si trovano delle vere perle».
In quanti lavorano a Lercio?
«Nessuno “lavora” a Lercio, se per lavoro intendi qualcosa per cui si è pagati. Tu vuoi darci dei soldi?».
Ci penso. E quindi che lavoro fai?
«Cos’è, vuoi farmelo perdere?»
Ma quindi un sito così seguito di satira, non è in grado di fare fatturato? Quante persone ci collaborano?
«La redazione è composta di quaranta persone sparse in tutto il mondo, ma con una significativa percentuale di sardi, e tutte già appartenenti al collettivo Acido Lattico. Ognuno di noi dedica al progetto tempo ed energie a seconda delle proprie disponibilità e capacità. Abbiamo un’organizzazione prevalentemente “orizzontale”, con una suddivisione di compiti in continua evoluzione che, secondo i nostri calcoli, raggiungerà entro il 2034 un equilibrio Pareto-ottimale. Non possiamo rivelarti quanto fatturiamo, ma sappi che abbiamo appena comprato una penisola greca che da domani si chiamerà Lercioponneso».

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