martedì
24 Marzo 2026
l'intervento

L’ex direttore contro il “nuovo” Festival delle Culture: «Sono state escluse le comunità straniere»

Tahar Lamri accusa: «Ha perso la sua funzione originaria, nonostante ora abbia più soldi. Esclusi i giovani di seconda generazione»

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C’è un paradosso – secondo Tahar Lamri – al centro del Festival delle Culture di Ravenna: negli anni in cui la manifestazione è cresciuta in termini di risorse, durata e investimenti, avrebbe progressivamente perso la propria funzione originaria. Diventando di fatto «più inutile».

Lo sostiene lo stesso Lamri, intellettuale e scrittore ravennate di origini algerine, tra gli ideatori nel 2004 del festival, che lo ha diretto fino al 2012. «Allora si faceva con risorse limitate – ricorda – costruendo ogni edizione attraverso mesi di lavoro con circa 92 associazioni di comunità straniere presenti sul territorio». Il risultato, spiega, era un appuntamento concentrato in tre giorni in cui «Ravenna diventava concretamente un’altra città», con le comunità protagoniste, una forte partecipazione cittadina e un ruolo attivo delle seconde generazioni.

Secondo Lamri, quel modello avrebbe prodotto «coesione reale, protagonismo comunitario, infrastruttura sociale». Un impianto che, dopo la sua uscita, si sarebbe progressivamente trasformato. «Ho taciuto per anni – afferma – ma c’è un punto in cui il silenzio smette di essere discrezione e diventa corresponsabilità».

Nel mirino c’è l’evoluzione organizzativa del festival, che a suo giudizio sarebbe stato “occupato” da una gestione più istituzionale da parte di alcuni funzionari dell’Ufficio Immigrazione del Comune, perdendo la dimensione partecipativa originaria. «Il budget è cresciuto – sostiene – ma i risultati, in termini di reti tra associazioni, protagonismo delle comunità e coesione civica, sono crollati». Lamri parla esplicitamente di una questione politica: «Quando il denaro pubblico finanzia qualcosa che non produce più il risultato dichiarato, non siamo davanti a un problema estetico».

A suo avviso, il programma 2026 rappresenta un punto emblematico di questa trasformazione: quattro mesi di eventi, dal 13 marzo al 20 giugno, distribuiti in numerose sedi e costruiti come un “catalogo di proposte” – tra cinema, teatro, mostre e incontri internazionali – che però avrebbero perso il legame diretto con le comunità straniere del territorio. «Un catalogo non è un festival – osserva – e soprattutto non ha nulla a che fare con le comunità che vivono a Ravenna». Comunità che, secondo l’ex direttore artistico, oggi «non esistono come soggetti, ma solo come tema», diventando oggetto di narrazione più che protagoniste attive. Nel passaggio dal modello originario a quello attuale, Lamri individua una perdita netta: «Le 92 associazioni sono scomparse, i giovani di seconda generazione sono stati esclusi». La loro presenza, aggiunge, sarebbe ormai marginale e relegata agli ultimi giorni del programma.

«Con più soldi pubblici si è ottenuto meno protagonismo, meno reti, meno coesione», conclude. Una trasformazione che, secondo Lamri, dovrebbe essere valutata politicamente dall’amministrazione, perché riguarda non solo l’identità culturale del festival, ma l’efficacia stessa dell’investimento pubblico e il rapporto con il tessuto sociale della città.

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