La passionalità del tango, la sperimentazione del contemporaneo

Due spettacoli della Compagnia Naturalis Labor, diretta da Luciano Padovani

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Uno scatto dallo spettacolo omaggio ad Astor Piazzolla in scena a Faenza

Milonghe umide e fumose, cinturini neri che cingono la pelle lunare di creature vellutate e  notturne, schiene nude e diritte e sguardi che vanno oltre le pareti. La musica di Gardel, o quella di Piazzolla, che fa scansare le sedie tutte insieme e riempie la sala di corpi danzanti e movenze caparbie. L’alcol nei bicchieri, le luci basse, la passione, i contrasti. Eppure nel tango si può cercare molto più di uno stereotipo, seppur avvolgente come i colori delle rose cantate da Capossela. C’è riuscito un coreografo veneto cresciuto a pane e contemporanea, che un giorno si è fatto trascinare nella milonga per amore: Luciano Padovani, in scena il 14 febbraio 2018 al Teatro Masini di Faenza con En tus ojos. Piazzolla tango e il 23 febbraio alla Regina di Cattolica e il 13 aprile al Rossini di Lugo con Romeo y Julieta tango.

La Compagnia Naturalis Labor che lei dirige ha riempito i teatri con Romeo y Julieta, una produzione del 2015 in cui rielabora il classico shakespeariano contaminando il tango con la danza contemporanea: oltre alla musica dal vivo del Cuarteto Tipico Tango Spleen, ci svela gli altri ingredienti di questa ricetta di successo?
«Romeo y Julieta costituisce una sorta di salto di qualità della compagnia: è stato il lavoro che ci ha portato a riempire i teatri più grandi e ci ha permesso di incontrare un grande favore di pubblico. La mia volontà era superare gli stereotipi del tango tout court, un genere tutto sommato semplice, che non contiene una struttura narrativa. Affrontare la storia degli innamorati shakespeariani ci ha permesso di conferire al tutto un approccio diverso: al tango si è unita la danza contemporanea che a differenza del primo permette il racconto. Poi c’è grande cura per le scenografie che non sono riconoscibili come Verona o Buenos Aires, ma potrebbero essere sia l’una che l’altra. O nessuna delle due. Ne è scaturito un lavoro definito spesso “molto intenso emotivamente”, un mix che è piaciuto molto, a tal punto che non è raro vedere piangere gli spettatori più sensibili».

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É stato difficile trovare interpreti che potessero fondere insieme questi due linguaggi? Come si è sviluppato il lavoro con la compagnia?
«Gli interpreti si dividono in quattro danzatori con una formazione contemporanea e dodici  autentici tangueros. Non è stato facile trovarli: abbiamo dovuto fare tantissimi provini a Vicenza e a Milano. Ma Giulietta – Jessica D’Angelo – nonostante abbia visto più di duecento danzatrici, l’ho individuata quasi subito per la sua incredibile freschezza. Tantissimi degli applausi che arrivano sono proprio per lei e, così come Romeo, viene dalla danza contemporanea, non dal tango. In generale è stato più difficoltoso trovare i tangueros, perché ce ne sono pochi in Italia. Inoltre il pubblico generalmente non lo nota, ma chi pratica tango si accorge subito che lo spettacolo è fisicamente molto faticoso per chi non è abituato alla danza contemporanea. Viceversa, i danzatori contemporanei arrivano al tango più agevolmente perché sono abituati ad assimilare linguaggi differenti e reggono meglio lo sforzo fisico delle coreografie lunghe. Sicuramente tango e contact dance hanno molti punti in comune e questa caratteristica mi ha permesso di metterli in relazione creando lavori nuovi. Molto interessante è stato il rapporto con Silvio Grand, un tanguero, che da ormai dieci anni mi aiuta anche nelle coreografie montando le parti più strettamente legate al tango».

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Julieta y Romeo in scena al Rossini

Ma perché ha scelto proprio il tango e non altro? Non è rischioso per un coreografo contemporaneo scegliere un genere da alcuni ritenuto un po’ pacchiano?
«Un giorno la mia ex moglie mi ha detto: “vieni a lezione di tango con me o ti lascio”. All’inizio era una vera sofferenza e facevo come i bambini che non vogliono andare a scuola, fingendo mal di pancia e mal di testa. Poi è nata una passione pazzesca e mi sono ritrovato – da persona tutt’altro che nottambula – a ballare nelle milonghe fino alle due di notte. Il primo spettacolo nato dalle sperimentazioni con il tango è Declaraciòn del 2005 in cui ogni tanguero è innamorato di un altro che non lo corrisponde e a sua volta ne ama un terzo diverso, tranne in un caso in cui due si amano reciprocamente. Ne è scaturita un’opera fresca, basata sugli equivoci, che ha avuto molto successo: abituato ai numeri della contemporanea, quando ho visto quattrocento posti invece del solito centinaio ho capito che la mia vita stava per cambiare. Certo bisogna stare attenti: cadere in un genere è anche un rischio, perché poi si rischia che il proprio lavoro possa essere etichettato, per questo continuo a sperimentare anche cose diverse, come nel recente Que reste t il de nos amours che affronta invece il musical attraverso il linguaggio della danza contemporanea».
Cosa ci racconta invece di En tus ojos. Piazzolla tango? Quali differenze ci sono con Romeo y Julieta e con le altre produzioni?
«La sfida qui è stata creare, sempre con il tango, un lavoro diverso da Romeo y Julieta: era necessario cambiare registro e raccontare un’altra storia, perseguendo un risultato altrettanto forte. L’occasione è arrivata con una ricorrenza legata a Piazzolla e il progetto era quello di dare una rilettura non trita della sua figura. Qui i tangueri sono sei e due i danzatori: l’interprete di Astor è di Reggio Emilia e rende molto l’idea di questo personaggio controverso come la sua musica, sospesa tra linguaggio colto e tango. Piazzolla è l’uomo dei contrasti: si dedica a un genere tradizionale e riesce a stravolgerlo, è al contempo amato e disconosciuto dagli argentini e in questo lavoro ci sono le sue torbide irrequietezze. Non è un’opera biografica, ma mette in luce il suo travaglio interiore e il rapporto con la sua musa, in cui ritroveremo ancora “Julieta” Jessica D’Amico. Da una barchetta di carta che Piazzolla osserva in apertura e che rappresenta la sua voglia di evasione, poi si sviluppa il racconto delle sue sensazioni e contraddizioni. In generale trovo che le parti danzate siano ancora più belle di quelle in Romeo y Julieta; inoltre è un lavoro ancora in progress: anche se ha già debuttato, lo stiamo migliorando per renderlo ancora più forte e il pubblico lo ha già accolto come tale».

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