«Teatro e cinema sono esperimenti di comunità, l’affidarsi all’inatteso»

Marco Martinelli ed Ermanna Montanari delle Albe sullo stato delle Arti, alla vigilia dei Parlamenti di Aprile

Martinelli

Marco Martinelli ed Ermanna Montanari

Abbiamo incrociato l’attenzione di Ermanna Montanari e Marco Martinelli, fondatori e fulcro delle Albe, fra una tournée a Pavia e un viaggio di lavoro in Romania, per sondare secondo la loro esperienza e sensibilità lo stato di confine delle arti di teatro e cinema, tema da loro ideato per animare i dialoghi ravennati dei Parlamenti di Aprile 2019.

Ecco le risposte dei due artisti con unica voce.

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Da decenni promuovete e create un teatro vitale, sanguigno e incendiario, in un stretto legame empatico e immediato, qui e ora, con gli spettatori,come vi confrontate con il cinema che a partire dalla scansione della ripresa, dalla tecnica del montaggio fino al simulacro dello schermo pone inevitabilmente una serie di “filtri” e mediazioni rispetto al pubblico?
«Il cinema è un desiderio che si coltivava da anni. Con Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, lo abbiamo realizzato. È come aver scalato una montagna dopo aver solcato per decenni il mare. Entrambi esperienze di “viaggio”, con le immagini, con le parole, con i suoni, con il proprio bagaglio di studio quotidiano, con tanti compagni di lavoro. Per quanto segnati dalle personalità degli autori, teatro e cinema sono entrambi esperimenti di comunità. Sempre a quello si mira, filtri o non filtri: creare visioni condivise, creare pensiero. Affidarsi all’inatteso».
Che differenza c’è fra l’ideare, lo scrivere – un conto è una drammaturgia un conto una sceneggiatura – e soprattutto il recitare, nel teatro rispetto al cinema?
«Le tecniche sono per certi aspetti simili, per altri molto diverse. Riguardo allo scrivere, come in teatro anche nel cinema ogni parola deve farsi carne dell’attore, sapendo che il cinema si gioca su un paradosso spiazzante: che quella carne non c’è, è un simulacro sullo schermo. Non c’è, eppure deve trasformarsi in presenza viva, in qui e ora. Darcene l’illusione. Riguardo al recitare, l’attore gioca insieme allo spettatore, che fa anch’egli il suo lavoro, insieme compiono l’opera, e l’attore recita con questa consapevolezza. Sullo schermo l’attore è già compiuto, e non può che affidare la propria ombra al lavoro dello spettatore, a uno sguardo postumo, al tempo. Questa consapevolezza della differenza di linguaggi, muta inevitabilmente l’operare dell’attore».
Come avete lavorato per la vostra prima prova cinematografica dedicata alla Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi che era già andata in scena? Si è trattato di un adattamento al linguaggio cinematografico, di una trasposizione per dire “documentaria” dello spettacolo teatrale, oppure c’è stato un ripensamento che ha creato sul piano estetico un’opera autonoma?
«Vita agli arresti è una restituzione: straborda di teatro, è come se dentro ci fossero tutti i nostri 40 anni di palcoscenico. Ci sono gli attori delle Albe, e i tecnici e le organizzatrici della compagnia, ci sono amici come Edoardo Sanchi e Sonia Bergamasco e Elio de Capitani e i Punta Corsara e Jacopo Qua-
dri, ci sono tante bambine emblema della non-scuola. Ma non è teatro filmato: è un salto di codici, è puro cinema, anche là dove si ispira allo spettacolo teatrale».
C’è qualche opera con le radici nel mondo teatrale che secondo voi è rinata in modo importante e memorabile nel campo del cinema?
«Tutto il cinema di Carmelo Bene ha le radici nel suo teatro. Ma non dimentichiamo Peter Brook, Arianne Mnouckine e il suo Molière, Laurence Olivier e i suoi Shakespeare».
Oltre all’attività artistica, anche solo come spettatori, quali sono i film o i registi cinematografici che vi hanno segnato, emozionato, ispirato o influenzato il vostro percorso intellettuale?
«Oh, tanti. Quelli che del cinema han fatto poesia: Pasolini, Fellini, Kaurismaki, Paradzanov e altri ancora. L’elenco è molto lungo».
Secondo voi è un’osmosi naturale, un intreccio fecondo, sia sul piano creativo che professionale, il passaggio con un certo eclettismo, di scrittori, attori e registi, dal teatro al cinema (anche serial tv) e viceversa? O si tratta solo di necessità di mestiere e di mercato artistico?
«Perché nel Rinascimento gli artisti erano al contempo architetti, scultori, pittori? Si parte da una visione d’arte, da una cellula di immaginazione che cerca la sua “forma”, il suo spazio vitale: il mercato viene dopo. Nel nostro caso poi, il mercato non c’entra proprio».
Dopo l’esperienza di Vita agli arresti… siete ancora interessati all’arte del cinema o avete progetti cinematografici da realizzare nel prossimo futuro?
«In autunno debutterà a Nairobi, e poi in Italia, The sky over Kibera, un mediometraggio prodotto dalla Ong AVSI di cui firmiamo insieme il soggetto e Marco la regia: è la reinvenzione dell’esperienza fatta nel più grande slum del Kenia, Kibera, dove abbiamo messo in vita la Divina Commedia con 150 bambini e adolescenti che di Dante Alighieri non sapevano nulla. Un’esperienza esaltante: abbiamo imparato tanto, da loro, su cosa siano “inferno, purgatorio e paradiso” in una condizione estrema come quella. Anche qui, non si tratta di “teatro filmato”: è cinema che si articola nella vita, tra un palcoscenico di sabbia e le viuzze con le baracche di lamiera, girato tra mille difficoltà in quattro giorni. Come in trincea».

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