Alla ricerca di Moby Dick «anche nel cimitero delle navi di Ravenna»

Roberto Magnani del Teatro delle Albe al lavoro su una trasposizione del capolavoro di Melville «Ci sono sprofondato dentro a vent’anni»

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Roberto Magnani (foto Marco Parollo)

Il titolo è tranchant come il suo creatore: Siamo tutti cannibali. Chi conosce il lavoro di Roberto Magnani, attore del Teatro delle Albe, è avvezzo alla sua crudezza espressionista. Lavori come E’ bal e il recente Macbetto ci sono rimasti impressi come graffi; e oggi, che Magnani sta lavorando a una trasposizione per le scene dello smisurato Moby Dick, assieme a due valenti collaboratori come Giacomo Piermatti, contrabbassista, e il regista sonoro Andrea Veneri, la curiosità non può che essere grande.

Questa “sinfonia per l’abisso” sta prendendo forma in questi mesi e debutterà al teatro Guattari di Forlì, nell’ambito del festival Crisalide, il prossimo 26 agosto, quando – si spera – la crisi sanitaria sarà almeno parzialmente risolta. Nell’attesa, ecco qualche anticipazione.

Da dove viene questa tua fascinazione per Moby Dick?
«Come tutte le fascinazioni, anche questa rimane misteriosa. Forse è per l’età che avevo quando l’ho letto la prima volta, a vent’anni. Ricordo la sorpresa di ritrovarmi davanti a un libro del genere, che tiene insieme tanti dei bisogni che hai a quell’età. Ci sono sprofondato dentro. Ricordo che quando finii il libro – e l’ultima parola di Moby Dick è “orfano” – mi sentii davvero così, orfano. Da quella pagine trasuda una domanda di verticalità mostruosa, che ho già tentato di mettere in scena col Macbetto».

Se non sbaglio il tuo primo tentativo teatrale indipendente era tratto proprio da Moby Dick.
«Esatto. Era un’estate particolare, vuota di impegni col Teatro delle Albe. Avevo 26 anni. Duranti questi mesi di vuoto sentii forte l’esigenza di dover lavorare. Non mi bastavo. Chiesi a Marco Martinelli la possibilità di lavorare autonomamente, e lui mi disse di portargli due ipotesi di lavoro. Scelsi l’episodio della “predica agli squali” di Moby Dick e il monologo di Davide Segre ne La storia di Elsa Morante. Marco mi consigliò di approfondire Moby Dick. Così, a settembre, mostrai alla compagnia un lavoro di 40 minuti, pieno delle mie fascinazioni dell’epoca: il theremin, il Caligola di Camus, la passione per gli squali… Fu un “laboratorio interno” molto importante per me. Avevo trovato la gioia del lavoro».

Questa volta invece non sei da solo: ti accompagna Giacomo Piermatti.
«Provando a tirare un filo che unisce E’ bal, il Macbetto e questo lavoro, direi che la componente musicale è per me diventata fondamentale. Ho conosciuto Giacomo Piermatti, un bravissimo contrabbassista, grazie a Luigi Ceccarelli. Dopo il Purgatorio mi ha chiesto di lavorare assieme. Io, in modo del tutto indipendente, avevo già composto qualche scena da Moby Dick. Così è nata la collaborazione. Fin da subito avevo immaginato il contrabbasso come possibile suono o oggetto scenografico: questa quantità enorme di legno, suonato come lo suona Giacomo – diventa il suono stesso del Pequod, lo scricchiolio del ponte, le corde che tirano…».

Com’è entrato in squadra Veneri?
«Durante la prima fase di residenza, in Salento, ospitati dalla compagnia Ultimi Fuochi, ci siamo resi conto che la qualità del lavoro era talmente musicale e sonora che avevamo l’assoluta esigenza di avere una regìa del suono. Così ci siamo affidati a Andrea Veneri. Il suo apporto è stato fondamentale: aiuta, aumenta, riverbera, interagisce coi suoni».

Moby Dick è il romanzo polifonico per eccellenza, ma tu sei da solo in scena. Hai trovato difficoltà nella trasposizione?
«Ho cercato di lavorare su quattro voci. C’è Achab; nella Predica agli squali c’è Stubb e Palla di neve; e poi c’è Ismaele, il narratore, che è una questione vocale a parte. Ismaele, già dentro il romanzo, è mille voci. Passa da smarrimenti poetici e descrizioni enciclopediche: può essere quasi una voce naturale, ma cambia con lo svolgersi della vicenda».

Negli ultimi anni sono uscite nuove traduzioni di Moby Dick, ma tu hai scelto di lavorare sulla prima e la più vecchia, quella di Cesare Pavese. Per quale motivo?
«Ho provato a leggere altre traduzioni, ma a me sembra che Pavese sia per Moby Dick ciò che Cesare Garboli è stato per Molière. Per quanto possa essere datata la sua traduzione, suona comunque un italiano particolare, così come è particolare l’inglese di Melville. Subordinate una dietro l’altra, termini desueti tratti dal lessico marinaresco o dalla filosofia: quella del Moby Dick è una lingua inventata. E Pavese ha questa forma leggera e allo stesso tempo pesante, estremamente poetica; una forma che riesco a cantare».

Mi hai descritto una scena che pare uscita da una civiltà sepolta, perduta. Da dove viene questa intuizione?
«In fondo al porto di Ravenna c’è il cosiddetto cimitero delle navi: barche russe mezze affondate, alcune sono solo scheletri rugginosi, altre sono ancora ben visibili. Su una di queste è possibile salire a bordo, sebbene illegalmente; e sul ponte c’è una mostra all’aperto. Un artista si è messo a disegnare sul ferro queste divinità che sembrano quasi pitture rupestri. Sono rimasto folgorato e ho cercato in tutti modi di contattarlo, finché non sono riuscito a incontrare questo Bacco Artolini, pittore e videomaker di Ravenna. Gli ho chiesto di collaborare sul tema cannibali e Moby Dick. Così è nata la scena: volevo ricostruire questo cimitero delle navi, un Pequod di ferro; stavamo anche per comprare un’ancora di 80 chili… poi ci siamo decisi a ridimensionare tutto e rendere la scenografia meno didascalica, con tre totem di ferro sui quali saranno disegnate le pitture rupestri di Artolini».

Il tuo lavoro s’intitola Siamo tutti cannibali. Al netto del tuo pessimismo, non c’è davvero alcuna redenzione possibile per l’uomo?
«Non significa questo. Significa che l’abisso è connaturato in noi e non possiamo mentire a noi stessi. Il mondo è fatto per tre quarti d’acqua; e l’acqua è la parte profonda, più oscura, più terribile del mondo. Noi stessi siamo fatti d’acqua… Se non accettiamo questa nostra parte fondamentale, non ci può essere vera salvazione. Solo riconoscendo quello che siamo nel profondo, allora possiamo guardare al sole e darci l’alto».

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