Shobana: danza indiana fra neoclassicismo e hip hop

Al teatro Alighieri “Material Men redux”. Un approfondimento

Shobana Jeyasingh

Uno scatto da “Material Man redux”,lo spettacolo sponsorizzato da Reclam

Virtuosismo e contrasti, chiaroscuri e vibrazioni ritmiche per il Material Men redux di Shobana Jeyasingh, in scena al teatro Alighieri di Ravenna sabato 10 giugno alle 21.
Il lavoro è una nuova versione dell’opera germinata nel 2015 – su commissione del Southbank Centre di Londra – che prese forma dall’interazione di “un sari, Skype e fantasia” come raccontano i protagonisti, i danzatori Sooraj Subramaniam e Shailesh Bahoran, abili nell’infondere una straordinaria gamma di colori e potenza alla loro danza. Hip hop e neoclassica indiana sono giustapposte rievocando una storia segnata dal colonialismo e dal lavoro nelle piantagioni, dalla «violenza della perdita alla creazione di una nuova appartenenza» dice Shobana Jeyasingh, coreografa di origine indiana residente a Londra, latrice di una doppia anima che armonizza la rielaborazione dell’antichissima tradizione dell’Asia meridionale con l’entropica energia di una metropoli dai ritmi febbrili, unite a un messaggio politico di denuncia.
Rispetto alla prima versione, il lavoro in programma a Ravenna include una nuova coreografia e un suggestivo collage di filmati d’archivio e immagini di Simon Daw. Sul palco lo Smith Quartet eseguirà dal vivo le musiche dell’acclamata compositrice australiana Elena Kats-Chernin.
Sooraj Subramaniam è un eccezionale solista Bharathanatyam, la danza neoclassica che unisce la riformulazione delle antiche danze liturgiche indiane alle arti drammatiche (non fa eccezione il mimo), presente in altre riuscite creazioni della Jeyasingh. Per contro Shailesh Bahoran è un fenomenale talento dell’hip hop, ballerino e coreografo conosciuto a livello internazionale.
Fu durante la lavorazione di Bayadère (2014) che la coreografa coltivò il proposito di contaminare gli stili dei due danzatori, sottoponendo a entrambi la sua idea singolarmente, con uno sguardo che superasse l’aspetto tecnico ed esplorando le origini e le vicende umane di quelli che saranno poi i protagonisti del suo spettacolo. Che solo l’anno dopo, durante le prime prove a Londra, sperimentarono la commistione dei propri stili sotto la spinta della Jeyasingh, alla cui impronta si devono le basi per la creazione dell’amalgama.
L’improvvisazione al pianoforte di Elena Kats-Chernin fu la cornice decisiva per superare le iniziali resistenze tra le differenti vocazioni dei due artisti, che approcciarono con viva curiosità sperimentale il progetto e le idee innovative della coreografa, spesso intenta a rimescolare le carte in sede di prove per trovare nuove formule adatte a sintetizzare efficacemente linguaggi e intenti.
Il risultato è il prodotto di un’esplorazione artistica sul contrasto tra due stili differenti, ma in questo caso complementari, sull’importanza del ritmo per la fluidità di un comune linguaggio, sulla natura della musica come commento e motore insieme delle cose e buon ultimo sull’importanza della propria storia, delle propria terra, e del percorso di vita che segna nel bene e nel male spirito e talento.

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