domenica
31 Agosto 2025
Rubrica L'opinione

La comunicazione ai tempi del coronavirus

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Andrea AlberiziaÈ bastata una banale pandemia, una di quelle quisquilie che ti capitano non tutti i mesi ma almeno una volta al secolo, e la società dell’informazione a tutte le latitudini, quindi comprese quelle di un orticello provinciale, ha mostrato plasticamente tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Forse più i secondi che i primi.

Un ritornello abbastanza frequente in questo periodo è stato criticare i media. Nessuna difesa d’ufficio della categoria: spesso sono critiche legittime (anche se bisognerà pur dire che col senno di poi gli eventi e i numeri hanno smentito le iniziali accuse di allarmismo ingiustificato, ma qualcuno dirà che quando i giornali usavano toni allarmati non potevano sapere come si sarebbe evoluta l’epidemia). Tv, giornali, siti: in tutti i canali informativi si sono visti servizi e interventi che hanno aggiunto poco alla chiarezza e molto alla confusione. Ma si fa presto a criticare i giornalisti.

Non può e non deve sfuggire un dettaglio. I giornalisti non sono tuttologi, non hanno il sapere infuso: attingono informazioni dalle fonti e le confezionano per lettori o spettatori. Per definizione alcune fonti sono ufficiali e altre sono confidenziali. Ed è giusto che ci siano entrambe perché rispondono a esigenze diverse e forniscono informazioni diverse. Di solito le seconde possono dare materiale ai giornalisti che le prime preferiscono non divulgare. E questo vale in tempo di pace e di guerra.
Ora siamo in una pandemia, molti la chiamano guerra. E nelle dichiarazioni ufficiali le autorità concordano nel chiedere ai cittadini di restare calmi, lucidi, razionali. No panic. Per fare questo c’è una strada: far arrivare ai cittadini informazioni corrette.

Come detto, le informazioni le veicolano i media che le attingono dalle fonti. Se quelle ufficiali parlano volentieri, i giornalisti tendono meno a rincorrere quelle confidenziali. Ecco: forse sta mancando un po’ di apertura da parte delle istituzioni e delle organizzazioni, almeno quelle locali. Non solo quelle di carattere elettivo ma soprattutto quelle di natura sanitaria. L’Ausl, ad esempio. Stringati comunicati stampa, pochi dettagli sui casi più eclatanti, difficoltà a raggiungere chi si occupa della comunicazione, informazioni importanti che filtrano solo verso alcuni canali e non tutti.

Questa pandemia ci insegnerà un po’ di cose. Una è che forse abbiamo tagliato troppi medici e infermieri. Un’altra è che forse abbiamo tagliato anche troppi comunicatori e non ne abbiamo cresciuti di moderni. Un medico può salvare una vita. Un bravo comunicatore moderno forse può facilitare il lavoro di quel medico.

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