La Romagna e l’Africa fra diffidenti e “refrattari”

Fausto PiazzaSi lo so, questo è uno spazio di commento di un giornale locale e si dovrebbe trattare di strade dissestate, di porto insabbiato, di strategie turistiche… Ma la questione dei migranti che pervade media e chiacchere fra cittadini da quasi un mese sta ossessionando anche me. Peraltro di immigranti ne abbiamo un tot a Ravenna e ne so qualcosa anche in pratica, visto che risiedo nel quartiere Darsena.

La prima cosa che mi è venuta a mente in questo delirio un po’ paranoico del “dagli addosso al migrante” sono almeno due provocatori (e profetici) spettacoli del Teatro delle Albe, di trenta anni fa: Ruh. Romagna più Africa Uguale e i Refrattari. In queste impietose commedie grottesche, terrigni e arcaici romagnoli non comprendono l’incombente “invasione” dei neri africani che allora erano ancora “pochi” vu cumprà. Nelle messe in scena di Marco Martinelli c’era già tutto: lo spaesamento, la paura, l’alienazione dalla razionalità ma soprattutto dall’umanità che corrompe gli indigeni e li incattivisce, fra ansia e rancore, incapaci di aprirsi ai “diversi”, ai “furistir”. Ingenui e fragili, accecati e terribili nel loro sterile egoismo.

La seconda cosa che mi ha fatto riflettere è un “post” che mi è arrivato da chissàdove firmato dal missionario comboniano (e giornalista) padre Alex Zanotelli. «Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa – scrive Zanotelli – Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo… Non possiamo rimanere in silenzio davanti ad un’altra Shoa che si sta svolgendo sotto i nostri occhi…». E giù un impressionante elenco di guerre civili, tirannie, stragi, soprusi e sfruttamenti di ogni genere, carestie e disatri climatici che attualmente devastano le popolazioni di Sud Sudan, Sudan, Somalia, Eritrea, Centrafrica, Sahel, Congo, Kenia, Libia… Un appello sacrosanto, che peraltro arriva da un prete. Mi consola e mi rende orgoglioso il fatto che il nostro piccolo giornale – nonostante non abbia le pagine degli esteri – da più di dieci anni collabori con l’associazione “Città Meticcia” per promuovere una informazione corretta e una conoscenza dei migranti, raccogliendo testimonianze di vita e storie di integrazione sociale, culturale e di cittadinanza. Un esempio è pubblicato proprio nella pagina qui a fianco.

Alcuni analisti del così persuasivo lessico propagandistico di Matteo Salvini hanno evidenziato che la parola più frequente utilizzata dal Nostro nei suoi discorsi è “schifo”, spesso rivolta a questioni su migranti, stranieri, minoranze varie. Una parola dura, sprezzante che oggi piace a molti italiani e romagnoli. Non a me, ma stavolta la prendo a prestito: questa sindrome di paranoica emergenza, di diffidenza, di rancore e rivalsa verso migliaia di essere umani disperati che annegano in mare e marciscono nei lager libici mi fa proprio schifo!

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