Bike sharing, se la startup asiatica anticipa la formichina pubblica

Andrea AlberiziaSarà l’assenza di rilievi e la costante altitudine zero. Farà la sua parte anche la dimensione non metropolitana della città. Le piste ciclabili in espansione danno una mano. Non si potrà escludere che la gradevolezza dello scenario sia un incentivo. Insomma, metteteci tutto quello che volete, il dato di fatto chiaro a chiunque per esperienza diretta è che la bicicletta fa parte della quotidianità di Ravenna. Difficile immaginare una famiglia ravennate che non ne abbia almeno una in casa. Ma è anche una città turistica e il secondo comune italiano per estensione. Per questo sarà un bel test vedere come verrà accolto il servizio di condivisione biciclette Obike (bike sharing a flusso libero, dicono quelli bravi che sanno l’inglese).

Un mondo in cui si può prendere e mollare una bici ovunque alla bisogna sembra un bel mondo. Ma può viverci solo chi maneggia app e telefonini – strumenti necessari per il servizio – e ha gamba allenata: le bici sono lente e pesanti (anche) per scoraggiare i ladri (a proposito, saranno quindi una cartina tornasole del senso civico cittadino?).

È una libera iniziativa privata, di una startup asiatica, a costo zero per le casse pubbliche. Il progetto ha raccolto il plauso del Comune con due assessori in sella per le foto di rito. Per questo diventerà interessante osservare la convivenza tra Obike e “Mi muovo in bici” in arrivo. Quest’ultimo è il bike sharing lanciato anni fa dall’Emilia-Romagna in un progetto di integrazione con bus e treno: una card magnetica unica per i tre mezzi. La differenza rispetto ai privati di Obike è che le bici pubbliche possono sostare solo in postazioni fisse (Obike costa 50 cent ogni 30 minuti, con “Mi muovo” la prima mezzora è gratis ma poi 80 cent ogni 30 minuti e c’è un abbonamento annuale). A Ferrara e Rimini c’è dal 2013, a Forlì dal 2012.

Ravenna è in ritardo clamoroso: cento velocipedi e colonnine già pagati da Bologna prendono polvere in un magazzino. Perché all’amministrazione comunale spettano i costi di installazione e gestione e Palazzo Merlato ha preferito temporeggiare alla ricerca di altri fondi. E anche perché in un certo senso erano gli altri in ritardo: una ventina di anni fa Ravenna fu tra le prime città in Italia a lanciare la prima versione di bici noleggiabili in strada con una chiave meccanica universale. Avete mai fatto caso a quelle rosse e gialle? Ecco, quelle: rosse per i residenti e gialle per i turisti.

La cronaca dice che “Mi muovo in bici” a Forlì funziona mentre Modena e Ferrara l’hanno chiuso: la prima perché la versione bizantina con chiave meccanica è più gettonata, la seconda perché veniva snobbato e ora sta corteggiando i concorrenti cinesi di Obike. Un’interrogazione regionale dell’M5s lamenta lo stato di abbandono delle colonnine a Rimini. A Piacenza ci sono state polemiche sul reale utilizzo. Non proprio risultati trionfali guardandosi attorno

Dal Comune di Ravenna fanno sapere che ora ci sono i soldi di un bando regionale e il progetto “Mi muovo” verrà avviato, a spesa zero per le casse ravennati (ma pur sempre di denaro pubblico si tratta, anche se proveniente da altre parti con la destinazione obbligatoria per progetti di promozione della mobilità sostenibile). Quindi in un tempo non ancora quantificato ci saranno cento bici verdi in mezzo alle circa trecento giallogrigie. Obike e amministratori pubblici sostengono che i due servizi si rivolgano a utenze diverse e ci sia una domanda di mercato per coesistere. In effetti gli asiatici sono appena arrivati anche a Rimini dove c’è proprio “Mi Muovo” e pure a Torino. Lascia pure che siano utenze diverse, resta il fatto che a Ravenna per il momento un privato ha anticipato sul tempo il pubblico che per fare la formichina è andato a rilento. Voler ridurre i costi è apprezzabile ma se per risparmiare si finisce per arrivare in ritardo su una startup e intanto da qualche parte il progetto comincia a fare flop, a questo punto sarà il caso di tirare fuori le cento nuove bici verdi o magari va ripensata la destinazione di fondi pubblici per la mobilità?

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