Il femminicidio di Giulia Cecchettin, nel novembre del 2022, ha scosso un intero Paese, aprendo interrogativi su quanto ancora resti da fare sul piano culturale e sociale per cancellare la violenza di genere. Per il padre Gino Cecchettin, però, «la perdita di Giulia ha scosso le fondamenta stesse dell’esistenza», trasformandosi in un impegno costante contro il «nemico invisibile». È proprio con l’idea di portare avanti una lotta quotidiana sul tema che nel novembre del 2024 Cecchettin fonda insieme ai figli Elena e Davide la Fondazione Giulia Cecchettin Ets, di cui è presidente. L’obiettivo è duplice: tenere viva la memoria di Giulia e promuovere un cambiamento culturale diffuso, attraverso educazione, ricerca e sostegno alle vittime.
La fondazione si avvale di un comitato scientifico composto da docenti universitari e di una rete di professionisti del mondo giuridico, educativo e sociale, oltre al contributo di personalità del panorama nazionale (come l’ex nuotatrice Federica Pellegrini, il filosofo Lorenzo Gasparrini o la già dirigente di Banca d’Italia Anna Maria Tarantola). Accanto all’attività divulgativa, l’associazione offre un primo supporto alle vittime, indirizzandole verso centri antiviolenza già strutturati sul territorio.
Mercoledì 14 gennaio, alle 21, Gino Cecchettin presenterà il lavoro della Fondazione in un incontro pubblico alla Biblioteca comunale “L. Dal Pane” di Castel Bolognese. In mattinata è previsto anche un confronto con gli studenti della scuola secondaria di primo grado “Pascoli”. «Incontri senza canovaccio – ricorda Cecchettin – con testimonianze e ricordi attinti dal cuore, ma soprattutto spazio al dialogo».
A poco più di un anno dalla nascita dell’associazione Giulia Cecchettin Ets, quali sono i primi bilanci?
«Siamo molto soddisfatti dei progetti educativi avviati: un componente del nostro comitato scientifico oggi ha una cattedra di pedagogia all’Università di Firenze e a inizio anno scolastico è partito un percorso di formazione dei docenti che coinvolgerà tre regioni, Veneto, Toscana e Puglia, e oltre mille insegnanti fino al 2027. Raccogliamo inoltre dati statistici e conduciamo ricerche sulle dinamiche in ambito scolastico. Abbiamo finanziato diversi progetti scolastici a Padova, circa 20 progetti in collaborazione con l’associazione Differenza Donna e la creazione di un nuovo centro antiviolenza a Roma. Non cerchiamo di reinventare il sistema di contrasto alla violenza, ma di amplificarlo. Un altro aspetto che ci rende particolarmente fieri è il nostro comitato giovanile, in grande crescita, che ha portato anche alla creazione di una pagina Instagram @giovanipergiulia. Questi ragazzi portano avanti un importante lavoro di volontariato quotidiano e impegno sul territorio».
A due anni dalla tragedia di Giulia, com’è cambiata (se è cambiata) la situazione?
«C’è molta più sensibilità rispetto al passato, si parla di più del tema della violenza di genere. Credo che la differenza principale sia questa: la divulgazione, gli eventi, muovono la gente e smuovono le coscienze. La consapevolezza porta al cambiamento, al rifiuto di voltarsi dall’altra parte, al farsi domande per cercare di capire in che modo possiamo diventare noi stessi il cambiamento che vorremmo vedere nella società».
In alcune interviste lei stesso si identifica come qualcuno che prima “non vedeva il problema”, quale potrebbe essere un modo efficace per parlare e trasmettere il messaggio a chi appunto ancora non ci pensa?
«Lavorare sugli stereotipi, portarli alla luce. Soprattutto quelli quotidiani, radicati, apparentemente innocui ma in realtà pericolosissimi. È l’abitudine che porta alla misoginia, alle azioni d’istinto. Bisogna inoltre far capire agli uomini che non si tratta di una lotta “al maschio”, ma al maschilismo tossico, pericoloso per tutti».
In che modo il modello machista si riversa contro lo stesso genere maschile?
«È un modello che continua a raccogliere adepti perché sembra vincente, ma è tutto il contrario. Il patriarcato è un modello perdente, che ti isola, ti fa stare solo con te stesso, obbliga alla repressione e impedisce anche agli stessi uomini di vivere felici».
Che idea si è fatto dell’impegno della classe politica sul tema? Lei potrebbe mai pensare di candidarsi?
«Non credo si stia facendo abbastanza. Si cerca di evitare il problema, di nasconderlo, mentre noi stiamo lavorando per far sì che venga affrontato in modo tangibile e diretto. Si dovrebbe lavorare alla radice del problema, procedere per analisi scientifiche che portino a decisioni strutturate, invece che concentrarsi su quello che emerge in superficie e sui fenomeni sporadici. La violenza di genere non nasce da un raptus, è sistemica, radicata, fondata su stereotipi e costrutti patriarcali. Mettere una toppa sugli avvenimenti senza lavorare sull’origine non serve a nulla. Voglio riconoscere invece l’impegno delle istituzioni che lavorano a livello locale, e svolgono un importante lavoro di sostegno e divulgazione sui territori. Personalmente però non ho mai pensato di entrare in politica. Richiede una vocazione e una preparazione che non ho. Riverso il mio impegno nella fondazione, cercando di dare più voce e spazio possibile al tema».
Per quella che è la sua esperienza nelle scuole e con i più giovani, in quali segnali concreti vede un cambiamento sul tema dell’attenzione alla violenza di genere, e in quali invece no?
«Anche in questo contesto vedo una sensibilità crescente, tanta voglia di farsi e fare domande. Gli incontri con i giovani finiscono sempre più spesso in ampi dibattiti, momenti di confronto necessari. Se penso ai tempi in cui io andavo a scuola, mi rendo conto che queste dinamiche non venivano nemmeno affrontate. Oggi i tempi sono cambiati, c’è una tridimensionalità che prima non c’era, dovuta anche all’uso di internet, dei social, dell’intelligenza artificiale: strumenti importanti, ma al tempo stesso pericolosi. È importante imparare a usarli senza lasciare che siano loro ad usare noi. Questi fattori rendono le dinamiche, anche relazionali, meno lineari e più complicate. Una cosa però rimane costante: i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati».
In questo percorso, c’è qualcosa che l’ha sorpresa negativamente o che le ha fatto pensare che la strada sia ancora troppo lunga?
«La strada è lunga. Cambiare la mentalità della società è un percorso che richiederà anni, ma credo che le nuove generazioni possano diventare un importante catalizzatore. I riscontri sono per lo più positivi: sono tante le mail che testimoniano l’importanza del nostro impegno, spesso mi commuovo. Solo pochi giorni fa, ci ha scritto una ragazza che grazie a un lavoro quotidiano ha trovato il coraggio per denunciare il compagno. Non mancano però anche le mail di autodenuncia da parte dei ragazzi, di chi si rende conto di avere una relazione tossica o di aver oltrepassato la linea e vuole rimettersi sulla giusta strada».
L’educazione sesso-affettiva nelle scuole, tanto discussa a livello politico nazionale, potrebbe avere un ruolo importante in questo ambito?
«Sarebbe fondamentale, un passo avanti enorme che aiuterebbe tantissimo nel processo di cambiamento. Sia la formazione degli insegnanti ordinari sul tema che l’istituzione di un’ora dedicata porterebbe a grandi risultati. Questo si vede già negli stati dove la pratica è in atto, come la Spagna, che ha visto un significativo calo dei femminicidi dall’avvio del progetto. La scuola serve proprio per garantire a tutti la possibilità di un’educazione completa, anche dove le famiglie non possono arrivare: in alcuni casi infatti, il modello violento si annida già nelle relazioni parentali, ma anche nelle famiglie più virtuose spesso non c’è il tempo, o la capacità di trasmettere le giuste informazioni. I genitori dopotutto non sono esperti, e senza professionisti qualificati i “maestri” rischiano di diventare i social, internet, la pornografia. Non immagino insegnanti peggiori di questi».
Dal giorno della sua scomparsa, Giulia è diventata un simbolo nazionale. Come si fa a trasformare una storia individuale in una responsabilità collettiva e un dolore così grande in un gesto continuo di impegno sociale?
«Proprio pensando al dolore quotidiano. È il dolore il motore di quello che facciamo, quello che provi ogni mattina, quando ti alzi e senti il vuoto dentro. Quando realizzi che nella stanza accanto non c’è più nessuno che può darti calore e pensi che quel dolore potrebbe moltiplicarsi per centinaia di altre ragazze, di altre donne, di altre famiglie e non puoi fare altro che fare tutto il possibile per far sì che non accada».



