venerdì
16 Gennaio 2026
La storia

Vestiva le sue Barbie in Brasile, poi un master con Vogue. Ora fa corsi di sartoria a Ravenna

Marlene Oliveira e i look in città: «Vedo donne vestite nel modo deciso dai negozianti che fanno le vetrine. Dov’è l’individualità?»

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«La moda è un’arte concreta, come la scultura. Si parte sempre dal tessuto: va guardato, toccato, sentito, e solo alla fine disegnato. Le accademie moderne sono quasi esclusivamente teoriche e i più giovani disegnano abiti che non potranno mai essere realizzati, perché mancano le basi della sartoria. Se il lato pratico della moda sparirà, il danno per il settore sarà enorme». Marlene Oliveira è una sarta e fashion designer di origine brasiliana ma, dai primi anni ’90, di adozione ravennate.

È stato proprio il sogno della moda a portarla in Italia da giovanissima, dopo una borsa di studio firmata da Vogue vinta al primo anno di università. La passione per il fashion design però nasce da molto più lontano, dalla prima Barbie ricevuta in dono da bambina: «Abituata com’ero ai pupazzi, la trovai bellissima – racconta Oliveira -. Mi stancai presto del suo vestito, e decisi di confezionargliene dei nuovi, raccogliendo gli scarti di tessuto con cui lavorava mia madre e tagliandoli e cucendoli come potevo. Quando le altre bambine si accorsero che la mia Barbie aveva ogni giorno un abito diverso, riuscii a trasformarlo in un piccolo business giocoso. Da lì ho capito che la mia strada sarebbe stata quella». Negli anni ‘80 però le università di fashion design scarseggiavano, soprattutto nella zona del Brasile in cui viveva, e la scelta ricadde sulla facoltà di Design Industriale: «Almeno potevo continuare a disegnare – spiega Oliveira – Un giorno un collega mi mostrò un’edizione internazionale di Vogue, che conteneva all’interno una call mondiale per designer emergenti. A mia insaputa aveva già inviato tre miei bozzetti alla redazione e pochi mesi dopo ricevetti una busta a casa: conteneva 800 mila lire e un invito a Milano per un master retribuito alla Domus Academy. Ho chiesto un permesso studio e uno al lavoro e sono partita senza pensarci due volte».

Terminato il periodo di formazione, con il volo di rientro già prenotato, l’incontro fortuito con Ravenna: «Un’amica mi invitò a visitare la “città di Dante” nei miei ultimi giorni in Italia. In quei giorni però trovai anche l’amore, e andare via era diventato ancora più difficile». Il distacco fu breve: solo 20 giorni dopo arrivò un’altra lettera, questa volta firmata da Gianni Versace, professore dell’Academy che, colpito dal lavoro di Oliveira, le propose un periodo lavoro all’interno della sua casa di moda. Da qui per la designer sono partiti gli anni da pendolare tra Ravenna e Milano, le collaborazioni con altri grandi brand e i bozzetti acquistati da Cavalli. Con la prima gravidanza però, i ritmi della moda e la distanza tra Ravenna e Milano erano difficili da sostenere, così l’idea fu quella di provare a portare la moda in città: «Purtroppo però Ravenna non è ricettiva da questo punto di vista. È come una bellissima donna con un orribile vestito addosso. Anche oggi, mi capita di lavorare molto più spesso con realtà cesenati e forlivesi. Questa città potrebbe diventare un polo importante, ma resta indietro». Per oltre 15 anni la sua produzione è andata avanti all’interno dell’Atelier Oliveira, nel centro storico di ravenna: «Purtroppo negli ultimi periodi la richiesta era principalmente di riparazioni e rammendi. Sembra non esserci spazio per la creatività sartoriale: cammino per il centro e vedo donne vestite tutte allo stesso modo, con i colori e i modelli che i negozianti hanno scelto di mettere in vetrina in quella stagione. Dovremmo riscoprire l’individualità».

Oggi, infatti, la sua attività si concentra principalmente nella conduzioni di corsi per aspiranti fashion designer, spesso già laureati in ambito moda, che hanno bisogno di un approccio pratico per dare vita al loro brand: «Le università di moda sono diventate esclusivamente tecniche – spiega la designer -. È sbagliato, perché la moda si fa facendo, non ipotizzando. Così come per ogni forma d’arte, è molto più importante “andare a bottega”, in questo caso laboratorio, che consumarsi gli occhi sulla teoria, lasciarsi guidare da chi è più esperto per correggere gli errori e poi trovare un proprio stile personale». Tra le altre cause di impoverimento del settore, anche l’abuso della tecnologia: «Vedo giovani che giocano a fare il designer con il tablet in mano, le figure umane già fatte e gli schizzi pre-salvati che non sanno nemmeno tenere in mano una matita». I corsi di Oliveira coprono le tre basi del fashion design: figurinismo (il disegno del bozzetto), modellismo (il passaggio a cartamodello) e sartoria (la realizzazione effettiva del capo) e si svolgono in piccole classi di circa 3 allievi alla volta per garantire un approccio didattico attento e personalizzato. Le date e gli aggiornamenti sui corsi in partenza vengono comunicati sulle pagine social Marlene Oliveira/@Atelier Marlene Oliveira.

«Una volta le donne italiane erano le meglio vestite al mondo – conclude Oliveira -. Ammirate e invidiate per il loro stile, vorrei che tornasse ad essere così. Dovremmo imparare ad ascoltare il nostro gusto, scegliere capi e colori che ci valorizzano non quelli che qualcuno ha scelto per noi. Riscopriamo mercatini dell’usato e atelier, l’unicità del capo che rispecchia quella del nostro essere». 

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