Passiamo ore a scegliere la foto migliore, a scrivere la caption giusta, qualcuno abbozza ancora un hashtag esplicativo, sperando che l’algoritmo abbia pietà di noi e ci faccia raggiungere un numero di like socialmente accettabile. Nel frattempo, rubiamo stralci di vite lussuose che non ci appartengono (e forse mai ci apparteranno), sbirciamo quelle delle persone che non frequentiamo più, ci informiamo sul Medio Oriente tra un video di cucina e un gatto generato dall’Ai che corre sul tapis roulant. I social network sono parte integrante delle vite di tutti noi, anche dei più riluttanti. Lo sa bene Bruno Mastroianni, esperto di comunicazione digitale oltre che giornalista, filosofo e docente di 24Ore Business School. Venerdì 27 marzo sarà a Faenza (ore 21, Faventia Sales) in occasione della XXVI Settimana scientifica e tecnologica. In dialogo con Paolo Magliocco, affronterà una domanda tanto semplice quanto inevitabile: “Riusciremo a liberarci dei social network?”. Noi gliel’abbiamo chiesto in anteprima.
Mastroianni, partendo proprio dal tema dell’incontro, arrivati a questo punto, ce la faremo?
«No, non ci riusciremo. Ormai possiamo definirli una dimensione “naturale”, anche se sono tutto tranne che naturali. Ma sono uno spazio abituale in cui continueremo a muoverci. Sicuramente però cambieranno, come hanno già fatto in questi anni, e anche noi dovremo cambiare di conseguenza, imparando a ritrovare una certa libertà al loro interno, senza restarne intrappolati».
Quali sono stati i cambiamenti più evidenti dalla nascita di Facebook nel 2004 a oggi?
«Un esempio chiaro è l’ascesa del mondo dei creator, e il cambio di paradigma che porta con sé: oggi la creazione dei contenuti è diventata più importante rispetto al “fare rete”, che era uno degli aspetti fondamentali della prima era dei social. Inoltre, oggi i social hanno molte più sfaccettature rispetto a un tempo, in futuro forse conieremo nuovi termini per definirli meglio. Non parlo solo della moltitudine di canali, da Facebook e Instagram a Whatsapp, ma delle diverse potenzialità e dimensioni all’interno di una sola app. Oggi con la parola “social” mettiamo tutto in un unico calderone, forse perché abituati ai vecchi media, anche se, tra piattaforme streaming e nuovi modalità di fruizione, anche quelli sono cambiati».
E noi siamo cambiati?
«Si, anche se a mio avviso le generazioni più attempate non hanno ancora messo a fuoco la propria presenza sui social. I più giovani invece sono pienamente consapevoli della dimensione pubblica estesa che si è creata, dove ognuno è a tutti gli effetti un piccolo personaggio pubblico. Sanno anche che qualsiasi cosa si mette nel digitale circola oltre le nostre previsioni, e non mi riferisco solo a crimini come la diffusione di immagini private, ma del funzionamento stesso delle piattaforme. Anche solo la scelta della foto profilo di WhatsApp racconta tanto su di noi».
Proprio sui più giovani le opinioni si dividono: c’è chi li indica come totalmente dipendenti dal mondo social e chi invece nota un progressivo allontanamento. Quale delle due versioni crede più concreta?
«Credo che siano entrambe vere: i dati dimostrano che i giovani sono sempre più dipendenti dai social e che l’utilizzo smodato ne stia rovinando le capacità di attenzione e pensiero critico. In generale, i social possono creare una certa dipendenza soprattutto su personalità già predisposte, dove trovano ambiente fertile. È altrettanto vero, però, che la consapevolezza dei più giovani della sovraesposizione di questi canali porta a una mancanza di intervento sui social per paura del commento o del giudizio altrui. Non a caso la piattaforma da “boomer” per eccellenza è Facebook, dove sotto i post si generano intere discussioni, mentre i più giovani preferiscono l’intimità delle storie Instagram, con visualizzazioni limitate ai follower e interazioni private. Non si tratta di un declino delle piattaforme, ma di un adattamento della fruizione».
Quanto il confronto costante e diretto con le vite degli altri influenza la nostra quotidianità e le nostre scelte?
«Forse più di quanto ci rendiamo conto. Siamo in sovraccarico di contenuti e informazioni, opinioni, sulle quali ci basiamo prima di compiere una scelta. Preferiamo un ristorante a un altro in base al numero di “stelline”, leggiamo decine di recensioni prima di fare un acquisto… E spesso ci succede anche con le persone. Sbirciamo i loro profili per farci un’idea dell’opinione che gli altri hanno su di loro. Il tema è particolarmente delicato nel momento della crescita, ma non solo. Oggi l’adolescenza è estesa, non si smette di formare la propria identità dopo una certa età. Il pericolo che si nasconde dietro al confronto costante dei social deriva dal cortocircuito tra distanza fisica e vicinanza emotiva che nasce dal vedere persone lontanissime da noi dal punto di vista essenziale dentro al nostro smartphone, creando un punto di contatto con la nostra intimità. In questo contesto, comparazione e invidia si ampliano, soprattutto sui social, dove si tende a mostrare solo la foto migliore o il viaggio più bello. L’accettazione di noi stessi è un aspetto molto importante su cui dobbiamo, e dovremo, lavorare».
Parlare invece di attualità sui social, soprattutto in un contesto geopolitico complesso come quello che stiamo vivendo, è necessario o pericoloso?
«Anche in questo caso, credo che sia entrambe le cose. Il pericolo nasce da un algoritmo che alterna contenuti leggeri e attualità senza una politica editoriale. La necessità diventa quindi quella di riuscire a fare informazione corretta in modo adeguato. I social sono un canale molto frequentato e l’informazione deve essere rilanciata anche al loro interno, quindi è sempre più importante realizzare contenuti informativi validi e al tempo stesso riuscire a confezionarli per la fruizione contemporanea. Questo tipo di informazione non è sufficiente, ma può essere un primo aggancio per approfondire l’argomento tramite articoli, libri, podcast».
Il proliferare di contenuti generati con l’intelligenza artificiale è una bolla destinata a scoppiare o un nuovo linguaggio a cui dovremmo abituarci?
«In parte si tratta di una bolla, soprattutto per quanto riguarda quel genere di contenuti volutamente scadenti, detti “slop” che si stanno diffondendo a macchia d’olio in questo periodo. Se questa parte è destinata a scomparire, è altrettanto vero che la sfida “del futuro”, ma già valida nel presente, è quella di diventare sempre più abili nel capire cosa è costruito artificialmente e cosa no. Diventerà una vera e propria competenza. Forse si arriverà al livello in cui ognuno di noi dovrà dotarsi di un bot che lo aiuti a scindere quel che è reale da quel che non lo è».
Oltre a favorire la disinformazione, c’è il rischio che questo tipo di contenuto porti a una progressiva perdita della fiducia generale?
«Non è un rischio: sta succedendo, e succedeva anche prima degli “slop”. L’erosione della fiducia è tangibile, e credo che sia fondamentale per chiunque voglia lavorare sui social per creare contenuti, sia informativi che non, ricostruire passo passo questa fiducia».
C’è qualche insidia nascosta dietro all’utilizzo quotidiano che tutti facciamo dei social?
«Tante. Per me una delle peggiori è quella di vivere intere giornate dove i contenuti che dovrebbero arricchire la nostra mente ci vengono sottoposti “per scoperta” e non per ricerca. Limitarsi ad aprire le schermate iniziali e lasciarci meravigliare da ciò che propone la piattaforma presuppone l’assenza di domande, di ricerca di contenuti specifici perché si vuole seguire un filone. Passare l’80 percento del tempo di fruizione lasciandoci imboccare dall’algoritmo non fa bene al nostro cervello. Dovremmo dedicarci alla ricerca attiva, preferire il contenuto approfondito all’intrattenimento leggero».
C’è qualcosa che possiamo fare per invertire la rotta?
«Leggere, guardare un film o una serie tv. Anche la televisione, un tempo tanto criticata, può funzionare perché richiede una concentrazione più approfondita e un luogo proprio di fruizione. Ci sono persone che non riescono più a guardare un film per intero senza tirare fuori il cellulare e scrollare un po’».
Eppure se ci intrattengono tanto è anche perché offrono anche un certo tipo di valore. Quali sono gli aspetti migliori dei social?
«Nonostante tutti gli aspetti citati, resto un entusiasta dei social. Aprono continue finestre sul mondo, permettendoci di scoprire cose che non avremmo mai immaginato. Inoltre, ci danno un’opportunità gigantesca, quella di raccontare noi stessi in modo adeguato. Basta pensare a quanti giovani hanno avuto la possibilità dai social per trasformare le loro passioni in un lavoro. Ad esempio, io sono appassionato di giovani creator che si occupano di filosofia: li vedo comunicare sui social, trasformare la comunicazione in scambio e poi riempire i teatri. C’è anche chi ha aperto la sua accademia di studi. Tutto questo è incredibile. Anche nel nostro piccolo, ci danno modo di esporre temi e problematiche a un pubblico molto più vasto di quello che avremmo al di fuori, raccogliendo una grande varietà di pareri con uno scambio diretto. I social sono una struttura, sta a noi farne il giusto utilizzo».



