Alae Al Said, classe ‘91, è una scrittrice nata a Roma da una famiglia di origini palestinesi. Il 9 aprile (ore 17.30) sarà alla biblioteca Classense di Ravenna per presentare il suo romanzo Il ragazzo con la kefiah arancione, nell’ambito della rassegna Scritture di Frontiera.
«Si tratta di un romanzo ambientato in Cisgiordania – ci dice la scrittrice nel corso di un’intervista – che copre un arco temporale che va dagli anni Sessanta ai Novanta. All’inizio può sembrare una storia di formazione: racconta di un ragazzino vittima di bullismo a scuola e di un’amicizia. Poi però, con l’occupazione del 1967, la Storia – con la “S” maiuscola – subentra nella vita dei personaggi. Quel bullismo iniziale si trasforma in una grande metafora: il protagonista, che subiva violenze dai compagni, vede il suo intero popolo subire qualcosa di simile da parte di uno Stato (naturalmente il riferimento è a Israele, ndr)…».
Cosa l’ha spinta a scrivere?
«Un insieme di fattori. Sento da sempre il bisogno di correggere quella che è stata spesso una narrazione errata o inesistente sul mio popolo. Accanto a questo, ci sono anche elementi autobiografici: da ragazzina ho vissuto anche io episodi di bullismo e scrivere mi ha permesso di rielaborare quel vissuto».
Nel romanzo affronta anche le radici storiche della questione palestinese.
«Sì. Attraverso i racconti familiari torno indietro nel tempo, fino agli anni Trenta e al periodo del protettorato britannico. Per me è fondamentale capire le radici della questione palestinese, perché senza quelle non si può comprendere davvero ciò che accade oggi».
Quando è stata l’ultima volta in Palestina?
«Nell’estate del 2023. Già allora vidi una situazione molto peggiorata rispetto agli anni precedenti: al posto delle distese di ulivi sono apparsi insediamenti, soldati e segni evidenti di un’occupazione sempre più forte».
Che effetto le fa raccontare la Palestina da lontano?
«È come quando si parla di qualcuno che ami profondamente e che sta soffrendo, senza poter fare nulla per aiutarlo. È un sentimento fatto di amore, impotenza, dolore, ma anche di speranza. Raccontare ciò che ho visto e vissuto è un modo per provare a far capire la verità, per non lasciare che resti invisibile».
Come stanno vivendo la storia della Palestina gli europei?
«Spesso c’è una visione incompleta. Molti hanno mostrato solidarietà verso la causa palestinese, è vero. Ma gli eventi vengono letti e raccontati come episodi isolati, non si coglie sempre l’esistenza di un progetto più ampio, di colonizzazione, e che ciò che accade non è casuale o episodico. Se invece si riuscisse a comprendere le radici e il contesto, allora cambierebbe completamente anche la lettura del presente».
Quanto è importante il linguaggio in questo racconto?
«È fondamentale. Ancora oggi, ad esempio, si fa fatica a usare certe parole, a chiamare le cose con il loro nome. E questo incide profondamente sulla percezione della realtà. Le parole non sono neutre: determinano il modo in cui comprendiamo ciò che accade».
La narrativa può contribuire a cambiare percezioni e pregiudizi?
«Assolutamente sì, ha un potere enorme. La Palestina, ancora prima di essere colonizzata fisicamente, è stata colonizzata attraverso i libri, attraverso una certa narrazione. Allo stesso modo, oggi la narrativa può ribaltare quella visione. Un romanzo permette al lettore di immedesimarsi: un numero resta astratto, ma una storia personale rende concreta un’ingiustizia».
Quale messaggio spera arrivi ai lettori?
«Vorrei che comprendessero le radici della questione palestinese, ma anche che cogliessero un messaggio di speranza. Non è solo una storia di dolore: è una storia di diritti. Il popolo palestinese sa per cosa sta lottando: il diritto al ritorno, alla casa, allo studio. È importante che il lettore non si fermi alla sofferenza, ma riconosca anche questa dimensione. La lotta per i diritti è un dovere, non è mai inutile».
Alae Al Said



