martedì
07 Aprile 2026
motori

Lo scopritore di Antonelli: «Fu amore a prima vista. Aveva solo 8 anni, ma sembrava corresse da secoli…»

Parla il faentino Giovanni Minardi: dalla storica impresa del padre in Formula 1 alla ricerca di nuovi talenti

Condividi

Da Faenza alla Formula 1, passando per una delle storie più romantiche del motorsport italiano. La Minardi, fondata da Gian Carlo Minardi, è stata per decenni una fucina di talenti e passione, un simbolo di un’epoca in cui anche i piccoli potevano sognare tra i giganti. Oggi quel testimone, in forma diversa, è raccolto dal figlio Giovanni Minardi, che continua a lavorare con i giovani piloti come talent scout e che, tra gli altri, ha avuto l’intuizione di scoprire uno dei prospetti più luminosi del panorama mondiale: l’attuale pilota diciannovenne della Mercedes Andrea “Kimi” Antonelli, vincitore degli ultimi due Gran Premi della classe regina.

Lei è stato a tutti gli effetti lo scopritore del giovane pilota bolognese. Dove l’ha visto la prima volta e quali furono le sue impressioni?
«Lo vidi nell’agosto del 2014, a Sarno, durante il Kart Summer Camp organizzato dalla Federazione Italiana. Ebbi subito l’impressione che avesse qualcosa in più di tutti: nell’arco di due giri, senza aver mai visto il tracciato, fece il record della pista. All’epoca aveva solo otto anni ma sembrava uno che correva da secoli. È stata una specie di amore a prima vista, nel senso che capii subito che in lui era presente un talento non indifferente».

E dopo quel primo incontro quali furono le tappe per arrivare alla Mercedes Academy?
«Kimi cominciò il percorso nel kart e a 10-11 anni, riuscimmo a portarlo in Mercedes, dopo aver trattato anche con Ferrari. Prendemmo la decisione insieme alla famiglia, convinti dal progetto della casa tedesca. Devo dire che alla fine abbiamo avuto ragione, visto sia i risultati durante la sua carriera giovanile sia quello che sta facendo oggi in Formula 1. Molto probabilmente, se avessimo preso l’altra strada, avrebbe dovuto passare più anni nelle categorie inferiori prima di eventualmente esordire nella classe regina, a un’età più avanzata».

Pensa che quest’anno possa già vincere il mondiale?
«Ne ha tutte le possibilità. Lo vedo pronto. Diciamo che il 2025 è stato un anno di apprendistato, gli è servito molto per capire tante cose della Formula 1, ma soprattutto quanta pressione devi sopportare, e adesso lo vedo molto più disteso, più tranquillo, pronto. Sa di avere un mezzo competitivo e quindi mi sembra che in questi ultimi due Gran Premi abbia dimostrato che quando la macchina c’è, lui può tranquillamente dire la sua».

Kimi è ancora molto giovane, su quali aspetti deve migliorare come pilota?
«C’è sempre da migliorare. Un sette volte campione del mondo come Hamilton dice che si impara qualcosa di nuovo ogni giorno. Nella Formula 1 c’è sempre la necessità di migliorarsi perché ci sono avversari di grande livello. Quindi deve proseguire il suo percorso e crescere a 360 gradi».

Che rapporto avete adesso e che ragazzo è quando esce dalla monoposto?
«Purtroppo siamo entrambi molto impegnati e a me non piace rompe le scatole (ride, ndr). Scambiamo due chiacchere quando ci vediamo in pista, dato che lui frequenta molto il kart e io ho tanti piloti in quel circuito. È rimasto un ragazzo coi piedi per terra e spero che lo rimanga per sempre perché è una dote importante per stare al top».

Mi sa dire un nome di un talento del futuro che potremmo vedere presto in Formula 1?
«No, non perché non lo sappia, ma perché non mi sembra corretto fare nomi e mettere ancora più pressione su quei piloti che già tanta ne hanno. Posso però dire che talenti ce ne sono, anche in Italia. Sono pochi, perché purtroppo mancano spesso i fondi e le sponsorizzazioni necessarie per affrontare uno sport così oneroso. Qualcosa di buono comunque c’è: lo dimostrano anche i risultati degli ultimi due anni di Fornaroli, con i campionati vinti tra Formula 3 e Formula 2. Per emergere, però, serve anche un po’ di fortuna, trovare la strada giusta e riuscire ad arrivare fino in fondo. L’imbuto per arrivare all’obiettivo, si stringe molto, perché in Formula 1 ci sono solo 22 macchine e altrettanti piloti».

Tornando agli anni della Minardi: che ricordi ha di quell’epoca storica per il motorsport romagnolo?
«Sono nato nel 1974, anno in cui mio padre iniziò come costruttore in Formula 2. Personalmente ho cominciato a vivere quel mondo un po’ dopo, a 11 anni, quando ogni estate andavo ad imparare il mestiere sperando un giorno di poterci lavorare. Mi piacevano le macchine e tutto ciò che c’era dietro, quindi volli imparare ogni settore all’interno del Team per capire ogni sua sfaccettatura. Mi sono studiato tutto quello che c’era da studiare fino al 1996, quando poi cominciai a lavorare lì. Prima come team manager della squadra test e poi dal 1997 come team manager della squadra gara fino al 2002. Dal 2003 ho deciso di aprire l’attuale agenzia di management».

In una Formula 1 sempre più avanguardista e costosa, sarebbe ancora possibile una storia come quella della Minardi?
«Oggi una storia come quella della Minardi è impensabile, perché se guardiamo la griglia di partenza l’unico team non ufficiale è la Haas, con comunque alle spalle un proprietario multimilionario e oggi una casa automobilistica come la Toyota che al momento è sponsor, ma chissá cosa potrà diventare in futuro. Pensi che nell’ultimo campionato del 2005 il nostro budget era 25 milioni di euro. Oggi con 25 milioni di euro non arrivi neanche a fare il progetto della macchina, il budget minimo si aggira attorno ai 200/250 milioni di dollari».

Cosa ne pensa della Racing Bulls e del territorio di Faenza? È ancora fertile per il motorsport?
«Oggi la Racing Bulls è una bella realtà che soprattutto nel nostro territorio dà lavoro e quindi speriamo possa continuare a crescere e rimanga a Faenza. Qua c’è passione, siamo nella Motor Valley. Ci sono appassionati, tecnici, ingegneri, fornitori che lavorano da oltre 40 anni in questo mondo e sono di conseguenza molto preparati. È un territorio che parla di Formula 1 e MotoGp: siamo a due passi da Imola e da Modena dove ha casa la Ferrari. C’è un grande interesse generale che porta avanti questo sport in questo territorio».

Cosa ne pensa delle recenti dichiarazioni di Verstappen sul dubbio di continuare a correre? L’attitudine dei piloti attuali è cambiata rispetto a 30 anni fa?
«I piloti sono generazionali e vanno di pari passo con i cambiamenti delle monoposto. Se guardiamo la griglia, oggi chi sta facendo meglio sono i ragazzi giovani, perché sono cresciuti in un’era dove l’elettronica la fa da padrone e non hanno un background diverso da dimenticare.  Da un lato do ragione a Max, perché oggi la Formula 1 non è divertente per i piloti ed è molto legata alla gestione della gara e alle strategie studiate a tavolino. La macchina e la strategia contano tantissimo: quando ricarichi, dove ricarichi, quanto tempo ci vuole. Non è più tutto nelle mani del pilota come una volta. Dall’altra parte Verstappen è un professionista che ha vinto tanto ed è normale divertirsi meno quando non si vince. Mollare non è mai bello e sarebbe di cattivo esempio per le generazioni future».

Infine, la Ferrari: la vittoria manca da circa 20 anni. Quali sono le ragioni di questo digiuno prolungato?
«Se lo sapessi probabilmente lavorerei per la Ferrari (ride, ndr). A parte gli scherzi, la Formula 1 è difficile, perché le regole sono complesse e fare bene o sbagliare una macchina è questione di un attimo. Ferrari si è avvicinata e migliorata, ma bisogna capire cosa succederà con le nuove regole che verranno introdotte sulla misurazione a caldo sul lato motore. La scelta di Ferrari della turbina più piccola sta pagando con maggiori prestazioni in partenza, concedendo magari qualcosa sulla velocità massima. Quest’anno il fattore elettricità nel motore è stato un passo importante, non semplice da interpretare: pare che la Mercedes sia avanti a tutti, forse grazie anche ai tanti anni in Formula E, ma si capirà meglio da metà stagione in poi. Poi vincere è difficile: tutti ci provano, ma solo uno ce la fa».

Condividi

Notizie correlate

CASA PREMIUM

Spazio agli architetti

Metafisica concreta

Sull’intitolazione dell’ex Piazzale Cilla a Piazza Giorgio de Chirico

Riviste Reclam

Vedi tutte le riviste ->

Chiudi