Muti: «I mosaici di Ravenna come la partitura di un grande compositore»

Intervistato dal direttore del Corriere della Sera, tra aneddoti, ricordi e riflessioni, il maestro ha rivendicato la sua indipendenza: «La mia carriera l’hanno fatta le orchestre e sulla mia tomba…»

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L’incontro è stato trasmesso in diretta da Corriere Tv

Una chiacchierata di un’ora e mezzo in cui il maestro Riccardo Muti, sul palco dell’Alighieri, ha dialogato con il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana tra aneddoti, battute, riflessioni sullo stato dell’arte della musica e dell’opera e anche su Ravenna per l’iniziativa del quotidiano milanese “Il bello dell’Italia” che faceva tappa in città.

Il maestro Muti ha raccontato di come è arrivato a Ravenna grazie alla moglie, Cristina, conosciuta al conservatorio di Milano dove entrambi studiavano. «Di Ravenna sapevo quelle cose che si imparano al liceo studiando storia o storia dell’arte e non sempre il ricordo delle pagine di studio sono particolarmente divertenti. E la prima volta sono rimasto impressionato, anche se questa è una città che nasconde i suoi tesori e in questo riflette l’anima del ravennate. Il ravennate e forse il romagnolo in generale, è diverso dall’emiliano o da altre regioni d’Italia, il rapporto tra l’essere romagnolo con colui che viene dal sud è un rapporto più stretto e immediato». E poi ancora ha parlato del silenzio «arcano, carico di storia» dei «fantasmi del passato che ancora si aggirano per la città», dell’orgoglio dei ravennati per le antichità che si trovano «sopra e sotto» la città. E da questa meraviglia e affezione per la città da parte del Maestro nasce l’idea di far lavorare qui l’Orchestra giovanile Cherubini e l’Accademia per aspiranti direttori. «Credo che Ravenna abbia i mosaici più belli di tutto il mondo, resto ogni volta incantato, a Sant’Apollinare o a San Vitale, dalla diversificazione dei livelli cromatici del verde, ci sono infinite sfumature. Il mosaico è una grande partitura che sembra scritta da un grande compositore. In una città così, la musica doveva avere un’importanza fondamentale. E oggi ce l’ha, grazie al Ravenna Festival che però, ci tengo a precisare, non è una mia creazione. Mia moglie è la presidente circondata da un gruppo di persone e di intelligenze, che secondo me sono anche un po’ pazzi. Io al Festival sono un semplice ospite e sono onorato di esserlo, non ho nulla a che fare con la programmazione. Al massimo – aggiunge con una battuta – credo di aver compiuto atti di generosità inconsapevole negli omaggi floreali o dolciari agli artisti…».

Citando più volte la sua età (Muti è nato nel 1941) non più giovanissima, ha spiegato come da tempo avesse deciso di dedicare gli ultimi anni della sua vita a trasmettere ai giovani ciò che lui aveva imparato, a passare il testimone soprattutto per quanto riguarda l’opera. «E su questo palcoscenico hanno suonato tutti i più grandi. E poi, è vero, non abbiamo il Duomo, non abbiamo la Scala, ma qui a pochi metri c’è Dante».

E di opera ha parlato a lungo il maestro, tornando sulla sua visione che lo ha visto spesso critico rispetto a certe regie e spettacolarizzazioni: «Tutto nell’opera dev’essere al servizio della musica» ha ribadito, spiegando anche le perplessità sui sottotitoli e parlando del recupero del lavoro di Verdi di cui con una battuta ha detto: «Verdi è come il maiale, non si deve buttarne via una sola nota». Un excursus affascinante nella storia del teatro e, appunto, nel “Bello dell’Italia” in cui non è mancato un omaggio a Pavarotti che il maestro ha definito «la più bella voce del Novecento».

«Io un caratteraccio? La verità è che quando uno ha un carattere, dicono che ha brutto carattere. Semplicemente, svolgo la mia professione con grave severità. E ha chiuso rispondendo all’annosa domanda, «Maestro, ma lei che è così fieramente italiano e non manca occasione per ribadirlo nel mondo, è anche di destra?».

«Nessuno sa chi voto, non sono né di destra né di sinistra, sono libero. Diceva de Filippo: “Sono un libero professionista e non mi lego a nessuno”. Ma è vero che ci sono stati anni in cui se non militavi pubblicamente in una certa parte eri considerato di destra. Negli anni Settanta se parlavi di patria e tricolore venivi considerato in un certo modo, ora vedo che il tricolore è entrato un po’ in tutti i simboli di partito… Fondare un’orchestra di giovani per me significa amare il mio paese. Dirigere un concerto all’Aquila, dopo il terremoto, con la Corale del Gran Sasso io il coro Rossini di Mirandola, in Emilia, significa amare il mio paese. E la soddisfazione che ho tratto da quelle situazioni non è stata inferiore a quella che provo quando dirigo i più prestigiosi e importanti cori al mondo». E tra un (giustificato) moto d’orgoglio e una battuta scaramentica ha chiuso il lungo incontro dicendo: «La mia carriera l’hanno fatta le orchestre, da Philadelphia, alla Scala a Chicago. Di questo sono fiero. So di essere un buon professionista e non ho personaggi a cui devo dire grazie. Quando muoio, ci dovrà pensare Cristina a far scrivere sulla mia lapide: qui giace Riccardo Muti quel coglione che per una vita intera cercò l’esattezza di una nota».

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