domenica
11 Ottobre 2026
agricoltura

Siccità e caldo pesano sulla vendemmia: «Calo del 15-20 percento»

Il direttore di Coldiretti: «In collina necessari nuovi invasi per irrigare e reti di protezione da sole e grandine». La raccolta è meccanizzata in 7 aziende su dieci. «Il mercato dei vini? Inaccettabili i rincari dei ristoranti»

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Siccità e caldo, entrambi spinti a livelli estremi, sono gli elementi climatici che determinano le caratteristiche della vendemmia 2026 nel Ravennate. Le conseguenze sono riduzione delle quantità, ma buona qualità. Ne parla Assuero Zampini, direttore provinciale di Coldiretti, sulla base delle informazioni degli associati: «Stiamo vedendo una media provinciale della resa in linea con le previsioni della vigilia e cioè un calo medio del 15-20 percento rispetto all’anno scorso. Le temperature hanno aiutato a evitare gli attacchi fungini. Per fortuna abbiamo registrato meno problemi di grandinate e vento». A incidere sulla produzione è stata soprattutto la carenza di pioggia e questo si è fatto sentire di più nella zona collinare dove i sistemi di irrigazione sono meno diffusi nei vigneti: «Abbiamo delle situazioni dove il calo è arrivato anche al 40-50 percento. Il grappolo è una riserva d’acqua per la vite, quando c’è scarsità di irrigazione la pianta la recupera dal frutto. È sicuramente un sistema intelligente per la sopravvivenza del vigneto, ma non si sposa con la produzione di vino».

Se il vigneto sul pendio diventa una coltivazione più difficile, il timore di Zampini è l’abbandono dei terreni: «Gli investimenti si spostano in pianura e questo aumenta l’abbandono delle zone montane dove invece la vigna avrebbe anche un ruolo di difesa idrogeologica. Una risposta può arrivare dalla corretta comunicazione del valore anche etico che si portano dietro alcune attività agricole, evitando di mescolarle con altre realtà. Acquistare un vino prodotto in collina è anche un modo per andare incontro alla sostenibilità ambientale. Pensiamo a cosa sono i vigneti eroici delle Cinque Terre in Liguria».

Se l’accesso all’acqua è ormai una necessità chiara per l’attività agricola, allora Coldiretti prova a fare la sua parte: «Nelle sedi istituzionali in cui saremo presenti, a partire dai tavoli per il prossimo piano di sviluppo rurale, cercheremo di spingere perché vengano fatti bandi per la realizzazione di laghetti e invasi montani. Faremo incontri anche con i consorzi dei produttori per spiegare la necessità di queste opere». Il clima sta modificando anche i modi di coltivare la vite. «Un tempo era frequente togliere le foglie per lasciare i grappoli più esposti al sole per favorire la maturazione, ora si interviene in modo opposto per evitare che il sole bruci gli acini». E poi aumenta l’utilità delle reti per ombreggiatura e antigrandine: «Non solo proteggono la pianta, ma danno anche condizioni migliori per i lavoratori tra i filari». Anche se il lavoro manuale è sempre meno: «Il passaggio alla meccanizzazione della vendemmia è un percorso obbligato per tutti, per superare la difficoltà di trovare manodopera. Tra i nostri associati ormai la fa il 70 percento delle aziende. La necessità di manodopera si riduce del 90 percento». La conseguenza è la riorganizzazione delle cantine per gestire il conferimento: «La raccolta meccanizzata riduce molto i tempi e le strutture non sempre hanno spazi per gestire i volumi di una vendemmia intera concentrati in un periodo più breve».

Ma l’azione a difesa dei vignaioli non può limitarsi al fronte della produzione, serve anche l’intervento sul mercato. «È ora di affrontare seriamente la questione dei rincari delle bottiglie nei ristoranti. Trovare aumenti del 400 percento non è più accettabile. Per il nostro territorio incide un po’ meno perché quei rialzi riguardano soprattutto i vini di pregio, mentre il Ravennate produce soprattutto il cosiddetto vino da tavola. Però la gente non è più disposta ad affrontare certe cifre quando esce a cena. Viene il sospetto che il vino diventi la voce su cui i ristoratori scaricano le spese dell’attività, ma così facendo si va a penalizzare un settore economico». Anche perché, è convinto Zampini, le campagne di comunicazione da più parti insistono sui danni del vino: «È sempre il vino a essere messo sotto accusa, molto meno i superalcolici o altri prodotti alcolici. Dovremmo ragionare del vino come di un alimento che fa parte della dieta mediterranea. Serve un’azione concertata con la pubblica amministrazione, dovremo trovare anche degli alleati nell’ambito dei medici che riconducano gli allarmismi alla realtà dei fatti: un paio di bicchieri al giorno non hanno controindicazioni per la salute». Zampini auspica anche un cambio nel racconto del vino come prodotto: «Basta con questa narrazione di prodotto d’élite di cui vanno capiti sentori e retrogusti. Si finisce per mettere soggezione nelle persone e c’è chi teme di non poter capire il vino e non lo ordina».

A gennaio del 2024 dall’Unione europea arrivò, con il silenzio-assenso a un progetto di legge irlandese, il via libera alle etichette sul vino con «alert sanitari», sul modello di quanto già avviene sui pacchetti di sigarette. Immediato fu l’allarme lanciato da Coldiretti Ravenna: con oltre 16mila ettari coltivati a vigneto (sui 24mila totali della Romagna), la provincia di Ravenna è il territorio con la più ampia superficie vitata dell’intera regione. L’associazione di categoria parlava di «attacco diretto all’Italia che è il principale produttore ed esportatore mondiale con oltre 14 miliardi di fatturato, di cui più della metà all’estero».

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